Evento Dalì

Evento Dalì

Evento Dalì

A Padova arriva Dalì, e non può certo passare inosservato. Giovani artisti padovani hanno organizzato due eventi in occasione della mostra "Dalì, il divino illustratore" per scanDALIzzare il Ghetto e Padova.

4 novembre ore 19:00
Spazio Biosfera, via San Martino e Solferino 5/7

5 novembre ore 19:00
Chiostro del Museo del Santo

Giovedì 4 novembre dalle 19:00 alle 23:00 presso lo Spazio Biosfera si terrà  la performance "Movimento", una visione per ricreare le atmosfere care all'artista, le suggestioni, la follia...


Le vetrine rimarranno allestite fino al 13 novembre.

L'evento Dalì prosegue il giorno seguente: un gruppo di giovani artisti farà  del chiostro del Museo del Santo un altoparlante del pensiero di Dalì, ne scoprirà  la forma originale e intramontabile per esprimere la sua/nostra visione della vita. Un'occasione per sbirciare più da vicino il genio di Dalì, tra musiche originali, manifesti surrealisti e aforismi, un modo originale e divertente per ri-conoscere il "divino illustratore" e la sua enorme influenza sul Novecento, e soprattutto sulle nostre esperienze.

Interverranno:
Carla Stella, Enrico Lando, Gianluca Barbieri, Guido Geminiani, Alessandro Andrian e i suoi musicisti.

Una speciale visita guidata alla mostra concluderà  la serata.


Per informazioni sulla mostra "Dalì' il Divino illustratore" consulta il sito della Provincia di Padova all'indirizzo http://www.provincia.padova.it/news/index.php?idObj=250.

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A Padova arriva Dalì, e non può certo passare inosservato. Giovani artisti padovani hanno organizzato due eventi in occasione della mostra "Dalì, il divino illustratore" per scanDALIzzare il Ghetto e Padova.

4 novembre ore 19:00
Spazio Biosfera, via San Martino e Solferino 5/7

5 novembre ore 19:00
Chiostro del Museo del Santo

Giovedì 4 novembre dalle 19:00 alle 23:00 presso lo Spazio Biosfera si terrà  la performance "Movimento", una visione per ricreare le atmosfere care all'artista, le suggestioni, la follia...


Le vetrine rimarranno allestite fino al 13 novembre.

L'evento Dalì prosegue il giorno seguente: un gruppo di giovani artisti farà  del chiostro del Museo del Santo un altoparlante del pensiero di Dalì, ne scoprirà  la forma originale e intramontabile per esprimere la sua/nostra visione della vita. Un'occasione per sbirciare più da vicino il genio di Dalì, tra musiche originali, manifesti surrealisti e aforismi, un modo originale e divertente per ri-conoscere il "divino illustratore" e la sua enorme influenza sul Novecento, e soprattutto sulle nostre esperienze.

Interverranno:
Carla Stella, Enrico Lando, Gianluca Barbieri, Guido Geminiani, Alessandro Andrian e i suoi musicisti.

Una speciale visita guidata alla mostra concluderà  la serata.


Per informazioni sulla mostra "Dalì' il Divino illustratore" consulta il sito della Provincia di Padova all'indirizzo http://www.provincia.padova.it/news/index.php?idObj=250.

Padovanet nuova versione

Padovanet nuova versione

Padovanet nuova versione


La rete civica si rinnova: da venerdì 29 ottobre sarà  on line la nuova versione di Padovanet, rinnovata nella grafica e nell'organizzazione dei contenuti. Nei primi giorni di passaggio dalla vecchia alla nuova versione è possibile che si verifichino problemi tecnici nelle pagine di PadovaCultura, che viene ospitato all'interno della rete civica.

Ci scusiamo per l'inconveniente. Vi invitiamo a segnalarci eventuali problemi nella navigazione all'interno di PadovaCultura scrivendo a infocultura@comune.padova.it.


Per problemi o commenti relativi alla nuova versione di Padovanet scrivete a retecivica@comune.padova.it.

Tutto sull'arte

Tutto sull'arte

Una selezione di portali, motori di ricerca, riviste e periodici specializzati nel mondo dell'arte.



http://www.artcyclopedia.com

Uno dei motori di ricerca più ricchi e curati, con oltre 125.000 opere e 8.000 artisti.
Presenta una lista di movimenti artistici, 60.000 link e la possibilità  di ricercare per autore, opera d'arte, museo, nazionalità , soggetto e genere artistico.



http://politi.undo.net/cgi-bin/artdiary/artdiary.pl

"Più di 30.000 indirizzi di artisti, critici, gallerie, musei, riviste, collezioni, associazioni culturali e case d'aste. Più di 70 paesi, dall'Italia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna al Giappone, dalla Cina alla Lituania".



http://arte.tiscali.it

Il portale dell'arte di Tiscali, che comprende un database di artisti, mostre e musei e una calendario degli appuntamenti italiani.



http://www.artonline.it

Sito d'arte italiano nato nel 1997: per chi vuole "partecipare in tempo reale alla vita artistica mondiale; conoscere i luoghi in cui essa si svolge; approfondire la storia del percorso creativo degli artisti vissuti tra il Duecento e il Novecento; esplorare l'intricato sistema che spesso lega l'opera d'arte ad altri universi della conoscenza; intrattenere conversazioni con gli autori di saggi, curatori di mostre, artisti".



http://www.exibart.com

Notizie, recensioni, vernissage.



http://www.ilgiornaledellarte.com/

Periodico specializzato in arte, archeologia, gallerie e mostre, musei e restauro. Il numero in corso è scaricabile in formato pdf.

Magazines, a cura di

http://www.undo.net/cgi-bin/undo/magazines/magazines.pl

"Un'edicola digitale in cui sfogliare molte riviste d'arte e cultura contemporanea, senza dover comprare nulla ma facendosi un'idea delle proposte e dei punti di vista che si possono trovare sulla carta. Informazioni ed articoli, highlight e approcci diversi alle tematiche che ogni rivista propone mensilmente. Magazine è una specie di rivista delle riviste che le redazioni aggiornano autonomamente e che offre a tutte le testate che partecipano la stessa visibilità  e possibilità  di confronto".




http://www.undo.net/pressrelease

Per cercare eventi, mostre, spazi, artisti in tutto il mondo.



http://www.storiadellarte.com

Il sito della storia dell'arte italiana. Con schede dei periodi artistici e sezioni tematiche su pittura, scultura, architettura e biografie degli artisti.

Armenia e armeni. Invito alla lettura

Armenia e armeni. Invito alla lettura

Con il romanzo "La masseria delle allodole" Antonia Arslan ha fatto conoscere al grande pubblico un popolo e la sua tragedia storica. Per chi vuole saperne di più sull'Armenia, il popolo armeno e la sua cultura proponiamo un elenco di titoli curato dell'€™associazione Italiarmenia.

L"€™associazione Italiarmenia si trova in via Altinate 114.


Gli armeni
Storia degli armeni
L"€™Armenia e gli armeni
La spiritualità  armena "€“ Gregorio di Narek
Del Veneto dell'€™Armenia e gli armeni
Del Veneto dell'€™Armenia e gli armeni (la memoria dell'€™integrazione)
Dal Caucaso al Veneto "€“ Gli armeni tra storia e memoria
L"€™Ararat e la gru "€“ Studi sulla storia e la cultura degli armeni
Viaggio in Armenia
Metz Yeghèrn "€“ Breve storia del genocidio degli armeni
Storia del genocidio armeno
Gli armeni - 1915/1916 Il genocidio dimenticato
Hushèr: La memoria "€“ Voci italiane di sopravvissuti armeni
Voci nel deserto. Giusti e testimoni per gli armeni
Armin T. Wegner e gli armeni in Anatolia, 1915 immagini e testimonianze
Hayastan "€“ Diario di un viaggio in Armenia
Pietre sul colore
La roccia e il melograno
La croce e la mezzaluna
I quaranta giorni del Mussa Dagh
Il canto del pane
La masseria delle allodole




Gli armeni
AA.VV. Jaca Book Collection, Milano 1999
Una pubblicazione molto significativa, corredata da bellissime immagini e foto, in cui vengono sintetizzate, ad opera dei maggiori studiosi dei diversi settori, la storia, l"€™arte, l"€™architettura, la spiritualità , l"€™evoluzione linguistica, l"€™ambiente naturale dell'€™Armenia di ieri e di oggi.

