Gli artisti di Gemine Muse

Tre giovani artisti visitano il Museo Civico Eremitani. Scelgono un'opera e, ispirati da questa, ne creano una nuova, originale.
Vi presentiamo i lavori di Marco Schievenin, Chiara Tagliazucchi e Mirjam Van Hilburg nel commento critico di Guido Bartorelli.
Marco Schievenin
Dialogica, 2004, stampa lambda
Marco Schievenin colloca il suo lavoro in una sala che celebra i fasti della pittura barocca, dove spiccano due splendidi ritratti d'invenzione di Luca Giordano: Giobbe e Democrito. Al trionfo dell'immagine dipinta, che tocca il grado massimo della spettacolarità e della sensualità , Schievenin contrappone la parola scritta. Nel tutto pieno dell'orgia visiva, egli apre uno spiraglio decongestionante grazie all'esilità del mezzo più schiettamente intellettuale. "Ricerca momento esplorazione paura" sono i concetti chiave, la sequenza paradigmatica, che egli estrapola dalle vite dei santi o degli uomini illustri magnificati dagli antichi dipinti. Allo stesso tempo, con la loro intensità evocativa, le scritte alludono al potere del verbo di risuonare magicamente, di farsi scrigno profetico (Giobbe) o, sul versante opposto, di costituire un formidable strumento di astrazione speculativa (Democrito).
Chiara Tagliazucchi
Senza titolo, 2004, olio su tela, dittico
Le gloriose stagioni della pittura religiosa ci hanno consegnato una serie di soggetti, altamente frequentati, contraddistinti da elementi iconografici fissi, che ne rendono univoca la lettura. Al loro interno, i personaggi sentono e soffrono, a seconda della vicenda che li vede attori, e che il fruitore avveduto conosce con chiarezza, con quel tanto o poco di variazione conseguente all'interpretazione dell'artista. Chiara Tagliazucchi instaura un dialogo con due di queste iconografie, una Vergine orante e il Cristo benedicente, affiancandovi un suo dittico, che con quelli ingaggia un raffinato gioco di rimandi a chiasmo. La giustapposizione disvela il divario incolmabile he ci separa dall'arte di un tempo: le iconografie, con i loro riferimenti, non rimangono che come frammenti da un passato lontano; l'immagine va alla deriva nelle ambiguità di un vissuto troppo intimo e piccolo-emotivo per essere risolto. Persistono le inquadrature e i colori antichi, che divengono come un'aura, nobilitante e insieme inquietante, emanata da un uomo che ha fatto il vuoto intorno a sè, e si trova unico responsabile dei moti dell'animo.
Mirjam Van Hilburg
Senza titolo, 2004, performance
Antivigilia di ferragosto: incontro Mirjam che dal giorno prima va percorrendo le sale del museo a caccia dell'opera con cui relazionarsi. La trovo frustrata: il museo è gremito di capolavori, ma Mirjam riesce a trovare notizie sulle opere solo in italiano, lingua che lei non parla. Con ammirevole buona volontà i custodi si sbracciano per aiutarla, ma il linguaggio dei gesti non è sufficiente a comunicare quanto le serve. Da questo incidente l'idea: nella sala dedicata ai pittori fiamminghi e olandesi, Mirjam inscenerà un'immaginifica visita guidata, rivolgendosi a noi nella sua lingua madre. Non si tratta di una vendetta, ma di farci provare il disorientamento, ricco anche di energie positive, di quando la comunicazione si inceppa e si trasforma in una macchina impazzita.

