Fermenti Culturali. Intervista ad Andrea Pennacchi

Fermenti Culturali. Intervista ad Andrea Pennacchi

Fermenti Culturali. Intervista ad Andrea Pennacchi


Non solo monumenti e musei: la cultura di una città  è fatta anche e soprattutto di persone, che hanno idee e passione. Con questa convinzione inauguriamo la rubrica "Fermenti culturali", in cui vogliamo presentare gli artisti di Padova: coloro che, con le loro idee, la loro passione, i loro "€œfermenti"€, rendono vivace la vita culturale della città . Maggiore spazio verrà  dato agli artisti più giovani, ancora poco noti al grande pubblico.

Il primo appuntamento è con Andrea Pennacchi, attore e regista teatrale.


Chi è
Intervista




Chi è



Attore del Teatro Popolare di Ricerca dal 1991, si è formato prima nel laboratorio biennale della compagnia e in seguito ha proseguito la propria formazione seguendo corsi con Mamadou Dioume, del C.I.C.T. di Peter Brook, Vayu Naidu dell'Intercultural Storytelling Company "Brumhalata di Birmingham, Moni Ovadia, Marco Baliani, Laura Curino. Ha inoltre studiato regia con Eimuntas Nekrosius e con Gigi Dall'Aglio. Ha insegnato "Struttura del Racconto Teatrale" al corso professionale per attori organizzato in collaborazione con ARTEVEN e organizzato dalla Regione Veneto. E' direttore artistico del Teatro Filarmonico di Piove di Sacco.



Intervista



La formazione teatrale
"Omero non piange mai"
Il teatro di racconto
Il teatro a Padova


L'appuntamento è in un'enoteca che si chiama Evoè, come l'associazione teatrale di cui Andrea Pennacchi fa parte. A intervista conclusa, gli chiedo perchè l'associazione si chiama così, immaginandomi la risposta. Andrea infatti ride e mi
chiede:"Dove siamo qui?". Ha riso spesso durante l'intervista, perchè lui è così: lavora seriamente, ma non si prende mai sul serio. Ha il faccino di un orsetto a cui piace il miele, e una grande forza fisica. Una forza che il teatro e le arti marziali (è un appassionato di tai chi) gli hanno insegnato a controllare. La forza è anche uno dei temi dello spettacolo "Omero non piange mai" con il quale Andrea Pennacchi debutterà  nel marzo 2005 come autore. A Padova potremo vederlo in aprile, al teatro MPX, nell'ambito della rassegna Arti Inferiori.


La formazione teatrale



Com'è nata la tua passione per il teatro?

E' nata un po' così ... alla fine di un percorso di vita che andava in tutt'altra direzione mi sono ritrovato di nuovo a Padova iscritto all'università  e non sapevo bene cosa sarebbe successo. Assieme ad un vecchio amico d'infanzia ci siamo iscritti a un laboratorio, uno dei tanti che si trovavano a Padova, ma per divertimento. All'epoca ero molto ignorante di teatro, non avevo visto quasi niente. Ricordo da ragazzino qualcosa di Ruzante, non mi era neanche piaciuta. Questo me lo ricordo: mi ero annoiato mortalmente. Quindi era proprio così, per fare un'attività , invece di fare palestra ho scelto teatro. Poi c'è stato l'imprevisto scoppio. Controllato, però, nel senso che non è stato amore a prima vista, è stata una cosa graduale che è cresciuta come un tepore, pian pianino è cresciuto d'intensità  fino a diventare adesso, non faccio fatica ad ammetterlo, una specie di fuoco che mi brucia dentro. Ho fame di teatro: di andare a vedere, di fare...però c'è voluto del tempo. Prima era solo questione di fare, invece adesso è proprio...fame!

Delle cose che hai fatto, quali ricordi particolarmente come tappe di un percorso di crescita?

