Per parlare di spazio non si può prescindere dallo sguardo che lo percorre e lo interpreta. La percezione dello spazio è dunque innanzitutto relazione. Nel brevissimo e celebre racconto Un messaggio dell'imperatore, Kafka ci immerge in uno spazio senza fine che si confonde con il tempo di un"attesa che non avrà esito...
Spazio pittorico e spazio letterario
di Alessandra De Lucia
Per parlare di spazio non si può prescindere dallo sguardo che lo percorre e lo interpreta. La percezione dello spazio è dunque innanzitutto relazione. Nel brevissimo e celebre racconto Un messaggio dell'imperatore, Kafka ci immerge in uno spazio senza fine che si confonde con il tempo di un"attesa che non avrà esito. L"imperatore morente sussurra all'orecchio del messo le sue ultime parole che devono giungere a destinazione di un povero suddito a te individuo singolo, miserrimo tra i sudditi. Il messo, uomo gagliardo, instancabile, muovendo ora questo ora quel braccio, si fa strada tra la folla... ma la folla è smisurata, le sue dimore non hanno fine. Se egli trovasse campo libero, come volerebbe! e ben presto udresti alla tua porta, imperioso, il rimbombo dei suoi pugni. Invece si affatica invano; sta ancora aprendosi il cammino attraverso le stanze del palazzo più interno
In realtà lo spazio che il messaggero dell'imperatore attraversa è immaginato dal suddito che lo sta attendendo e il dilatarsi dell'attesa di un evento che si vorrebbe giungesse, pur sapendo che non giungerà mai, diventa uno spazio senza fine che si espande per gradinate e cortili, tra le mura del palazzo, nelle strade della città , perché il messaggero quando finalmente sbucasse all'ultimissima porta " ma ciò non accadrà mai e poi mai -, si troverà dinanzi la città imperiale, il centro del mondo, colma fino all'orlo di tutta la sua feccia: nessuno può venirne a capo, anche se sia latore del messaggio di un morto. Ecco dunque che non è il messaggero a vivere tutto questo, bensì l"uomo che lo attende e che malgrado tutto non vuole perdere la speranza di essere infine destinatario delle ultime importantissime parole del suo re.
Lo spazio-tempo, la famosa quarta dimensione cui ci ha abituato a pensare Albert Einstein, diventa in questo racconto elemento straniante e assolutamente personale, cifra stilistica dell'universo letterario e interiore di Franz Kafka. L"infinito viaggiare nello spazio del portavoce del re è racchiuso in una giornata di attesa del suddito. Conclude Kafka Ma tu siedi alla finestra e immagini che giunga a te, quando scende la sera. E in quella parola, immagini, vi è tutta la potenza evocativa di un sogno e di un desiderio, capaci di fabbricare eventi e luoghi come fossero reali.
Anche con le opere d"arte è così: è lo sguardo di chi osserva a dare vita e a interpretare l"opera. Pensiamo a due grandi come Giotto e Proust: che cosa ha provato Marcel Proust quando è entrato nella Cappella degli Scrovegni in quel caldo maggio del 1900? E che cosa resta di quella sua sensazione nella pagina letteraria che lo scrittore elabora per La fuggitiva?
Può stupire che uno scrittore, capace di dedicare un intero capitolo di stupenda letteratura alla duchessa di Guermantes, al suo frivolo entourage e alla valenza di un paio di scarpini rossi di fronte a Charles Swann che sta morendo, si limiti a poche frasi per l"opera eccelsa di Giotto.
Ma Proust reinterpreta l"arte e lo spazio di Giotto secondo la propria sensibilità ed esperienza, maturate nei ventidue anni che separano la visita reale dalla trascrizione di quella visita, e lo fa in modo assolutamente diverso da quanto potrebbe fare uno storico dell'arte o un comune visitatore. Ed è per questo appunto che le poche righe che compaiono nella Recherche sono letterariamente intriganti e preziose, malgrado la loro brevità .
Con Marcel sembra entrare nella Cappella di Giotto anche la radiosa giornata di maggio, la volta del cielo e il volo degli uccelli ... e sia venuta per un attimo a porre all'ombra e al fresco il suo cielo puro, solo un poco più profondo, perché libero dalle dorature della luce... in quel cielo trasferito sulla pietra turchina angeli volavano che vedevo per la prima volta... ebbene nel volo degli angeli ritrovavo la medesima impressione di azione effettiva... con tanto celeste fervore, o almeno saggezza e applicazione infantili da far loro congiungere le piccole mani... da parere volatili di una specie particolare che sia realmente esistita.... Piccoli esseri che non mancano mai di volteggiare dinanzi ai santi... ce n"è sempre qualcuno in volo su di loro, li vediamo salire, descrivere delle cure... picchiare verso terra... e fanno pensare a una varietà di uccelli o a giovani allievi di Garros esercitantisi nel volo librato, piuttosto che agli angeli dell'arte del Rinascimento...
Per Marcel Proust l"incontro con Giotto è questo spazio azzurro solcato da angeli-uccelli; sembra quasi che i dipinti alle pareti, la storia evangelica, i volti dei santi, della Madonna, la passione di Cristo, non meritino per lui neppure un cenno in quanto semplici corollari di quel cielo di smalto, vivo e vibrante delle acrobazie delle piccole creature. La natura e l"assoluto divino sono in quel cielo. Quello che il Narratore ci fa percepire è l"ariosità della volta che corrisponde a un suo reale bisogno di aria, perché Proust, mentre scrive, ritorna nella cappella magica portandosi dentro la sua sofferenza di asmatico, il suo vivere costretto in camere chiuse, buie e odorose di medicamenti. Proust infatti visita Padova nel 1900, ma scrive queste pagine nel 1922, anno della morte, quando è soggetto ad attacchi d"asma continui.
Quella camera picta che si spalanca sul cielo gli dà l"impressione di poter respirare a pieni polmoni e per lui in quel momento ciò è più importante della perfetta trasparenza di una lacrima che rotola sulla guancia di Maria nel Compianto del Cristo morto.
Ecco che il tempo, il trascorrere del tempo ha trasformato la percezione originaria dello spazio, rendendola più aderente alla natura dell'uomo che Proust è diventato nel momento in cui ricorda.
Ma c"è un altro testo letterario che ci riconduce immediatamente allo spazio e alla prospettiva, quella aspirazione alle tre dimensioni di cui si nutre la pittura, ineluttabilmente destinata allo spazio piano. Si tratta di una favola matematica, Flatlandia " Racconto fantastico a più dimensioni. Scritto nella seconda metà dell'"800 dal reverendo Abbott con intenti scientifico-didascalici, sembra una metafora degli sforzi compiuti dagli artisti del "300, Giotto soprattutto, per far compiere alla pittura il grande salto prospettico. Comprendere e appropriarsi della terza dimensione: dopo lunghezza e larghezza, caratteristiche delle figure piane (o piatte, per citare Flatlandia), occorre cimentarsi con la profondità , che introduce alla terza dimensione, la stessa che consente, nella favola, il passaggio da Flatlandia a Spacelandia, il nostro mondo. Ma, conclude il lungimirante Abbott, come è impensabile per i piatti abitanti di Flatlandia la terza dimensione, così per i solidi cittadini di Spacelandia non è concepibile la quarta dimensione. Passeranno solo cinquant"anni dalla pubblicazione di Flatlandia, e grazie a Einstein la quarta dimensione sarà una realtà .
Giorgio Manganelli definisce questo racconto fantastico leggero e inafferrabile, un capolavoro di illusionismo prospettico. Le stesse parole che si userebbero per un dipinto.