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Storia degli armeni
di Gérard Dédéyan
Ed. Guerini e Associati, Milano 2002
Un"€™opera completa, di amplissimo campo d"€™indagine, frutto dello studio dei massimi armenisti italiani e stranieri. Percorre tutta la storia del "€œpopolo dell'€™Ararat"€, dalle origini fino all'€™epoca sovietica e alla questione del Karabagh. Ogni tema è ampiamente documentato e, nello stesso tempo, al rigore scientifico si accompagna una scorrevolezza della lettura non facile da trovare in testi specialisti.
L"€™edizione italiana è a cura di Antonia Arslan e Boghon Levon Zekiyan.

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L"€™Armenia e gli armeni
di Boghon Levon Zekiyan
Ed. Guerini e Associati, Milano 2000
Una raccolta di saggi ad opera di uno dei più autorevoli armonisti a livello internazionale, che trattano diverse problematiche relative alla storia del popolo armeno, dalle sue lontane e non ancora del tutto chiarite origini, al conflitto per il Nagorno Karabagh, dai rapporti tra gli armeni e l"€™occidente "€“ Venezia e l"€™Italia in particolare "€“ all'€™emigrazione oggi. Inoltre una parte è riservata ad un approfondimento sulla spiritualità  armena e sulla religione.

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La spiritualità  armena "€“ Gregorio di Narek
di Boghon Levon Zekiyan
Ed. Studium, Roma 1999
Ad una prima parte introduttiva inerente le caratteristiche salienti della spiritualità  armena, percorrendone la storia dalle origini fino alle riflessioni sulla situazione odierna, segue la traduzione dell'€™opera di San Gregorio di Narek "€œIl libro della lamentazione"€. Vissuto tra il 950 e il 1010 durante lo splendore della città  di Ani, è uno dei santi più venerati dai fedeli armeni. L"€™autore lo definisce un "€œgenio assoluto"€, nella cui opera confluiscono le tradizioni culturali bizantina, siriana, araba proprie delle aree confinanti. Non solo la sua arte poetica è una pietra miliare nella storia della cultura armena, ma la sua figura di grande mistico è stata assunta a portavoce di una umanità  dolente, inchiodata alla propria fragilità  e nello stesso tempo attratta dalla luce del divino.

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Del Veneto dell'€™Armenia e gli armeni
di Baykar Sivazliyan
Canova Editrice, Treviso 2000
Venezia e il Veneto sono storicamente sempre stati terra di incontro tra popoli ed etnie diversi. La presenza armena ha radici lontanissime, testimoniate dalle relazioni commerciali tra la Serenissima e il popolo armeno. C"€™è San Lazzaro, l"€™Isola degli Armeni, non lontana da San Marco, dove ha sede dal 1717 la Congregazione Mechitarista: qui è conservata una delle più importanti raccolte di manoscritti miniati del mondo, un vero patrimonio per l"€™umanità . Questo piccolo fazzoletto di terra rappresenta inoltre un faro di riferimento per tutti gli armeni sparsi nel mondo. A Venezia fu stampato il primo libro in caratteri armeni, nel 1512. A Venezia tanti giovani armeni hanno trovato ospitalità  ed opportunità  di studio al Collegio Moorat Raphael. Nel Sestriere di San Marco, non lontana dal continuo caotico andirivieni dei turisti, nascosta in un piccolo guscio di tranquillità , alla fine di una stretta calle, possiamo trovare la Chiesa di Santa Croce degli Armeni, tutt"€™oggi aperta al culto.
Infine, a Venezia e nel Veneto, vivono da generazioni famiglie di origine armena: queste si sentono parte integrante di questa regione. Alcune non hanno mai rinunciato a custodire gelosamente la propria "€œamenità "€, altre l"€™hanno recuperata, con orgoglio e amore.

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Del Veneto dell'€™Armenia e gli armeni
(La memoria dell'€™integrazione)
di Baykar Sivazliyan
Canova Editrice, Treviso 2003
A continuazione e complemento del primo volume, l"€™autore si sofferma in particolare sulla storia del collegio armeno Moorat-Raphael di Venezia, dove tanti studenti ed intellettuali armeni hanno creato le basi della loro formazione culturale: una formazione che ha consentito loro di conservare salde le radici della propria amenità  e nello stesso tempo di aprirli all'€™integrazione nel contesto italiano.
A tale proposito è stato dato ampio spazio a testimonianze ed interviste ad armeno veneti. Un capitolo è inoltre dedicato al tema dell'€™Armenia e del Cristianesimo, mentre in conclusione viene tracciato un quadro attuale della Repubblica d"€™Armenia.

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Dal Caucaso al Veneto "€“ Gli armeni tra storia e memoria
di B.L.Zekiyan, A. Arslan, A. Ferrari
Societas veneta per la storia religiosa. Casa di Cristallo. ADLE Ed. Padova
Questa raccolta di testi redatti per una ricerca seminariale organizzata nel 2002 dalla Societas veneta per la storia religiosa, tratta sostanzialmente tre tematiche relative alla storia armena.
Boghos Levon Zekiyan traccia una panoramica sulla storia e sull"€™identità  armena: in tale contesto vengono in particolare illustrati i periodi di pacifica e feconda convivenza con il mondo islamico, convivenza drammaticamente annullata dal genocidio. A tal proposito il relatore pone chiaramente l"€™accento sulle reali cause delle stragi, alla cui base non vi è il fattore religioso, bensì il nazionalismo turco propugnato dal governo dell'€™epoca fino alle più estreme conseguenze.
Antonia Arslan illustra le tappe e le modalità  con cui il genocidio è stato portato a termine. Non viene tralasciato un preciso riferimento alle responsabilità  e ai silenzi delle potenze occidentali dell'€™epoca. Silenzi che, a supporto del negozianismo turco, sono continuati e che tuttora pesano sugli animi di tanti armeni di oggi, i quali soffrono di una sorte di "€œsindrome"€ da cancellazione di un passato ancora vivo nella memoria collettiva,
Aldo Ferrari ricorda i profondi legami commerciali e culturali che fin dal medioevo e dai fasti della Serenissima legano l"€™Italia e Venezia agli Armeni. Spazio particolare è dato alla storia dell'€™Isola di San Lazzaro, che dal 1717 ad oggi svolge un ruolo guida per la conservazione e trasmissione del grande patrimonio culturale armeno.

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L"€™Ararat e la gru "€“ Studi sulla storia e la cultura degli armeni
di Aldo Ferrari
Ed. Mimesis, Milano 2003
L"€™autore, russiste ed armonista, in questo libro prende in considerazione diversi momenti della storia e della cultura millenarie degli armeni. In particolare i rapporti con il mondo islamico e con la Russia.
Tenacemente fedeli alla loro tradizione nazionale, gli armeni sono stati anche capaci di stabilire intensi rapporti con le colture con cui hanno dovuto interagire. Se il monte Ararat esprime da sempre il forte legame degliarmeni con la loro terra di origine, le migrazioni della gru simboleggiano il destino diasporico di questo popolo.

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Viaggio in Armenia
di Osip Mandel"€™stam
a cura di Serena Vitale
Ed. Adelphi, Milano 1988
In questi taccuini di viaggio, il poeta russo Mandel"€™stam ci trasmette la sua visione di un mondo cui si sente molto attratto e che visita tra il 1931 e il 1932. Sono pennellate lasciate da un poeta, piene di stupore e spesso intrise di affettuosa ironia. "€œNon c"€™è nulla di più istruttivo e gioioso dell'€™immersione in una comunità  di esseri umani di tutt"€™altra razza, razza che si rispetti, con cui simpatizzi, di cui vai fiero pur non appartenendole. La pienezza vitale degli armeni, la loro rude affabilità , le loro nobili ossa lavoratrici..."€ così annotava Mandel"€™stam e l"€™immagine poetica che vede l"€™Armenia "€œRegno delle pietre urlanti"€, verrà  da tanti ripresa, per alludere alla splendida asprezza del paesaggio e alla storia tanto travagliata di questa terra.
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Metz Yeghérn - Breve storia del genocidio degli armeni
di Claude Mutafian, trad. it. a cura di Antonia Arslan
Ed. Guerini e Associat, Milano 2001.
"€œMetz Yeghérn"€ il "€œGrande Male: così gli armeni definiscono e ricordano il genocidio che li devastò nel 1915. In questo breve ma esauriente lavoro, l"€™autore analizza il contesto storico e politico in cui fu perpetrato il primo genocidio del XX° secolo e ne illustra le fasi in cui fu scientificamente pianificato e portato a termine. Vi si affronta anche il problema del nagazionismo e questo genocidio viene associato alla Shoah e a pulizie etniche molto più recenti.