Più d'una. Mi sono iscritto al laboratorio di una compagnia che ancora mi sta molto a cuore anche se non ne faccio più parte, che è il Teatro Popolare di Ricerca (TPR). Secondo me era un ambiente ideale per me perché c'era gente, sì, un po' fanatica, ma c'era anche gente che voleva divertirsi, che non aveva nessuna intenzione di prendersi sul serio, cioè aveva voglia di prendere sul serio quello che faceva ma non di prendersi troppo sul serio. Per un periodo, nel periodo più creativo da un certo punto di vista per me al TPR, c'è stato veramente un gruppo di attori bravissimi secondo me -io mi tiro fuori ma guardando dall'esterno c'erano veramente degli attori bravi, appassionati - , il direttore, che era ed è tuttora Lorenzo Rizzato, ha notato questa cosa e ha investito energia in questo gruppo...gente che adesso è a Roma a cercare di fare fiction, film, cose simili, più io adesso lo faccio di mestiere, Pierantonio Rizzato anche. Quindi c'è stato veramente un periodo in cui abbiamo fatto cose molto belle. La prima, il mio debutto, quando per una serie strana di coincidenze, prima ancora che io facessi il saggio finale del laboratorio (che era biennale), mi hanno portato a fare una Moschea in Francia, a Nantes. Bellissimo posto. Per me figurati è stata una bellissima esperienza. Un'altra tappa per me molto importante in cui abbiamo un po' preso in mano le redini dell'attività  teatrale e io ho tradotto Rosencrantz e Guildestern sono morti di Tom Stoppard e assieme a questo nucleo di pazzi scatenati l'abbiamo messo in scena e l'abbiamo portato al Verdi. Serata veramente indimenticabile: il sipario si apre, seicento persone che ti guardano. E' abbastanza forte, soprattutto quando uno è abituato al teatrino da cento, duecento posti al massimo: tre volte tanto! E poi al Verdi, teatro storico! Altre tappe importanti...Meno gioiosa è stata la mia decisione di uscire dal TPR, che è stata comunque una tappa importante, sofferta, che adesso sono contento di aver fatto, per quanto appunto mi senta molto affezionato al TPR. Poi la decisione di lavorare a Piove di Sacco, fare il direttore artistico di quel teatro, su offerta dei direttori della Nuova Scena, che sono Filippo Zago e Raffaella Romano, gente della mia età , molto in gamba, che si dà  molto da fare nell'ambito cultura, teatro, cinema.

A livello formativo ricordi dei momenti importanti?

A livello formativo tappe importanti ce n'è stata una marea! Facendo il laboratorio al TPR mi rendevo conto man mano di quante competenze ci vogliono per fare teatro ed ero molto insoddisfatto del mio essere in scena. Mi facevo un sacco di domande. A non tutte Rizzato voleva o poteva rispondere. Visto che eravamo anche Centro Universitario Teatrale, ho iniziato assieme ad altri a organizzare corsi, laboratori invitando artisti da fuori. Il primo incontro ad esempio con Mamadou D'Oume, uno degli attori di Peter Brook a Parigi, è stato traumatico da un lato, ma dall'altro ha aperto orizzonti, ho cominciato a capire significava recitare. Lì ho cominciato a capire cosa voleva dire farlo come un mestiere, ma con la passione che ci voleva. Da lì è stata una serie d'incontri fortunati con gente molto in gamba. Alcuni voluti, nel senso che li abbiamo chiamati. Moni Ovaia ad esempio è stata un'altra esperienza importantissima per me: sia umanamente, quando poi ci siamo trovati siamo stati sempre molto legati, sia professionalmente perché ho iniziato a capire le potenzialità  della voce, ho fatto un lavoro importantissimo sul corpo e la voce assieme. Poi i nomi potrebbero moltiplicarsi. Un altro nome gigantesco è Gigi Dall'Aglio, che è stato a lungo uno dei membri della fondazione Teatro Due di Parma. Mi ha fatto capire che era possibile costruire un'opera d'arte partendo da un lavoro artigianale: ti scegli il legno, lo lavori, fai una cosa che se sei stato molto attento è anche un po' toccata da Dio e da artigiano diventi artista. Però comunque anche solo un artigiano non è niente male, se è un buon artigiano. I debiti sono infiniti perché ad ognuno ho rubato qualcosa, Marco Baliani, Giuliana Musso, Tapa Sudana, un altro attore di Peter Brook...io ho cercato costantemente di apprendere cose nuove, sempre seguendo un filone chiaro, cercando di non andare da un capo all'altro, però, sì, tante sono le persone cui mi sento debitore.

Anche tu sei un formatore, mi parli della tua attività  nei laboratori di formazione?

