Qualcosa a Padova si muove. Nasce una nuova compagnia, aprono nuovi spazi. Al debutto di "Via", tre serate di spettacoli nella sede dell'associazione Spazio Aperto, incontro Alessia Garbo. Una danzatrice dal radioso sorriso, che in quest'intervista ci parla della sua "specialità": la danza ambientale.
Chi è Alessia Garbo nasce a Abano Terme nel 1973. Nel 1992, in occasione di un seminario di danza ambientale, conosce il coreografo franco americano Wes Howard e il danzatore Tayeb Benamara. Da allora, comincia un percorso di formazione e ricerca in danza contemporanea che la porta a studiare in Francia e a collaborare con l'associazione Terres de Danse (Toulouse) di Howard e Benamara.
Nel 1996 fonda l'associazione Abracalam, a Padova, insieme al regista Roberto Caruso. All'interno di Abracalam, comincia l'attività professionale di danzatrice, coreografa e attrice. Parallelamente inizia l'attività di insegnamento della danza per varie Scuole ed Enti pubblici e privati, in tutto il territorio veneto. Nel corso del tempo, ha elaborato un metodo d'insegnamento originale in cui applica i concetti filosofici della danza ambientale, per esplorare il linguaggio del corpo in maniera ampia e coinvolgente, stimolando i partecipanti a creare la propria danza.
Nel 2004, assieme a Beppe Casales e Alessandro Grazian, fonda
Via
, compagnia di danza, teatro e musica di cui è direttrice artistica.
Il 4, 5, 6 febbraio 2005 presso la sede dell'associazione Spazio Aperto (via Pontevigodarzere, 58) la compagnia ha organizzato tre serata di spettacoli, in cui ha presentato le proprie produzioni. Durante la terza serata, dedicata alla danza, Alessia Garbo ha presentato
Argile
, un "quasi assolo", risultato di circa dieci anni di studio e della collaborazione col musicista
Luca Francioso
.
Tutta la danza è già nelle cellule. Basta crederci.
Wes Howard
Come presenteresti la danza ambientale a chi non la conosce?
Quando la devo presentare a parole, non la presento. Tendenzialmente dico: venite a vedere. Se sono persone che si informano per fare laboratori, dico di venire a provare. Di fatto la danza ambientale non è una tecnica specifica, è più che altro una filosofia del gesto, del movimento, che riconduce il movimento alla natura, in senso lato: da noi in quanto natura alla natura intesa come ambiente. E' un approccio diverso ma di fatto anche nei miei laboratori, e nei laboratori che fa Wes -che è l'ideatore della parola danza ambientale- c'è gente che arriva da esperienze differenti, con preparazioni differenti, anche non specificamente di danza. Perchè è un punto di vista differente, e non una tecnica che si impara. Ognuno col suo bagaglio arriva, e si dà questo punto di vista di partenza, che parte dal corpo in quanto essere naturale.
La può fare chiunque?
Danza ambientale in sè non è niente di concreto, è solo un modo differente di presentare la danza, o di danzare, quindi di fatto lo può fare chiunque.
Anche chi non ha mai fatto danza?
Chiunque. Perchè la base che accomuna chi ha già molta esperienza di danza e chi non ne ha nessuna è lo stesso punto di vista: hanno una direzione comune da seguire, o provare a seguire, e su quello ognuno ci mette il suo.
Tu come l'hai conosciuta?
In uno stage, qui a Padova.
Organizzato da chi?
Da un'associazione, che credo esista ancora ma di cui non so più nulla, che si chiama
ANDA
, Associazione Natura Danza Ambiente. In questa associazione Wes veniva regolarmente a fare degli stages. Poi questa cosa non c'è più stata, a un certo punto io e Wes ci siamo reincontrati, io ho continuato a fare questo cammino di danza ambientale.
La danza ambientale ha qualcosa in comune con la biodanza?
No. Il discrimine fondamentale è che la biodanza vuole avere degli effetti terapeutici, non c'è niente di artistico, di estetico, di filosofico. La danza ha un'esigenza dentro che è estetica, vuole dire delle cose "altrimenti", non a parole ma con il corpo: è usare il corpo come un linguaggio, ecco. La biodanza invece usa il linguaggio del corpo per arrivare a stare meglio, per quello che ne so io della biodanza.