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Storia del genocidio armeno
di Vahakn N. Dadrian
Guerrini e Associati, Milano 2003
Questo saggio, opera di uno dei più autorevoli specialisti del settore, dimostra, attraverso un vasto numero di documenti ufficiali sia turchi ottomani sia della Germania e dell'€™Austria imperiali, alleate politiche e militari della Turchia durante la Prima Guerra Mondiale, l"€™irrefutabile volontà  genocidaria del governo turco. Tradotto molto recentemente in italiano, consente al nostro Paese di avere una fonte informativa tra le più dettagliate ed esaustive sull"€™intera questione, collocando il Metz Yeghérn in una analisi storica che parte dai conflitti d"€™interesse tra le Grandi Potenze, preludio della Prima Guerra Mondiale, fino a concludersi con un capitolo dedicato alla comparazione tra il genocidio armeno e al Shoah.

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Gli armeni "€“1915/1916 Il genocidio dimenticato
di Yves Ternon
Ed. Rizzoli, Milano 2003
In questo libro, pubblicato in Francia già  nel 1977, ma solo oggi tradotto in italiano, l"€™autore non solo ricostruisce la storia della persecuzione di questo popolo, ma fa riflettere il lettore su quanto pericolosi per la storia futura di ogni popolo possano essere i silenzi sulle violazioni dei diritti umani, quanto il voltare la testa dall'€™altra parte, per far prevalere la ragion di Stato spiani la strada al perpetrarsi di analoghi catastrofi taciute ed impunite.

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Hushér: La memoria "€“ Voci italiane di sopravvissuti armeni
a cura di Antonia Arslan e Laura Pisanello
Ed. Guerini e Associati, Milano 2001
"€œHushér"€ in lingua armena armena significa "€œMemoria"€. Memoria di un passato che non si vuole venga cancellato e negato. Le autrici hanno raccolto una serie di testimonianze tra armeni della diaspora che vivono in Italia, sopravvissuti al genocidio, o tra i loro figli, che hanno conservato l"€™eredità  della preziosa e sofferta memoria dei loro cari. Ricordi di una catastrofe che si abbattè su di loro giovanissimi, ancora bambini, incapaci di comprenderne le ragioni. In queste testimonianze emergono però tanto coraggio, amore per la vita e, quel che più colpisce, assenza di odio nei confronti del popolo turco. C"€™è infatti la capacità  di distinguere tra il progetto criminale di un manipolo di governanti e tanta gente comune, senza il cui coraggioso aiuto molti non sarebbero sopravvissuti, conservando la fiducia verso gli altri e la vita.

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Voci nel deserto. Giusti e testimoni per gli armeni.
di Pietro Kuciukian
Ed. Guerini Associati, Milano 2000
Troviamo qui ampiamente documentate le esperienze di undici giusti per il popolo armeno. Anche a questi "€“ come ai giusti per gli ebrei "€“ è stato conferito un riconoscimento per quanto hanno operato al fine di esser stati "€œtestimoni attivi"€ del genocidio armeno o per aver salvato cittadini armeni dalle stragi. I loro nomi sono impressi sul Muro della Memoria che, attiguo al Monumento al Genocidio, si erge sulla Collina delle Rondini a Erevan.
Armin Wegner, Henry Morghentau, Giacomo Gorrini, Franz Werfel, Giovanni Lepsius "€“ forse i più noti tra gli occidentali - Naim Sefa e Ali Souad "€“ giusti di nazionalità  turca "€“ hanno cercato di fare tutto quanto era in loro potere per rendere giustizia agli armeni che "€œnel deserto del nulla"€, come scrisse A. Wegner, "€œmorirono di tutte le morti della terra, le morti di tutti i secoli"€.

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Armin T. Wegner e gli armeni in Anatolia, 1915 Immagini e testimonianze
Ed. Guerini Associati, Milano 1996
La vita di Armin T. Wegner, le foto che egli scattò in Anatolia a documento del "€œGrande Male"€, le lettere inviate a persone care, in cui racconta la sua grande angoscia nel sentirsi impotente dinanzi a tanto dolore. Le note, storiche lettere al Presidente americano Woodrow Wilson e a Hitler, in cui invoca, inascoltato, giustizia per gli armeni e per gli ebrei. Tutto ciò con note storiche e bibliografiche, fanno di quest"€™opera un testo fondamentale per la conoscenza non solo del genocidio armeno ma anche di una esemplare figura di uomo giusto, che con straordinario coraggio ha sempre lottato per la verità  e la giustizia, ben sapendo che avrebbe pagato, per questa scelta, un prezzo molto elevato

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Hayastan "€“ Diario di un viaggio in Armenia
di Alice Tachdjian Polgrossi
Ed. Del Girasole, Ravenna 1998
L"€™autrice, figlia di armeni, nata in Francia e residente in Italia, visita per la prima volta la terra delle sue origini. È un viaggio attraverso un"€™Armenia da poco indipendente, che ancora soffre le conseguenze di una recentissima guerra e di un devastante terremoto, ma la cui popolazione si dimostra forte, coraggiosa, con lo sguardo volto al futuro. È un viaggio intriso di storie personali, in cui tuttavia il racconto si arricchisce di informazioni, curiosità  sui luoghi, sulle consuetudini, sulla cucina, sulle feste, su quanto di antico gli armeni di oggi continuano a conservare, nonostante il fuggire della storia.

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Pietre sul cuore
di Alice Tachdjian
Ed. Sperling & Kupfer, Milano 2003
Il libro è costituito dai diari di Varvar, che all'€™età  di sei anni vede, nell'€™estate del 1915, in pochi giorni, distrutti la propria famiglia e il proprio universo per sempre. Scampata al genocidio, dopo lunghe peregrinazioni Varvar approda in Francia. Qui si costruisce una nuova vita irta di difficoltà , da apolide.
Varvar è la madre dell'€™autrice, che, traducendone i diari, ha donato a tutti lettori un"€™eredità  tanto preziosa. Scelta immaginiamo non facile, ma si intuisce, forse, dettata dalle parole della stessa Varvar che scrive: "€œMa perché Dio ha voluto che noi bambini sopravvivessimo? Perché siamo stati risparmiati dalla furia omicida? Forse noi fummo dispersi per il mondo come una manciata di semi in cerca di terra fertile per testimoniare, ricordare e indicare ai nostri figli la via impervia e dolorosa del perdono"€.

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La roccia e il melograno
di Franca Feslikenian
Ed. Mursia, Milano 2000
L"€™autrice percorre, tra storia vera e propria e leggenda, laddove ci si allontana sempre più nel tempo, le origini delle famiglie dei propri genitori. Un racconto fluido e ricco di stimoli, per volerne sapere di più. Tra le figure descritte, non può non aver il posto centrale quella del padre Aram. Valente medico, scampato al genocidio e divenuto punto di riferimento per gli armeni della diaspora residenti a Milano, è, assieme alla nonna, il perno della crescita spirituale di Franca. Li perderà  entrambi prematuramente, ma rimaranno sempre presenti nella sua vita. È una storia di donne coraggiose e tenaci, che hanno affrontato le avversità  della vita con energia. Il racconto è tutt"€™altro che cupo, ma costellato da tante immagini ricche di humour e ironia.

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La croce e la mezzaluna
di Manug Khanbeghian
Ed. Anna Maria Mungo, Milano 2001
Un romanzo che narra, attraverso personaggi trasfigurati dalla fantasia dell'€™autore, la storia di un villaggio e di una famiglia spazzati via dalle stragi del 1915.
È soprattutto una storia di donne, che tenacemente sanno resistere alla propria terra e, pur defraudate di tutto, riescono a sopravvivere con dignità  e a mantenere vive le proprie tradizioni e la propria cultura. Molto utile, a completamento della pubblicazione, un"€™appendice sulla geografia e la storia dell'€™Armenia.