Premetto che io non ritengo di avere ancora molto da insegnare. C'è ancora tutto un percorso che sto facendo e piano piano comprende anche delle tecniche che si possono trasmettere, però il mio bagaglio è ancora ridicolo comparato a quello di gente tosta da trent'anni in campo. Però una cosa che mi piace fare e che secondo me ha una sua utilità  altrimenti non lo farei è quella dei laboratori, che non sono corsi. Cioè non è che io mi metto lì in cattedra e insegno delle cose. Mi metto semplicemente come guida di un gruppo che parte all'esplorazione di qualcosa. Dopo una prima fase in cui io do, condivido, queste cose tecniche che io ho appreso per strada, la fase successiva è cercare assieme un modo per raccontare storie come gruppo, quindi creare gruppo, utilizzare le tecniche che abbiamo imparato e magari -perché no?- aggiungerne di nuove ... se abbiamo qualche cosa in più la si mette dentro, si fa questo gran minestrone e si cerca di renderlo più omogeneo o più saporito possibile. Questo mi piace e lo faccio. Tra l'altro in un momento in cui ancora fare solo in giro spettacoli non mi fa guadagnare abbastanza per vivere, bisogna essere sinceri, l'attività  laboratoriale integra in maniera molto utile. Ma ci tengo a dire che non lo farei se secondo me non avesse una valenza che va al di là  dell'insegnamento, proprio come crescita, anche mia. E' una cosa che faccio perchè mi serve. In alcuni casi quello che apprendo è drammaticamente impressionante, in altri casi magari è più piccolo. Faccio parecchia attività  formativa in questo periodo: due laboratori al circolo Carichi Sospesi...

Due?

Sì, doveva essere uno ma c'era troppa gente: non si può stare dietro a 30 persone contemporaneamente, così abbiamo diviso il gruppo in due. Poi faccio un laboratorio a Chioggia e uno a Piove di Sacco, più orientato sul racconto.



"Omero non piange mai"



L'anno prossimo debutti come autore. Quando hai sentito che era il momento di affrontare la scrittura di un testo?

Ho sempre avuto l'idea di comporre un testo. Man mano che mi avvicinavo al teatro di racconto, l'idea di scrivere un testo di racconto è emersa come quella più probabile. Anche per motivi bassamente economici: per produrlo, se hai sei attori poi li devi pagare.
Ho dovuto rileggere seriamente l'Iliade per un laboratorio fatto con l'A.T.I.R. diretto da Serena Sinigaglia, una regista bravissima ma con dei metodi che non andavano bene per me. Il pregio principale del laboratorio è che ho dovuto leggere seriamente, non più da adolescente, l'Iliade. Ho scoperto che c'erano dei passi dell'Iliade che potevano contenere tutte le cose che volevo raccontare: cose importanti per me, cose importanti per tutti. Temi che sentivo, come la violenza, la forza, il dolore per la perdita, che io ho provato fortissimo. Tutte queste cose ci stavano dentro questo testo, che in più aveva una sua bellezza che secondo me andava raccontata. In realtà  col senno di poi si è scoperto che quasi tutti la pensavano così: io credevo di essere intelligentissimo, e invece è arrivato Baricco, la Sinigaglia ha fatto le Troiane, chiunque sta facendo l'Iliade!

Ma c'è il tuo apporto personale...

Qui c'è un mio apporto personale fortissimo, anche piuttosto difficile da tirar fuori, che grazie a Dio esce attraverso le parole di Omero. E' una profonda meditazione sulla violenza, la rabbia, la forza intesa nel senso più ampio, compreso quello della prevaricazione, la paura. Sono tutte tematiche che io sentivo tantissimo. Questo è un periodo in cui tutti le sentono, e così anch'io. In più l'amore tra gli esseri umani in situazioni estremamente difficili. Canalizzava benissimo cose che io sento. Ma mi chiedevo sempre: ha senso che io racconti queste cose che sento io personalmente, cioè interessa al pubblico? Perché dovrebbe pagare un biglietto? però quando questa persona che dice queste cose, e le dice con parole meravigliose, è Omero, beh allora forse qualcun altro le può condividere. Da lì è partito il progetto. Ho avuto la fortuna enorme che Laura Curino mi abbia aiutato con la drammaturgia perché effettivamente c'è un lavoro faticosissimo da fare sulla scrittura del testo, se vuoi che sia un buon testo, ed è proprio di limare le cose, tornarci, risistemarle, leggere ad alta voce le cose, sentire se funzionano, rileggerle, scriverle di nuovo, ricomporle...cose che non venivano fuori alla prima lettura verranno fuori alla sesta. Un lavoro artigianale, nel vero senso della parola, che ancora non conoscevo. Avrei fatto un lavoro molto più rozzo senza l'aiuto di Laura, e lei è stata gentilissima e bravissima. Si è messa con una disciplina ferrea e nonostante abbia tremila impegni è riuscita a trovare del tempo anche per questa cosa.