Mi piacerebbe che mi parlassi di Argile. Com'è nato?
Argile è nato da solo. A un certo momento ho avuto voglia di fare qualcosa io... è come se avessi qualcosa qui nello stomaco, e a un certo punto è venuta fuori da sola. Non racconto una storia precisa e non è neanche l'analisi di uno stato d'animo. E' frutto di dieci anni di ricerca in danza ambientale, di cose belle che mi sono successe e di cose brutte che mi sono successe, tutto quello che ho vissuto attraverso la danza, e per me significa attraverso la danza legata all'ambiente, alla natura, a un certo momento è venuto fuori da solo. Da solo, non ho fatto niente. Mi è venuta voglia di farlo, e Argile è nato così. Come immaginario mio, dentro Argile c'è quest'isola in mezzo all'Atlantico dove da anni ormai Wes tiene delle... esperienze, più che laboratori di danza! Visualizzo una serie di paesaggi che ho visto là, ma diventano paesaggi astratti, non è che voglio vendere una gita... servono a me per visualizzare un itinerario, una visita.
Come sei riuscita a spiegare queste tue suggestioni a Luca Francioso perchè le traducesse in musica?
Gli ho scritto un'email. La cosa che ho fatto è uno schema dei cinque paesaggi che visito io con la danza, o che avevo intenzione di visitare, che comunque sono i miei riferimenti. Ho scritto a Luca più o meno le cose che sto dicendo a te adesso, solo descrivendogli tutti i cinque paesaggi...c'era il vulcano, la salita rocciosa, c'erano cose molto fisiche. Ho abbinato questo allo studio dei cinque elementi del Chi Cong, una pratica orientale di cui so pochissimo, però ha una specie di stella con un cerchio che gira intorno. Ci sono tutti gli elementi, come li considerano loro, non come li consideriamo noi, quindi metallo, legno, terra, eccetera...a ogni elemento è abbinato un paesaggio, poi ogni elemento ha una parte del corpo di riferimento piuttosto che un animale, un ritmo, un colore, eccetera...Su questa cosa che è comunque molto astratta, gli ho dato i miei riferimenti, anche sul ritmo, perchè comunque il corpo è uno strumento, quindi come io intendevo eseguire fisicamente le mie cose) e lui si è fatto il suo viaggio, personale. Non ha mai visto l'isola, non mi aveva mai vista danzare, la cosa però gli è piaciuta, l'ha intrigato e quindi si è fatto il suo viaggio.
Sei condizionata dal luogo in cui ti esibisci? Cambia il tuo spettacolo?
Non è che cambia...cioè, cambia per forza, perchè tutti i luoghi sono differenti e l'approccio che mi piace avere con la danza è tenerla come materia viva piuttosto che fissare una coreografia, preferisco che si mantenga come l'argilla, malleabile...fino alla fine. Non è condizionato, cambia perchè tutto cambia.
Anche il rapporto con il pubblico? Stasera per esempio era molto vicino
E' chiaro. Se c'è l'ho lontano l'impressione viene differente, certi sguardi vanno anche in altre direzioni, sì sì.
Mi parli di Via, questa nuova compagnia di teatro danza e musica di cui sei direttrice artistica?
Via nasce perchè ad un certo momento io, Beppe [Casales, nda] ed Alessandro [Grazian, nda] che ci conosciamo da un sacco di tempo abbiamo detto "proviamo a darci un nome". Lavoravamo già insieme, facevamo un bel po' di cose insieme, anche intrecciando tra di noi - io solo con Beppe, Beppe solo con Alessandro, Alessandro solo con me - e a un certo punto abbiamo avuto la necessità, o meglio la voglia, di identificare questo tipo di lavoro, di intreccio che ci piace fare tra teatro, musica e danza, in maniera specifica: creare un gruppo, che poi è diventato un'associazione, Via. E' nata quest'estate, quindi da pochissimo. Ci abbiamo messo sei mesi per riuscire ad organizzare questi tre giorni di festival, di debutto, per fare in modo che avessimo la sicurezza che qualcuno venisse!
Com'è andata?