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I quaranta giorni del Mussa Dagh
di Franz Werfel
Ed. Corbaccio, Milano 1997
Questo ampio romanzo, ispiratosi a fatti storici realmente accaduti, narra la tragica e strenua resistenza di circa cinquemila armeni che, per fuggire alla persecuzione dei turchi, nel luglio 1915, si rifugiano sul massiccio del Mussa Dagh, a nord di Antiochia. Qui tutti, uomini, donne e bambini, si organizzano per combattere e difendersi, fino alla fine. Dopo esser riusciti a resistere fino ai primi di settembre, quando ormai cibo e munizioni scarseggiano e le malattie e gli stenti stanno decimando la piccola comunità , arriva provvidenziale una nave francese che, ricevuto un segnale da parte degli eroici messaggeri armeni, riesce a trarre in salvo i superstiti.
All"€™interno di questa epopea corale, vivono tante storie individuali, frutto della creatività  dell'€™autore. Incontriamo però anche personaggi storici, come Giovanni Lepsius, pastore tedesco responsabile della Missione Tedesco-Orientale, che cerca invano di indurre il triumvirato turco a desistere dai suoi progetti di sterminio. Il capitolo del romanzo relativo all'€™incontro tra Lepsius e Enver PasciÍ  è basato su quanto storicamente documentato.
Nella recentissima pubblicazione La vera storia del Mussa Dagh, di Flavia Amabile e Marco Tosatti (Ed. Guerini e Associati, Milano 2003), vengono riportati, per la prima volta tradotti in italiano, documenti storici e testimonianze su questa pagina della storia armena cui F. Wernel si è ispirato.

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Il canto del pane
di Daniel Varujan
a cura di Antonia Arslan
Ed. Guerini e Associati, Milano 1992
Il canto del pane è una raccolta di poesie, rimasta incompiuta. Iniziata negli anni 1913-14, fu interrotta dalla morte del poeta che, assieme all'€™élite armena di Costantinopoli, fu arrestato nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915. Varujan verrà  poi ucciso a colpi di pugnale il 26 agosto dello stesso anno, a soli 31 anni.
Il canto del pane uscirà  postumo, a Costantinopoli nel 1921, dopo che il manoscritto viene fortunosamente recuperato, eludendo le maglie della censura turca.
Poeta poco conosciuto in Italia, Varujan è considerato uno dei maggiori artefici della lirica armena. In questa raccolta i versi trasmettono immagini della propria terra, della vita contadina: immagini apparentemente semplici, ma in realtà  intrise di simboli. I colori, accesi, sono anch"€™essi allusivi e simbolici. Il legame con la terra e i suoi cicli vitali, si fonde con la figura femminile: entrambe portatrici di vita. In questi versi ogni essere vivente appare immerso nell'€™armonia del creato, ma la pace è apparente, poiché compaiono segnali minacciosi, presagi di distruzione e di morte. Le stragi del 1896 non potevano non aver lasciato una profonda ferita nella sensibilità  del poeta.
In Varujan riscontriamo anche una religiosità  profonda, in cui Dio accoglie il popolo tra le sue infinite braccia e in cui Maria è innanzitutto madre, di tutte le creature.
(sempre di Varujan si veda la raccolta Mari di grano, Ed. Paoline 1995, a cura di A. Arslan).

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La masseria delle allodole
di Antonia Arslan
Ed. Rizzoli, Milano 2004
Il primo romanzo per l"€™autrice di tanti saggi sulla letteratura italiana e sulla cultura armena. Sia pure trasfigurati dalla fantasia, i personaggi riaffiorano dalle memorie di famiglia, dai racconti sentiti da bambina, da vecchie foto di parenti di cui conosce le vicende lontane.
Il protagonista nel 1915 è stato studente al collegio armeno di Venezia, ma è in procinto di tornar a far visita ai familiari rimasti in Armenia. Il suo viaggio sarà  impedito dall'€™entrata in guerra dell'€™Italia. Nel frattempo in Armenia si compie la tragedia. Protagoniste soprattutto le donne, madri, figlie, sorelle, che nella marcia verso il nulla, riescono a sopravvivere, nel fisico e nello spirito, fino a raggiungere, dopo una lunga serie di rocambolesche avventure, il loro congiunto in Italia.
Una storia scritta non solo con grande arte narrativa, ma soprattutto con amore, con l"€™amore verso quei personaggi-persone vere che hanno chiesto di essere ricordati.

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Renato Petrucci. I sogni e le storie

Renato Petrucci. I sogni e le storie

31 ottobre – 28 novembre 2004

Un talento poliedrico, che spazia dalla grafica, alla scultura, alla pittura. Un insegnante interessato ai nuovi linguaggi che aiuta i giovani artisti. E' Renato Petrucci, artista e poeta abbruzzese a cui è dedicata questa mostra antologica.

31 ottobre – 28 novembre 2004
Palazzo del Monte di Pietà  - Piazza Duomo
Ingresso libero

Orario: 9:30-13:00, 15:30-19:00; chiuso i lunedì non festivi.

La mostra è curata da Luisa Bazzanella Dal Piaz.

INAUGURAZIONE
Sabato 30 ottobre 2004 ore 18:00
Palazzo del Monte di Pietà  - Piazza Duomo, Padova

Accompagnano la mostra alcuni incontri organizzati dall'area Creatività  di Progetto Giovani. Il calendario degli appuntamenti all'indirizzo: http://www.padovanet.it/progettogiovani/news_more.asp?k=1377


Informazioni


 

L'artista

Biografia
Renato Petrucci è di origine abbruzzese. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma e si diploma in scultura con Pericle Fazzini, che ne segna l’attività con l’adesione alla realtà  e al significato del proprio fare, così espresso dallo stesso maestro: "… credo che il vero artista abbia il potere di fissare le proprie sensazioni e il sentimento del proprio tempo in accordi spaziali e dentro i ritmi geometrici".

Appena diplomato, dà  vita con altri colleghi al “Gruppo di ricerca fotografica e audiovisivo per un’analisi alternativa della comunicazione” che trova nel critico Enrico Crispolti un valido sostenitore. La novità  della proposta si apre a dibattiti pubblici a cui seguono mostre a Roma, in altre città  italiane e alla XXXVI Biennale di Venezia.

Negli anni Ottanta inizia l’insegnamento di discipline plastiche all’Istituto d’Arte "Pietro Selvatico" di Padova. La sua attività  di insegnante gli permette di interessarsi alla creatività  giovanile e ai linguaggi innovativi e sperimentali, sostenendo e guidando i giovani artisti. Ma la sua attenzione alla creatività  giovanile si rivolge anche all’esterno della scuola e dà  vita a iniziative che coinvolgono la città : la realizzazione dei murales del Parco Prandina in Corso Milano da parte degli studenti del Selvatico e la costituzione nel 1989, all’interno di Progetto Giovani del Comune di Padova, di un settore legato alla promozione di dibattiti, mostre, varie iniziative per sostenere e guidare i giovani artisti.

Della sua città  d'origine, Penne, terra colta, ricca di tracce antiche specie rinascimentali, conserva un equilibrio che permette di cogliere i valori profondi che accomunano le persone e improntano la sua ricerca personale. Promuove a Padova mostre di artisti abruzzesi creando attraverso l’arte una comunicazione, un legame culturale tra le due terre.

Muore a Padova nel 1999.



Opere
Il periodo della fine degli anni Settanta ha come protagonista la ceramica accesa con i colori intensi delle vernici per automobili, coperta da scritte e modellata in forme metafisiche, in città  sognate, “ Città  dei desideri liquidi”, “Ascoltando il paesaggio”; seguono nello stesso materiale delle steli che hanno come protagonista il mito, chiave per interrogarsi sul senso della vita.

Negli anni Ottanta accosta alla ceramica il bronzo e dà  vita a installazioni con figurette danzanti su lunghi steli, che si interrogano sui valori della vita. Le sue opere sono esposte in una serie di mostre negli anni Novanta, insieme a quelle di altri amici del gruppo “Visiva Anni Novanta” coordinato da Maria Beatrice Autizi Rigobello.