Finora hai fatto due prove aperte per il pubblico del tuo spettacolo "Omero non piange mai". Qual è stata la reazione del pubblico? E come è cambiato il testo dopo quelle esperienze?

C'è stata una prima prova aperta in un ambiente estremamente amichevole, che è il circolo Carichi Sospesi, e l'impressione è stata buonissima. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: bisogna lavorare bene sul rapporto con il musicista. Questo è venuto fuori chiaramente perché eravamo quasi separati, ma questo si può sistemare in corso d'opera. Un'altra cosa che ho notato, e non è certo un caso, è che c'erano dei momenti paoliniani. Io naturalmente ho ben presente l'esempio di Paolini, anche se in realtà  è un po' più complessa la cosa perché ho presente l'esempio di Paolini, di Laura Curino, di tutti quelli che fanno capo a Vacis, che hanno lavorato al Teatro Settimo di Vacis, e loro mi piacciono tantissimo, cioè mi danno sensazioni fortissime quando ascolto i loro racconti, quindi credo sia abbastanza naturale, che anche quasi inconsciamente nel delivery di questo testo siano venuti fuori dei momenti vacisiani, più che paoliniani. Però certo è un rischio: se fai una cosa in Veneto che assomiglia a Paolini, tutti diranno "ecco, ha copiato da Paolini". Quindi bisogna stare attenti.

Com'è andata la seconda prova?

La seconda prova è stata in un ambiente meno amichevole, più casalingo nel senso che è il mio teatro (quello di Piove di Sacco), però in cui c'erano anche operatori del settore, gente che mi era amica ma non veniva da amica, nel senso che veniva professionalmente a vedere. Lì c'è stata la conferma che la linea è giusta, ma anche un profondo lavoro di riduzione del testo, soprattutto della parte omerica, non perché risultasse pesante, ma perché l'accumulo di metafore che c'è in Omero poteva oscurare la bellezza di queste metafore. Se io metto trentasei volte "come il leone che..." può essere che a un certo punto si perda un po' l'effetto straniante di queste metafore, che sono veramente belle e potenti. Una cosa altrettanto importante, che riguarda già  una fase ulteriore, è quella del "è tempo di dare carne a questo testo". Le prove aperte sono state delle letture, è tempo di mettere in pancia questo testo, come si dice, e vedere quali sono i personaggi che emergono, i movimenti, e finalmente qual è il rapporto con la musica.

Parliamo allora dei tuoi musicisti, Francesco Basso e Sergio Marchesini.

