La pittura di Ferruccio Gard

Riferendosi alle sue opere degli anni settanta, Ferruccio Gard le chiama “cinetiche”, confermando un inquadramento di ordine sia cronologico che storico ed estetico, ma ponendosi probabilmente in involontaria, forse addirittura inconscia..........

...................... inconscia, contraddizione con le analisi e le definizioni di molti critici. Generalmente, infatti, quel suo periodo viene denominato “optical”, e certamente, al di là di facili approssimazioni e indiscutibili consonanze, il discrimine fra Optical Art e Arte Cinetica rimane ancora uno spartiacque decisivo per inquadrare esperienze così importanti per tutta l’evoluzione dell’arte contemporanea.

Di primo acchito le opere di Gard sembrerebbero aver accolto molte delle proposte percettive della Op Art, giocate come erano sulla tensione delle gabbie e delle sovrapposizioni lineari, e sulla efficacia illusiva dell’immagine, capace di apparire come sostenuta da una vibrazione espansiva e centripeta al tempo stesso, tale da determinare un’impressione di movimento. E comunque, di movimento reale non v’era traccia alcuna né in quelle opere, né in altre coeve. Né v’era traccia delle tradizionali coordinate determinanti la realtà della forma virtuale, in genere solidamente costruita su articolazione e progressione dell’immagine, quindi sulla produzione di effetti percettivi plurimi, assolutamente autentici e non solamente immaginati, in presenza di un’unica struttura formale pronta a tramutarsi in centro, in nucleo di irradiazione. Nell’esperienza optical di Gard v’erano, piuttosto, delle componenti di captazione e suggestione retinica, di stimolazione percettiva dello spettatore, ma non la ricerca di uno sdoppiamento formale: illusione non si identificava con rappresentazione di realtà plurime, originate da un’unica realtà. Eppure sarebbe limitativo ricondurre il suo lavoro di quegli anni ad una matrice esclusivamente optical, perché il progetto teorico, concettuale, che stava e sta dietro a quella ricerca, possedeva una valenza ed una carica razionalista molto più accentuata di quella optical; discostandosi dalla intuizione virtuosa del percorso vasareliano, e dimostrando, forse, maggiori affinità con le sperimentazioni, gli studi, infine le tesi dei primi esiti(già altissimi) del movimento cinetico.

Se pensiamo alle ricerche di Le Parc e Sobrino sullo spettro cromatico e sulle sequenze instabili della linea, che datano verso la fine degli anni cinquanta, o alle ricostruzioni luministico lineari del Biasi del periodo “Ottico-Cinetico”, ecco che la definizione di “opere cinetiche”, d'altronde proveniente dallo stesso autore, riassume una sua precisa giustificazione, e soprattutto una pregnanza sì di carattere più estetico che scientifico, più concettuale che tecnico, ma che non tradisce, e comunque non si discosta dallo spirito certamente razionalista di un importante, decisivo momento dell’attività di Gard.

Dunque, osservando dipinti come “Forma-Percezione-Colore”, dal titolo estremamente riassuntivo e dichiarato, ci appare immediatamente riconoscibile un impianto architettonico dell’opera molto rigoroso, ma anche analitico e dettagliato, destinato a confermare l’attenzione di Gard per il riconoscimento di tutto lo sviluppo strutturale della forma-colore: il Maestro piemontese sembra accompagnare un percorso lineare capace di evidenziare, nel suo progredire, le occasioni per il sorgere, il nascere, di figure, di strutture geometriche, portatrici di un’energia primordiale, che sembra consentire un’incessante evoluzione ed un inarrestabile progressione: senza conclusione e senza quiete, perché raggiunta una fase di apparente equilibrio, già si offrono nuove opportunità di sviluppo formale.

E contemporaneamente l’immagine in divenire sembra ipnotizzare lo spettatore, prendendolo per mano e conducendolo verso approdi di illusionismo percettivo ed emotivo allo stesso tempo. La forma obbligata e apparentemente conclusa dei dipinti di Ferruccio Gard degli anni settanta si apre, invece, a mille articolazioni, indicando mille punti di collegamento lineare, e spiazzando percettivamente lo spettatore, inizialmente convinto di assecondare una progressione rigida, e poi ammaliato da una indefinibile vibrazione, di matrice, comunque, sempre neo plastica. I dipinti di quegli anni vogliono aprire simultaneamente molte strade ( in quelli meno felici forse perfino troppe), cercando di affondare l’analisi sulle potenzialità costruttive e ritmiche della linea fino alla tensione estrema; quasi che l’artista si fosse assunto il compito di evidenziare un tragitto formale fin nei percorsi minimi, per sollecitarne le tensioni più sostenute e divaricanti. Così come l’esplorazione della intensità luminosa di un nucleo cromatico viene a confrontarsi e scontrarsi con le sue intrinseche valenze, con le qualità plastiche della campitura monocromatica; ed allo stesso tempo la campitura viene a dismettere la propria solidità, la propria unitarietà strutturale, legata alla scelta preordinata del pigmento, per smembrarsi, interrompersi e ripresentarsi sotto nuove vesti e nuove offerte cromatiche. Colore e linea nascono come entità formale e si frantumano, ricomponendosi anche come motore della forma, producendo un autentico azzardo pittorico: l’instabilità della forma chiusa, la geometria della percezione e del movimento.

Ecco, questa matrice molto articolata della visione “instabile” dell’arte di Ferruccio Gard, giustifica senz’altro il termine “cinetiche” attribuito alle sue opere, ma su un piano di assoluta virtualità ed illusività. Personalmente, però, io non credo che l’origine, l’anima profonda della sua arte risieda e risalga al Cinetismo. Non credo che la matrice della sua ricerca sia di natura cinetica, o anche solo optical. La matrice, a mio parere, è la meraviglia, l’entusiasmo che egli prova di fronte all’universo del colore, che lo invade nella contemplazione dei misteri del pigmento
di G. Granzotto
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