Si cimenta con tecniche diverse, la pittura a colori contrastanti acrilici nel ciclo “Pneuma - Partenze”, la scultura lucente e levigata in marmo di Carrara, la cera fluida e trasparente in dittici di grandi dimensioni in cui protagonista è sempre l’uomo.

Il rapporto con la natura diventa un impulso per realizzare nuove composizioni in bronzo: canne palustri, rami di vite si solidificano nella colata del metallo per sostenere un’umanità  inquieta e nei titoli suggestivi e rivelatori si fa riferimento alla narrazione biblica: "A due passi dal cielo", "Io vi aprirò l’abbondanza della vita". Una raccolta di conchiglie diventa occasioni per creare delle piccole sculture in argento, in cui guerrieri, amanti, conchiglie si saldano in un rapporto poetico con il mare.

La poesia, in versi sciolti, resta un altro documento della sua presenza al mondo.

 

 

Per informazioni:


Settore Attività  Culturali - Servizio Mostre
tel. +39 049 8204528
e-mail: tedeschif@comune.padova.it

 

 

 

Elio Armano. Enigmi di terra e nell'aria

Elio Armano. Enigmi di terra e nell'aria

Elio Armano. Enigmi di terra e nell'aria

Sculture che spaziano dalla cultura materiale preistorica a suggestioni di misteriosi frammenti dal futuro. Tra memoria ed attesa.

Prorogata fino al 28 novembre 2004
Oratorio di San Rocco, via Santa Lucia - Padova
Ingresso libero

Orari:
dal martedì alla domenica ore 9.30/12.30 - 15.30/19.00.

INAUGURAZIONE
23 settembre ore 18 - Oratorio San Rocco
La mostra sarà  presentata dal critico d'arte Giorgio Segato


L'artista


Elio Armano è nato nel 1945 a Padova dove attualmente vive e lavora. Conclusi gli studi presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia con Alberto Viani, ha ottenuto nel 1967 il premio di scultura dell'Opera Bevilacqua La Masa. Ha poi proseguito la ricerca artistica e l'attività  plastica dal bronzo alla terracotta, compiendo nel contempo le esperienze più varie dalla scenografia al restauro, dalla grafica al giornalismo e alla vita politica e istituzionale.

La mostra


Continua il ciclo espositivo avviato a Badoere (Futuri frammenti, 2003), proseguito al museo archeologico nazionale di Este (Tera crea, 2004), e che ha portato l'artista ad un sempre più stretto dialogo con la materia, la creta, la terracotta, e con forme semplici, minimali, quasi appunti plastici che spaziano dalla cultura materiale preistorica, e dalle prime manipolazioni in creta, a suggestioni di misteriosi frammenti dal futuro, recuperati in terra e catalogati con cura, alcuni collocati in strutture aeree, ad antenna, per meglio sentirne la voce segreta, il rapporto con la natura e con l'homo faber. Testimoniano una necessaria fase di ascolto e di ricomposizione dell'artista, non solo di un proprio personale linguaggio, ma del linguaggio plastico in generale, del linguaggio della scultura fuori dagli accademismi e dal troppo ingombrante bagaglio tecnico e formale della scultura accumulata nel secolo scorso, quando indubbiamente si impose tra le più alte ed espressive manifestazioni d'arte di ogni tempo.

Armano cerca, disegna, modella, scava, recupera forme allusive, sedimenti della memoria visiva e tattile, impressioni paesaggistiche, ricordi di giochi di modellato nell'infanzia e nell'adolescenza, quando "mettere le mani in pasta" significava davvero "creare" pensando a un mondo nuovo.

Il suo metodo parte da una sperimentazione primaria. Raccoglie in teche, in lunghe scatole, famiglie di triangoli striati, di rocchetti, cilindri, punte di frecce seghettate e forate, baccelli, larve, sentendo nell'accumulo una maggiore possibilità  di riuscita, di insorgenza del progetto, specialmente se accompagnato da ordinatissimi quadernini di disegni di studio e preparatori.

Un lavoro di catalogazione che unisce due esigenze interiori: l'esplorazione nella memoria che ha radici fonde nella storia, nella memoria genetica e nei gesti tradizionali del fare, del costruire, del trasformare; e l'ascolto, "a futura memoria" in attesa di un nuovo disvelarsi all'immaginazione della materia e della forma.

Informazioni


Ufficio Programmazione Culturale
tel. + 39 049 8204523
fax +39 049 8204545

Le interviste della settimana

Le interviste della settimana

Questa settimana PadovaCultura ti propone un incontro ravvicinato con due artisti, il pittore Giuseppe Toma e lo scultore Elio Armano, le cui opere sono esposte in questi giorni a Padova, nella Sala Samonà  della Banca d'Italia ("€œDal realismo al paesaggio antropomorfo"€ - Toma) e all'Oratorio di San Rocco ("€œEnigmi di terra e nell'€™aria"€ - Armano).

Giuseppe Toma ed Elio Armano sono due personaggi molto diversi tra loro, accomunati però da una intelligenza viva che fa sì che starli ad ascoltare sia estremamente interessante.

Curiosamente, poi, entrambi girano per Padova in bicicletta, entrambi sono legati in qualche modo all'€™architettura ed entrambi hanno un rapporto intenso, seppur diverso, con le culture dell'€™America Centrale.

Buona lettura.

Intervista a Giuseppe Toma

Intervista a Giuseppe Toma

Anche un passante distratto, camminando per via Roma, viene attratto dai quadri di Giuseppe Toma esposti nella Sala Samonà  della Banca d"€™Italia. Colpiscono immediatamente la qualità  della luce, la luminosità  dei colori e la sinuosità  delle architetture.

Tra i primi dipinti ad olio di Toma ci sono alcune scene di vita contadina ambientate in Puglia, il luogo dell'€™infanzia. I colori sono cupi: frutti, tronchi di ulivi, volti fieri di uomini e donne.

Tre contadini, 1970


Ora un"€™intensa atmosfera mediterranea pervade i suoi lavori: il mare, il cielo, le case bianche del Salento che diventano tridimensionali, vengono fuori dal quadro, ricordando le prospettive impossibili di Escher. Ma un"€™osservazione più attenta rivela che attraverso gli archi, le scale, le finestre, le case prendono vita assumendo sembianze umane: si guardano, si distendono, si stringono in un abbraccio... Rappresentano l"€™amore, l"€™amicizia, la gelosia.
Il desiderio e insieme la difficoltà  di stare insieme.

La solidarietà , 1983


Giuseppe Toma parla di tutto questo con sguardo ispirato. Dai suoi modi antichi traspare una grande gentilezza e una grande passione. «Se ho allievi? Certo, mi diverto ad insegnare!», risponde con tono vivace. Mi racconta che nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sono delle bellissime vetrate colorate. In alcuni punti però, il pezzo di vetro è stato sostituito. Si vede subito che il colore è diverso da quello originale e stona. «Come mai il colore è diverso?» ha chiesto lui alla guida durante la visita. ͈ successo che il vetraio ha portato con sé nella tomba la formula chimica per ottenere quel colore. Nonostante tutti i tentativi, non è possibile creare di nuovo quel preciso colore.
«Quello che so, mi piace darlo agli altri», dice Toma. «Se la mia esperienza può essere utile, sono contento di trasmetterla. Non voglio essere come il vetraio di Notre-Dame».

Il lavoro, 1997



Mi racconta come si è avvicinato alla pittura?