E' andata bene. Credo che siano passate quasi 300 persone, quindi è andata molto bene.
Lo spazio in cui ti sei esibita stasera è vostro? [la sede dell'associazione Spazio Aperto, nda]
No. Per fortuna ci sono molte persone che ci vogliono bene, questo è miracoloso. La persona che gestisce questo spazio lo gestisce da poco, quindi aveva bisogno di fare qualcosa per promuoverlo. Noi siamo ospiti, nel senso che non ci ha chiesto soldi, a parte le spese che dividiamo con quest'incassi.
Il tuo laboratorio di danza ha un nome bellissimo,
Ho sognato che volavo
. Me ne parli?
Ho sognato che volavo è il titolo che ho dato quest'anno al laboratorio e tendenzialmente vorrebbe diventare la mia prossima produzione di danza, dove non sarò da sola. Probabilmente non sarò neanche in scena. Sto coinvolgendo quattro-cinque persone, personaggi più che persone, più che danzatori personaggi...molto differenti tra loro. Ho sognato che volavo nasce dall'idea di cercare di fare una sperimentazione specifica sul volo, sulla sensazione del volo, e di sperimentare questo attraverso l'aiuto degli altri. Più che tentare di saltare il più alto possibile, tentare di elevarsi al cielo, sempre in compresenza con altre persone. Affidarsi agli altri, affidare il proprio peso fisico, la propria -come dire?- sensazione, paura di stare nel vuoto, non avere il controllo della situazione, trovarsi ad essere talmente nella fiducia, nella complicità, nell'amore degli altri, tra corpo e corpo energetico, che un po' alla volta ti dà la sensazione di volare. In generale è anche un laboratorio tecnico, c'è una preparazione tecnica di danza contemporanea.
Quante persone lo frequentano?
Trenta.
Trenta! Come riesci a seguirle?
Per fortuna non ci sono mai tutti assieme. Scherzo! Sono due-tre anni che ho un gruppo di persone che mi segue, diventa sempre più numeroso.
Le persone che hai individuato per la tua prossima prossima produzione che esperienze hanno?
Hanno tutti un loro bagaglio personale di esperienza, o di danza, o di teatro, o di teatro e danza assieme. Diciamo che hanno un loro punto di vista sul teatro e la danza. La cosa che ci accomuna tutti è che sono venuti da me a seguire laboratori, ci siamo conosciuti, si sono incuriositi, e come loro tanti altri nel laboratorio. Hanno una personalità molto forte ed esperienze molto solide, quindi credo sia interessante farli cozzare assieme per vedere dove si va a finire! A loro ho chiesto di prendersi l'impegno di realizzare tutti quanti il sogno di ognuno. Cioè ognuno di loro dichiarerà un sogno che abbia a che fare più o meno col volo, con la sensazione del volo, e gli altri si prendono l'impegno di realizzarlo. La messa in scena sarà la realizzazione di questi sogni.
Come vedi il contesto della danza a Padova?
Beh, la mia formazione personale è molto particolare. Praticamente non ho mai frequentato una scuola di danza più di due anni, non ho fatto accademie. Ho avuto una formazione più trasversale, diciamo, ho seguito molti stages, e da un certo momento in poi ho seguito principalmente Wes e ho finito tutta la mia formazione attraverso stage all'estero. Sono tornata e adesso lo faccio di professione. Sono l'unica persona che conosco qua che ha avuto questo percorso fuori dai canoni, quindi conosco pochissima gente. Ho una mia opinione, ma da parte mia sarebbe un po' stupido darti dei giudizi. Ritengo che il problema della danza a Padova in primo luogo sia legato agli spazi, e questo è il problema di tutta la cultura performativa a Padova. Gli spazi sono pochi, inarrivabili: si fa fatica ad ottenere uno spazio per lavorare e per fare quello che abbiamo provato a fare qua stasera. Seconda cosa: in ambito di didattica, pedagogia, corsi, c'è tanta gente che fa troppe cose e pochissima gente che lo fa di mestiere. Quindi c'è una concorrenza tra virgolette sleale, che non aiuta la professionalizzazione di questo mestiere.
Arianna Pellegrini
ha collaborato Luigina Squarcina