Francesco Basso ha composto le canzoni, purtroppo non è in scena, anche se è un vero animale da palcoscenico, però non ci stava in questa cosa. Mi ha dato una mano e si è prestato con generosità  alla composizione delle canzoni. Le canzoni sono ancora in fase di studio, però ci sono credo tre canzoni che verranno composte da me e Francesco e verranno cantate nel corso dello spettacolo, più una che è We'll meet again che mi piace molto. E' una canzone molto dolce, americana di cui io mi sono innamorato nella versione cantata da Johnny Cash, che è bellissima. Con Francesco lavoriamo, abbiamo anche fatto una regia per uno spettacolo di teatro ragazzi, ci conosciamo abbastanza bene ormai. Ho poi trovato un musicista di sensibilità  inaudita, Sergio Marchesini, che è veramente bravissimo. Suona nella Piccola Bottega Baltazar, ed ha un orecchio, una sensibilità  teatrale elevatissima, che non trovi tanto facilmente. Mi trovo molto bene con lui. Non è sempre facile lavorare in tanti su una cosa, però è fondamentale. Io non ho delle competenze e non ho nessuna intenzione di rovinare uno spettacolo perché mi metto a fare tutto io. Cerco di acquisirle, però ci vuole tempo, pazienza. Nel frattempo la cosa migliore è parlare con qualcuno che se ne intende, ne capisce e ti può dare una mano. Queste persone le ho trovate. Tra l'altro in questo periodo i racconti stanno fiorendo dappertutto, e la cosa a me fa piacere perché a me il teatro di racconto piace. Non lo vedo come una moda: è una modalità  di teatro che è giusto abbia un suo valore e una sua diffusione. Però c'è un fatto: moltissimi di questi racconti hanno come accompagnamento la fisarmonica. Questo mi ha mandato un po' in crisi perché ho pensato "anch'io c'ho la fisarmonica, allora tutti penseranno: ecco, l'ennesimo raccontatore con la fisarmonica". Però ho pensato: preferisco scegliere un altro strumento a caso e lavorare con qualcuno che non conosco oppure scegliere la fisarmonica la cui sonorità  secondo me è quella giusta per queste cose e lavorare con uno che stimo e con cui mi trovo molto bene? Ovviamente la scelta non si poneva nemmeno.


Teatro di racconto



Teatro di racconto e teatro classico, di recitazione. Due modalità  di fare teatro, in cosa si differenziano e quali invece sono i punti in comune?

La domanda è enorme, da tesi di laurea! La questione in realtà  è semplicissima, se vogliamo andare alla struttura profonda ed eliminare la superficie: il teatro di racconto è la radice di ogni possibile teatro, perché i racconti li frantumi ed hai un tipo di teatro, i racconti li metti completamente in scena in prima persona ed hai un altro tipo di teatro...Però raccontare storie è una necessità  profonda degli esseri umani che prende tante forme. Il motivo per cui adesso è ritornato nella sua forma originale, e originaria, è che ci sono dei bisogni, delle cose, che evidentemente il teatro di tradizione aveva un po' dimenticato. Secondo me uno di questi fattori è la rottura della quarta parete, cioè il fatto che il narratore renda costantemente evidente l'importanza della presenza del pubblico, rompa costantemente il muro che separa palco- pubblico per interrogarlo, per parlargli. Una tradizione che conosciamo già  da Dario Fo, e che Paolini ha usato, e che tutti hanno usato, ed è giusto che sia così: non perché si tratta di copiare, ma perché il narratore col pubblico deve avere un dialogo. Il narratore ad un certo punto diventa catalizzatore di un'attenzione di una comunità . Se non si crea attorno a lui una comunità , se la gente va a vedere i narratori come si guarda la televisione, non funziona la cosa, muore il racconto. Quindi è giustissimo come fa ad esempio Paolini far salire il pubblico sul palco, giustissimo ad esempio che se c'è un telefonino che trilla non è che faccio finta di niente come nel teatro di tradizione, ma guardo il "colpevole" e gli dico "Ciccio, spegni il telefonino". Quello che c'è, come dice Laura Curino, c'è. Non si ignora niente. E' una necessità  profonda che la gente sempre più sta sentendo, ovvero sentirsi parte di quello che sta succedendo: essere parte di un gruppo che per una sera crea qualcosa. Radicalmente è questo: il teatro di racconto è la radice di tutti i racconti possibili. Il teatro di tradizione è uno sviluppo, molto legato ai suoi tempi, e quindi si vede che perde un po' di colpi. Il teatro di racconto nasce, come dice Baliani, da una crisi del teatro. Baliani è un po' pessimista su questa cosa. Per quanto io lo stimi in maniera enorme, tenderei ad essere più ottimista su questa cosa: secondo me è una crisi positiva. Non credo che finita questa crisi il teatro di racconto si estingua, semplicemente muterà , cambierà  il modo di raccontare. Non è un caso se alla Biennale di quest'anno abbiamo visto finalmente due narratori.


Il teatro a Padova




Parliamo del teatro a Padova.