Le origini si perdono nell'€™infanzia. Mi ricordo che avevo un"€™insegnante che aveva tentato il suicidio (per amore, dicevano alcuni) ed era rimasta senza gambe. Questa insegnante della scuola elementare veniva accompagnata in classe, la sedevano alla cattedra e lei aveva bisogno di uno che scrivesse bene alla lavagna, in stampatello, e di un altro che facesse i disegni. Ha scelto me per i disegni, perché si vede che aveva visto che avevo qualche qualità , e io facevo i disegni per tutti i ragazzi. Poi passavano i colleghi della maestra per salutarla, vedevano questi disegni e chiedevano: "€œChi l"€™ha fatto?"€. E allora mi chiamavano nelle altre classi: partivo dalla seconda e andavo nelle terze, nelle quarte e nelle quinte. Tutto il giorno ero arrampicato su questo sgabello a disegnare. In quinta elementare il preside ha chiamato mio padre e gli ha proposto per me una borsa di studio. Ha detto: "€œA questo ragazzo gli facciamo fare le scuole dell'€™arte"€. "€œNo, ma scherza!"€ ha detto mio padre, "€œfanno la fame, fanno la fame"€, e non ha accettato. Dopo io ho sempre coltivato questo amore per l"€™arte. Quand"€™ero ragazzino mia madre si tagliava i capelli e li vendeva in cambio di un pettinino, del sapone. Mi ricordo di avere tanto pregato mia madre: "€œMamma, mamma, i colori per piacere!"€. I pastelli, volevo. E una volta me li ha comprati. E con questi pastelli io disegnavo continuamente. Mi ricordo che una volta ho fatto una farfalla in movimento. Ho disegnato il corpo affusolato dell'€™insetto e ho disposto le ali come se fosse in movimento. Io non avevo mai visto un cartone animato: non avevo mai visto la televisione, non sapevo niente. Sono corso da mia madre: "€œMamma, mamma! Ho inventato il movimento!"€ "€œCos"€™hai inventato?"€ ... mia madre non capiva. Però quando sono arrivato a Padova (facevo l"€™ufficiale) ho scoperto i futuristi e mi sono detto: "€œCome mai io, piccolino, lontano, in un paese del Sud, percepivo questa cosa?"€. Io la sentivo come mia, questa invenzione. Quando ho visto i cartoni animati di Walt Disney ho detto: "€œE io che pensavo di essere l"€™unico..."€ Forse c"€™era in me questo desiderio di tentare nuovi approcci col disegno.
Questi sono gli inizi. Poi ho cominciato a dipingere qualche ritratto, di qualche fidanzata, di qualche parente... mi ricordo di un volto di Cristo, che non so dove sia andato a finire. Poi sono arrivato alla nostalgia di un paese: a riprodurre le cose mie, del passato (ero a Padova ormai). Chiudevo gli occhi e immaginavo il mio luogo natio. E poi sono arrivato a questo.

Qual è la sua fonte di ispirazione?

Alla base c"€™è un viaggio nell'€™America Centrale. Qui ho scoperto la semplicità . In questi posti avevano una grande solidarietà  tra di loro: uno pescava, e pescava per tutto il villaggio. Era una cosa molto bella. Pescava, ma lasciava andare il pesciolino e prendeva il pesce più grosso: "€œEh, il pesciolino crescerà , dopo"€. Mi ha insegnato molto: nella nostra società  consumistica noi mangiamo il pesciolino appena nato, ce ne approfittiamo. Quando sono tornato ho visto che noi europei, e anche gli americani, siamo inseriti in un contesto quasi militare: siamo inquadrati in fila verso il consumismo, come militari assoldati per consumare. Dentro di noi però c"€™è ancora l"€™amore, la voglia di fratellanza, di amicizia, di dialogo. Questa cosa è in noi, nonostante il fatto che siamo irreggimentati. E allora ho cominciato a disegnare l"€™individuo, e lo facevo rigido, lo squadravo con linee rette. Poi ricavavo dalle parti anatomiche gli archi. L"€™arco è il pensiero positivo, la voglia d"€™amare. Quindi nel corpo umano ricavavo queste aperture, quasi ad invitare me stesso e gli altri a riscoprirle. Ho visto che attraverso questo segno potevo raccontare tutto dell'€™uomo. Dalla religione alla letteratura... posso parlare di qualsiasi cosa attraverso un bel paesaggio, un castello. Ma all'€™interno, oltre alla visione architettonica, il quadro contiene la voce dell'€™autore che cerca di dialogare con il pubblico. Mi sembra che questo sia percepito, specie dalle persone sensibili. Tutti i miei quadri sono un intreccio di sogno e realtà . Per esempio, il quadro delle "€œGemelle"€ l"€™ho fatto prima dell'€™11 settembre. Ho detto: faccio queste due ragazze di schiena, e gioco sulla gonna, sui porticati. Quando l"€™ho fatto non pensavo alle torri gemelle. Dopo ho riscoperto questo disegno ed è venuto fuori un altro messaggio, attuale, che dà  il senso della pace ma anche del panico. Si può pensare che le due ragazze stiano giocando, correndo o scappando: rimane questo dubbio. In primo piano ci sono dei piedi, che sembrano quasi recisi: non hanno le basi e forse cadranno. Sullo sfondo ci sono due gabbiani, ma noi sappiamo che sono stati due aerei.. insomma è un intreccio di sogno e realtà . Quando io metto una donna china su un individuo che è steso per terra, e la chiamo "€œSolidarietà "€, essa rappresenta la religione ed è un invito al dialogo. L"€™uomo deve riscoprire il dialogo, deve stare con l"€™Altro. Io sono qui di fronte a Lei: devo apprendere da Lei il meglio che ha Lei. E Lei deve apprendere da me il meglio che ho. ͈ dall'€™incontro che c"€™è arricchimento ed evoluzione. Questo è il mio concetto della vita, e tento di metterlo in risalto attraverso i colori, le forme. Da quello che mi sembra, qualcosa ho raggiunto.

Mi parla del suo rapporto col pubblico?

Il pubblico reagisce molto positivamente. Ho visto anche uno spagnolo, un giapponese, che mi hanno detto: "€œLo sa che la sua pittura è una cosa universale?"€. Cioè è comprensibile per tutti gli abitanti della terra, non si rivolge solo a un pubblico mediterraneo, anche se attinge alla storia del mediterraneo. Il messaggio, inserito in questo paesaggio che poi è il corpo umano, è universale. L"€™amore, la solidarietà , lo stare insieme sono concetti universali. Ognuno dei visitatori riesce a percepire una propria emozione e molti visitatori nel libro [guest book] hanno scritto "€œgrazie per le emozioni"€.

Qual è il suo metodo di lavoro?

La tecnica è quella dell'€™olio: con l"€™olio posso fare tutte le trasparenze possibili. I miei quadri sono buoni dal punto di vista coloristico. Alcuni critici hanno parlato di "€œcolore raffinato"€. Ma non è il colore... in un quadro il colore conta il 10-20 per cento, ma più di tutto è importante l"€™impaginazione delle masse. Il quadro dev"€™essere un tutt"€™uno tra forma, impaginazione e colore. Solo così si ottiene un risultato gradevole. Perfino nell'€™astratto penso che sia così. E poi penso che l"€™astratto non esista. L"€™astratto è una cosa indefinita: quando io poggio la penna su un foglio e faccio un puntino, è già  qualcosa di concreto. Una linea è già  concreta, una chiazza di colore è già  concreta. Che poi il pensiero possa andare al di là , nell'€™infinito: bene, se riesci ad accompagnare nell'€™infinito!

Che consigli ha per un giovane pittore?

Nella mia scuola elementare si cominciava con le aste. Allora noi ragazzini non sapevamo tenere in mano una penna. C"€™erano pennino ed inchiostro, e nessuno aveva in casa pennino ed inchiostro. E a scuola ti dicevano di fare le aste: dentro il rigo dovevamo fare dei segni dritti, ed era molto difficile. Allora, prima di tutto è importante la manualità . Cosa vuol dire? Disegnare, disegnare e disegnare. Le cose più futili: il fiore, la foglia, la foglia di una rosa e la foglia di un ulivo, poi le mani, la bocca, il sorriso... non è facile, ma un po"€™ alla volta la mano e l"€™occhio di chi disegna riescono a vedere le luci e le ombre. Alla base ci devono essere una buona idea e un buon disegno. Poi successivamente si aggiunge il colore. Il giovane poi non deve pensare di diventare ricco. Io ho fatto l"€™ufficiale, l"€™impiegato di banca, e nel tempo libero, anziché "€œfare le vasche"€, come si dice qui a Padova, mi ritiravo in studio a dipingere, ogni giorno. Perché mi piaceva, certamente. Questo ha pagato nel tempo. Anche Vittorio Alfieri disse "€œVolli, volli, fortissimamente volli"€: a furia di insistere, qualcosa salta fuori. E"€™ basilare avere, non dico delle qualità , ma delle propensioni. Se ti senti portato, poi i risultati vengono. Se c"€™è amore saltano fuori anche i baci.

Laura Lazzarin

Intervista a Elio Armano

Intervista a Elio Armano

Intervista a Elio Armano

Ma Lei quante interviste ha fatto finora?» mi chiede lo scultore Elio Armano, raddrizzandosi sulla sedia di fronte a me. Siamo in un bar, seduti a un tavolino all'€™aperto, in un pomeriggio di settembre un po"€™ afoso e con il cielo velato, di quelli che qui a Padova conosciamo bene.
 

Elegante e cortese, Armano è stupito del fatto che non studio storia dell'€™arte. Quando gli racconto del mio interesse per l"€™antropologia, chiede se davvero mi diverte ascoltare la gente. Se mi soddisfa.

͈ molto interessante ascoltare Armano: parla della sua esperienza artistica e della sua concezione di scultura, e racconta del suo rapporto con la creta e con il pubblico.

«Insegna, ha allievi?» gli domando alla fine, mentre mi accompagna a vedere il suo oggetto-scultura posto in piazza Garibaldi, un pezzo di calcestruzzo che risponde alla sua idea di arte civile: un"€™arte senza pretese, disseminata nell'€™ambiente urbano con lo scopo di "€œrendere più vivibile, più gradevole, più civile il mondo"€.
«In un mondo come questo, di stragi, di guerra, di povertà ... come si fa ad insegnare qualcosa!» esclama. ChissÍ  se il suo maestro Alberto Viani ha pensato la stessa cosa, quando ha dato al giovane Armano le chiavi dell'€™Accademia.

Quando la ragazza del bar è venuta a prendere le ordinazioni, Armano ha chiesto un Rabarbaro Zucca. La ragazza è rimasta lì dubbiosa. «E"€™ un liquore», ha spiegato Armano. E poi, con una malinconia appena percepibile, ha confermato come tra sè: «Non ce l"€™avete. ͈ che parlando di Viani mi è venuto in mente il rabarbaro».
Decisamente, mi piace ascoltare le persone.

Mi racconta il suo percorso artistico? Come è arrivato alla scultura?

Come sono arrivato alla scultura? Io ho 59 anni ma non è che la scultura, come qualcuno ha raccontato sulle cronache locali, io l"€™abbia scoperta adesso. La scultura mi ha sempre accompagnato, non dico da bambino, ma quasi. Sono sempre stato attratto dal disegno e ho sempre disegnato dando molta importanza ai contorni delle cose. Il disegno degli scultori è molto diverso dal disegno dei pittori. Quindi ho sempre avuto interesse per un disegno teso a riappropriarsi del volume delle cose. Ma al di là  di questa preistoria ormai troppo lontana, ho frequentato a Padova l"€™istituto d"€™arte, proprio nella sezione di scultura, dove eravamo pochissimi allievi. Tutti facevano affresco, oreficeria... la sezione di scultura era frequentata da pochi ma buoni. Avevamo un grande laboratorio a disposizione di tre o quattro allievi. ͈ stata un"€™esperienza precoce che si accompagnava ad una grande curiosità  intellettuale, per le manifestazioni artistiche in generale. Dall'€™istituto d"€™arte ho proseguito gli studi all'€™Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ho avuto la fortuna di avere come maestro Alberto Viani, che è stato uno dei più grandi scultori italiani. Sono andato all'€™Accademia dopo un anno, o forse due, di esperienza da privatista, perché ero piuttosto vivace politicamente: avevo contestato l"€™autoritarismo dell'€™istituto d"€™arte di allora. Quindi ho studiato da solo insieme a Roberto Cremesini e a Girolamo Zampieri, che è uno dei dirigenti dei Musei Civici. Nella pausa tra l"€™istituto d"€™arte e l"€™Accademia ho fatto anche tanti lavori strani per mantenermi, perché sono rimasto orfano a 14 anni, ma ho riempito queste molteplici attività  con una grande curiosità  intellettuale: non mi è mai sfuggita nessuna mostra, sfogliavo tutti i libri che riguardavano la scultura e le arti in generale. Quando sono arrivato all'€™Accademia, fin dal primo momento Viani, vedendo il pacco di disegni che avevo con me, mi ha dato carta bianca. Avevo addirittura le chiavi per accedere all'€™Accademia anche di pomeriggio. Poi ho fatto altre cose, ma la scultura è stato il mio primo amore, che non ho scordato mai e che adesso ho ripreso alla grande e in modo totale, anche perché non credo che mi sia dato di vivere più di 120 anni...

E il rapporto tra la scultura e le altre cose che ha fatto in questi ultimi anni?

Dice la politica? Mi sono occupato di politica, però non vorrei che parlasse di questo, perché se no si finisce sempre di parlare di Armano come un politico che fa lo scultore nel tempo libero. La mia frequentazione dell'€™Accademia ha coinciso con il famoso Sessantotto, e lì sono diventato il leader della situazione. Nel "€™69 paralizzammo la Biennale d"€™Arte di Venezia. Anziché seguire il percorso dell'€™insegnamento e diventare assistente all'€™Accademia, cosa che mi sarebbe stata possibile, visto che ero il più vivace ed anche quello che prendeva i migliori voti, io ho preferito per coerenza prendere un"€™altra strada e quindi prima a metà  tempo, poi a tempo pieno sono stato per un decennio funzionario e dirigente dell'€™allora Partito Comunista Italiano. Però presto mi sono dotato di uno studio che avevo in una casa malridotta e abbandonata del centro storico, e l"€™ho riempito di tutte le cose che avevo a Venezia. L"€™atelier dell'€™Accademia era il mio atelier personale, pieno di sculture e di cose anche grandi... dopo c"€™è stato dell'€™altro, ma meglio che parliamo di scultura.

Qual è il suo rapporto con la tradizione? Come si fa ad elaborare un linguaggio personale?

Non mi sono mai posto questo problema e credo di essere fortunato, nel senso che io conosco tanti che ossessivamente si pongono il problema di scavarsi una loro nicchia riconoscibile dal punto di vista stilistico: una cifra interpretativa, della quale finiscono per diventare prigionieri. Io negli anni della formazione avevo delle idee abbastanza chiare. Non mi interessava la cosiddetta "€œtradizione"€. Essendo onnivoro, ho sempre amato fin da subito le cosiddette "€œavanguardie"€. Dico cosiddette, perché devo ancora capire con che parametri si misura ciò che è retro e ciò che è avanti. Per esempio avevo un amore non comune sia per le manifestazioni della scultura e dell'€™arte cosiddetta "€œprimitiva"€, africana, precolombiana... e insieme per Henry Moore e per tutti i grandi scultori dell'€™inizio del secolo. Come poi io sia arrivato a fare le cose che faccio adesso, non lo so. Anche perché ho fatto tante cose diverse: negli anni "€™60 ho anche lavorato con la gomma piuma dipinta. Più che delle sculture erano degli eventi teatrali che si chiamavano happening. Comunque quella è stata una parentesi. Ho sempre pensato di fare cose di grandi dimensioni, da collocare nell'€™ambiente urbano. Non ho mai pensato alla scultura come a qualcosa di piccolo. Anche perché la scultura piccola in realtà  diventa una sorta di soprammobile, un ninnolo, mentre la scultura dovrebbe avere una dimensione civile: dovrebbe essere messa in mezzo all'€™architettura, nei centri urbani, nelle strade, magari negli ambienti squallidi delle periferie, senza pretese artistiche.

E nel caso delle ultime cose che ha esposto?