Padova è una città  strana perché ha una marea di realtà  teatrali: amatoriali, semiprofessionali, ecc... che vanno in grandezza dal Verdi, che assorbe risorse come un'industria in fallimento, alla realtà  con due componenti che fa le letture nelle biblioteche. Non vorrei esagerare, ma secondo me si tratta di migliaia di persone che fanno teatro. Questo è il lato positivo. Il lato negativo è che sono estremamente frammentate queste realtà , non comunicano tra di loro, non hanno una piattaforma comune con cui trovarsi e discutere e quindi frammentano l'attività  teatrale. Non solo: spessissimo uno non va a vedere quello che fa l'altro, e questa secondo me è una gravissima perdita. Non permette a Padova di canalizzare risorse immense, magari collegate anche all'Università , e quindi rimane sempre un brulichio di cose piccole, in cui spesso vedi cose molto interessanti che però poi non riescono mai a realizzarsi perché si annullano tra di loro. Il tutto secondo me oppresso da questo enorme fabbricone del Verdi che ciuccia, ciuccia, ciuccia senza restituire.

Ci sono buone occasioni di formazione a Padova?

Quel che ho detto vale anche per l'attività  formativa. Chiunque voglia cominciare a fare teatro ha un'immensa quantità  di risorse a disposizione, e può gustare un po' di tutto, perché può provare il teatro del TPR, può andare al Tam, Abracalam, Teatro Continuo, può andare al Verdi che adesso ha l'attività  formativa di Terrani. A livello "inizio a fare teatro" c'è una marea di possibilità , anche buone. Non così se vuoi farlo di professione, non così se vuoi ampliare la tua mente, non così se vuoi lavorare: lì le cose cambiano radicalmente. Adesso c'è una grande iniziativa, che fanno i ragazzi dei Carichi Sospesi: un gruppo di teatranti che ha deciso che mancava qualcosa a Padova, e si vede che hanno beccato una vena perché il locale spesso è pieno. C'era bisogno di un posto dove si va a bere una birra, si chiacchiera, si va a vedere uno spettacolo, si vedono cose nuove. A me piace molto, dovrebbe avere più spazio, essere aiutato dal Comune, essere più grande. Ma sicuramente troverà  delle resistenze, la gente non si renderà  conto, difenderà  la propria parrocchietta. Mi dispiace perché ci vorrebbe un momento di dialogo. Non dico tra piccole realtà  e Verdi, perché quello non so quanto sia credibile, ma almeno tra realtà  medio-piccole, quello dovrebbe esserci.

E in quanto a spettacoli?

Ribadisco quello che ti ho appena detto. Io vedo cose interessanti a Padova. Vado al Tam e le vedo. Il lavoro sui carcerati del Tam è grandioso: Cinzia Zanellato ha fatto una cosa bellissima e socialmente...mmm...che vivifica; ai Carichi ho visto cose bellissime che mi hanno emozionato, anche cose che non sarei andato a vedere in altri parti per bigotteria, lo ammetto, però in un contenitore così neutro sono andato a vederle. C'è Beppe Casales che ha fatto il suo racconto, a me è piaciuto. Ho visto cose veramente belle. Il problema è sempre quello: sono cose piccole. Non riescono ad uscire, a darsi una produzione un po' più organizzata, che non riescono ad avere dei fondi, e questo mi dispiace moltissimo perché le risorse ci sono tutte. Bisognerebbe lavorare per creare qualcosa più ampio. Quindi spettacoli ne vedo. Poi adesso c'è questa cosa di Arteven [la rassegna Arti Inferiori], è un'ottima cosa. Non lo dico perchè ci sono io! E' una splendida rassegna. E' anche in certo senso una microsfida al Verdi, che invece si ostina a fare sempre le stesse cose. Qualche anno fa aveva tentato di fare una stagione più giovanile assieme a quella tradizionale, ma poi non l'hanno più ripetuta.

Il festival Itaca, di cui sei uno degli organizzatori, tornerà  a Padova?