Queste sono cose che fanno parte di un discorso che porto avanti ormai da qualche anno e che si è sviluppato usando la creta. Perché fino a qualche tempo fa non avevo più lo studio, e allora mi tornava comodo lavorare a cose piccole che facevo con la creta. Sono cose che sono nate prima come piccoli plastici, "€œpaesaggi in scultura"€, tra virgolette. Erano piccoli plastici di realtà  collinari, oppure mare ed isole, che declinavano il mio amore per i paesaggi dei colli Euganei ma anche per quelli dell'€™Istria. Pian piano queste cose sono diventate autonome: sono diventate degli oggetti a forma di trangolo striato, scavato e segnato. Poi ho cominciato a montarle insieme e quindi sono diventate antenne, parabole, obelischi, frammenti vari che ho composto in casse riempite di sabbia. Queste cose sono nate in modo spontaneo, senza che mi ponessi grandi problemi di concezione. E sono nate anche e soprattutto dal disegno: da anni riempio di disegni decine di libretti che porto con me. ͈ una cosa che ho imparato a fare quando la mia vita era piena di riunioni. Ho un inventario di cose da mettere insieme, da fare, con il quale mi diverto. Senza pormi l"€™obiettivo di essere me stesso, di avere una mia fisionomia, credo di avere raggiunto anche questo obiettivo, ma inconsapevolmente: mettendo insieme i vecchi amori per la scultura cosiddetta delle avanguardie; mettendo insieme in una digestione inconsapevole il romanico, l"€™incaico, ma anche i pezzi degli imballaggi buttati via... Non c"€™è nessun segreto dietro: c"€™è solo la voglia, la felicità , la mente libera.

E il passaggio dalla creazione all'€™allestimento?

Ci sono alcune cose fatte a mo"€™ di antenna e come i vecchi pali della luce; dall'€™altra parte cose messe per terra, come una sorta di archeologia inventata. Nel mio studio metto sempre le cose per terra, e allora sono nate le scatole. Il mio amico architetto che mi ha aiutato nell'€™allestimento ha pensato giustamente di distinguere queste cose. Anche il titolo "€œEnigmi di terra e nell'€™aria"€ della mostra mi imponeva un ragionamento di questo genere: enigmi nell'€™aria, volanti e sospesi, ed enigmi di terra, affioranti. Tenga conto che prima di questa mostra il museo archeologico di Este mi aveva dato l"€™occasione di mettere i miei piccoli paesaggi in scultura ed altri pezzi di terracotta insieme con gli altri oggetti del museo, anzi al centro delle sale, come un colloquio tra il passato e il presente. Sono successe anche cose curiose: all'€™inaugurazione c"€™era chi si chiedeva: "€œma quali sono le cose di Armano e quali quelle del museo?"€. Chiaramente erano i meno acculturati, ma non solo, a porsi questo problema. Ma questo vuol dire che le distanze tra il passato remotissimo e il presente non sono così grandi: ci sono delle costanti, nel mondo della forma ma anche nel mondo degli atteggiamenti di chi guarda le cose. Sono gli spettatori che fanno vivere le forme. Tutto è legato al ricorso a un materiale elementare, che in dialetto si chiama tera crea. La parola "€œtera crea"€ è simpatica perché "€œcrea"€ vuol dire molle, ma vuol dire anche "€œcreare"€. La terra molle è la terra che ti dà  capacità  creative, espressive.

Ha parlato dello spettatore che dà  vita alle forme. Qual è il rapporto con il pubblico?

Gli spettatori sono una cosa strana. Non credo che esista un campionario dello spettatore. Ci sono degli spettatori che hanno gli attrezzi per comprendere il messaggio, gli antefatti. Ma spesso costoro sono anche pericolosi perché sono quelli che hanno visto tutto e quindi non vedono più niente. C"€™è una sorta di atrofia culturale. Ci sono quelli che invece guardano le cose a mente sgombra, anche senza avere l"€™attrezzatura culturale, e magari danno più soddisfazione di altri. Però non mi sono mai occupato di capire... in realtà  io sono, come tutti quelli che si occupano di queste cose, un grande egoista. Sono affari dello spettatore. Ma al di là  di questa battuta sull"€™egoismo, il problema vero è che noi viviamo in un mondo dove vi sono luoghi deputati per l"€™arte, per la cultura. Fuori di essi c"€™è il cosiddetto mondo normale, dove scattano meccanismi che hanno antefatti culturali precisi. Penso ad esempio alla pubblicità . Non ci sarebbe né pubblicità , né architettura, né design moderno, che tutti quanti comprendono tranquillamente, senza le avanguardie, senza Picasso. Ma se tu dici: "€œquesta cosa è un oggetto d"€™arte"€, e la metti in un luogo dedicato, allora scatta un meccanismo di rifiuto. Se invece si potessero mettere certi oggetti, senza pretesa di chiamarli arte, nell'€™ambiente urbano, la cosa sarebbe molto più semplice. E in fin dei conti forse era così anche nel passato, prima che si arrivasse alla figura romantica dell'€™artista. L"€™artista non è né più né meno di un muratore. Anche gli architetti: a volte sono meno di muratori.

͈ in questo senso che prima mi parlava di funzione civile?

Sì, credo che funzione civile non significhi funzione propagandistica e ideologica dell'€™arte. Esempi deleteri sono i monumenti retorici e artificiosi della prima e della seconda guerra mondiale nelle città  dell'€™occidente e quelli del mondo ex-sovietico. Quando parlo di arte tra virgolette "€œcivile"€ parlo di interventi volti a rendere più vivibile, più gradevole, più civile il mondo. Significa costruire un giardino, sistemare una terrazza, fare di un angolo di una periferia un luogo dove la gente possa incontrarsi. In piazza Garibaldi c"€™è un mio pezzo di trenta quintali, alto quasi tre metri, largo un metro: un oggetto-scultura da spazi urbani, con un buco attraverso cui si può guardare la prospettiva della strada. ͈ un pezzo di calcestruzzo con una serie di segni, una specie parodia del linguaggio geroglifico. In realtà  questa cosa è un cippo, un marcaspazi, nient"€™altro. Le città  del Nord Europa e degli Stati Uniti d"€™America ospitano da anni proposte del genere: sono un esempio di intervento civile, senza pretese e senza ideologie.

Ma dov"€™è? Non l"€™ho notato...

͈ davanti al negozio di dischi. Forse si perde perché anche se è grande e pesantissimo, se fosse stato accompagnato da un altro pezzo sarebbe stato meglio: avrebbero parlato tra loro. Ma il bello è che, se tu aspetti, qualcuno va a sedersi, un cane ci fa la pipì... insomma ha una sua vita. E la cosa più divertente è che nessuno si pone il problema di chiedere che cos"€™è e a cosa serve. Quando l"€™abbiamo portato con un gru alle otto di mattina nessuno si è fatto problemi, appunto perché fortunatamente nessuno ha parlato di arte. Lei scriverà  un libro su internet...

Cosa direbbe a un giovane che oggi vuole fare lo scultore?

Io non lo so proprio, anche perché, vede, nessuno ha la ricetta in tasca e non credo si possa più parlare di scultura o di pittura. Ma questo non da adesso, almeno da quasi un secolo. Non ci sono confini: da quando è nato il cinema, da quando la fotografia è un veicolo importantissimo di comunicazione, da quando c"€™è il computer, c"€™è internet... come si fa a parlare di categorie che sono nate in altri contesti? Comunemente si continua ad intendere la scultura ciò che ha un volume, che ha un peso, però non è sempre vero, perché l"€™americano Calder, che è l"€™equivalente in scultura dell'€™allegria e della giocosità  dello spagnolo Mirò, ha dimostrato che la scultura non è necessariamente qualcosa di immobile e di pesante. E allora la scultura è anche stendere un drappo, intervenire su un luogo naturale... Siamo più sul campo dell'€™architettura, della scenografia. L"€™architettura moderna, razionalista, ha giustamente bandito la decorazione pittorica e scultorea. Dopo alcuni decenni c"€™è la situazione paradossale in cui gli architetti sono diventati scultori: se lei prende l"€™ultima biennale di architettura di Venezia, che si chiama Metamorph, metamorfosi, trova un inventario di forme di architettura che sono in realtà  delle sculture. Sono il rifiuto del razionalismo per riabbracciare la fantasia, l"€™organicismo. Valga per tutti l"€™esempio del Guggenheim di Bilbao, che paradossalmente potrebbe essere spiegato come un pezzo della figura di Boccioni, ingrandito e fatto diventare un"€™architettura. Quindi, per risponderle, la scultura è tale solo se uno dice: "€œio voglio un pezzo di bronzo, a tre dimensioni..."€. Ma è scultura anche un"€™automobile, un aeroplano, un"€™architettura. E non è appannaggio dei cosiddetti scultori, che non hanno più una figura sociale precisa, neanche nei cimiteri. ͈ finito il tempo degli Etruschi.
 

Laura Lazzarin

 

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