Il festival Itaca [per informazioni visita il sito dell'associazione Tonicorti] quest'anno è a un punto di svolta molto importante. Può essere che torni a Padova, era nato per Padova e anche se abbiamo trovato un'ospitalità  meravigliosa ad Abano, molti di noi credono che debba ritornare a Padova. Vuole anche crescere, per questo stiamo lavorando già  perché vorremmo che fosse una cosa più integrata nella città , più articolata nel programma. Finora la parte dominante è stata quella video e musicale, noi teatranti vorremmo che la parte teatrale avesse maggiore rilevanza e quindi dobbiamo lavorare noi. Ci vuole un lavoro più intenso anche per la parte teatrale, che presenti nuove produzioni...anche se finora abbiamo fatto secondo me un buon lavoro, perché abbiamo presentato cose in anteprima che a Padova non si vedevano: Ascanio Celestini quando ancora non era famosissimo, Giuliana Musso con l'anteprima del suo spettacolo Sexmachine, Baliani con una cosa che non portava più tanto in giro, Corpo di Stato, poi l'ultima cosa che abbiamo fatto noi dell'associazione Evoè, Scandisk di Vitaliano Trevisan. Non sono mancate le cose buone. Ma vorremmo farle ancora meglio, magari nate da progetti ad hoc per Itaca.

Arianna Pellegrini

Intervista ad Andrea Pennacchi

Intervista ad Andrea Pennacchi

Intervista ad Andrea Pennacchi


Non solo monumenti e musei: la cultura di una città  è fatta anche e soprattutto di persone, che hanno idee e passione. Con questa convinzione inauguriamo la rubrica "Fermenti culturali", in cui vogliamo presentare gli artisti di Padova: coloro che, con le loro idee, la loro passione, i loro "€œfermenti"€, rendono vivace la vita culturale della città . Maggiore spazio verrà  dato agli artisti più giovani, ancora poco noti al grande pubblico.

Il primo appuntamento è con Andrea Pennacchi, attore e regista teatrale.


Chi è
Intervista




Chi è



Attore del Teatro Popolare di Ricerca dal 1991, si è formato prima nel laboratorio biennale della compagnia e in seguito ha proseguito la propria formazione seguendo corsi con Mamadou Dioume, del C.I.C.T. di Peter Brook, Vayu Naidu dell'Intercultural Storytelling Company "Brumhalata di Birmingham, Moni Ovadia, Marco Baliani, Laura Curino. Ha inoltre studiato regia con Eimuntas Nekrosius e con Gigi Dall'Aglio. Ha insegnato "Struttura del Racconto Teatrale" al corso professionale per attori organizzato in collaborazione con ARTEVEN e organizzato dalla Regione Veneto. E' direttore artistico del Teatro Filarmonico di Piove di Sacco.



Intervista



La formazione teatrale
"Omero non piange mai"
Il teatro di racconto
Il teatro a Padova


L'appuntamento è in un'enoteca che si chiama Evoè, come l'associazione teatrale di cui Andrea Pennacchi fa parte. A intervista conclusa, gli chiedo perchè l'associazione si chiama così, immaginandomi la risposta. Andrea infatti ride e mi
chiede:"Dove siamo qui?". Ha riso spesso durante l'intervista, perchè lui è così: lavora seriamente, ma non si prende mai sul serio. Ha il faccino di un orsetto a cui piace il miele, e una grande forza fisica. Una forza che il teatro e le arti marziali (è un appassionato di tai chi) gli hanno insegnato a controllare. La forza è anche uno dei temi dello spettacolo "Omero non piange mai" con il quale Andrea Pennacchi debutterà  nel marzo 2005 come autore. A Padova potremo vederlo in aprile, al teatro MPX, nell'ambito della rassegna Arti Inferiori.


La formazione teatrale



Com'è nata la tua passione per il teatro?

E' nata un po' così ... alla fine di un percorso di vita che andava in tutt'altra direzione mi sono ritrovato di nuovo a Padova iscritto all'università  e non sapevo bene cosa sarebbe successo. Assieme ad un vecchio amico d'infanzia ci siamo iscritti a un laboratorio, uno dei tanti che si trovavano a Padova, ma per divertimento. All'epoca ero molto ignorante di teatro, non avevo visto quasi niente. Ricordo da ragazzino qualcosa di Ruzante, non mi era neanche piaciuta. Questo me lo ricordo: mi ero annoiato mortalmente. Quindi era proprio così, per fare un'attività , invece di fare palestra ho scelto teatro. Poi c'è stato l'imprevisto scoppio. Controllato, però, nel senso che non è stato amore a prima vista, è stata una cosa graduale che è cresciuta come un tepore, pian pianino è cresciuto d'intensità  fino a diventare adesso, non faccio fatica ad ammetterlo, una specie di fuoco che mi brucia dentro. Ho fame di teatro: di andare a vedere, di fare...però c'è voluto del tempo. Prima era solo questione di fare, invece adesso è proprio...fame!

Delle cose che hai fatto, quali ricordi particolarmente come tappe di un percorso di crescita?

Più d'una. Mi sono iscritto al laboratorio di una compagnia che ancora mi sta molto a cuore anche se non ne faccio più parte, che è il Teatro Popolare di Ricerca (TPR). Secondo me era un ambiente ideale per me perché c'era gente, sì, un po' fanatica, ma c'era anche gente che voleva divertirsi, che non aveva nessuna intenzione di prendersi sul serio, cioè aveva voglia di prendere sul serio quello che faceva ma non di prendersi troppo sul serio. Per un periodo, nel periodo più creativo da un certo punto di vista per me al TPR, c'è stato veramente un gruppo di attori bravissimi secondo me -io mi tiro fuori ma guardando dall'esterno c'erano veramente degli attori bravi, appassionati - , il direttore, che era ed è tuttora Lorenzo Rizzato, ha notato questa cosa e ha investito energia in questo gruppo...gente che adesso è a Roma a cercare di fare fiction, film, cose simili, più io adesso lo faccio di mestiere, Pierantonio Rizzato anche. Quindi c'è stato veramente un periodo in cui abbiamo fatto cose molto belle. La prima, il mio debutto, quando per una serie strana di coincidenze, prima ancora che io facessi il saggio finale del laboratorio (che era biennale), mi hanno portato a fare una Moschea in Francia, a Nantes. Bellissimo posto. Per me figurati è stata una bellissima esperienza. Un'altra tappa per me molto importante in cui abbiamo un po' preso in mano le redini dell'attività  teatrale e io ho tradotto Rosencrantz e Guildestern sono morti di Tom Stoppard e assieme a questo nucleo di pazzi scatenati l'abbiamo messo in scena e l'abbiamo portato al Verdi. Serata veramente indimenticabile: il sipario si apre, seicento persone che ti guardano. E' abbastanza forte, soprattutto quando uno è abituato al teatrino da cento, duecento posti al massimo: tre volte tanto! E poi al Verdi, teatro storico! Altre tappe importanti...Meno gioiosa è stata la mia decisione di uscire dal TPR, che è stata comunque una tappa importante, sofferta, che adesso sono contento di aver fatto, per quanto appunto mi senta molto affezionato al TPR. Poi la decisione di lavorare a Piove di Sacco, fare il direttore artistico di quel teatro, su offerta dei direttori della Nuova Scena, che sono Filippo Zago e Raffaella Romano, gente della mia età , molto in gamba, che si dà  molto da fare nell'ambito cultura, teatro, cinema.

A livello formativo ricordi dei momenti importanti?

A livello formativo tappe importanti ce n'è stata una marea! Facendo il laboratorio al TPR mi rendevo conto man mano di quante competenze ci vogliono per fare teatro ed ero molto insoddisfatto del mio essere in scena. Mi facevo un sacco di domande. A non tutte Rizzato voleva o poteva rispondere. Visto che eravamo anche Centro Universitario Teatrale, ho iniziato assieme ad altri a organizzare corsi, laboratori invitando artisti da fuori. Il primo incontro ad esempio con Mamadou D'Oume, uno degli attori di Peter Brook a Parigi, è stato traumatico da un lato, ma dall'altro ha aperto orizzonti, ho cominciato a capire significava recitare. Lì ho cominciato a capire cosa voleva dire farlo come un mestiere, ma con la passione che ci voleva. Da lì è stata una serie d'incontri fortunati con gente molto in gamba. Alcuni voluti, nel senso che li abbiamo chiamati. Moni Ovaia ad esempio è stata un'altra esperienza importantissima per me: sia umanamente, quando poi ci siamo trovati siamo stati sempre molto legati, sia professionalmente perché ho iniziato a capire le potenzialità  della voce, ho fatto un lavoro importantissimo sul corpo e la voce assieme. Poi i nomi potrebbero moltiplicarsi. Un altro nome gigantesco è Gigi Dall'Aglio, che è stato a lungo uno dei membri della fondazione Teatro Due di Parma. Mi ha fatto capire che era possibile costruire un'opera d'arte partendo da un lavoro artigianale: ti scegli il legno, lo lavori, fai una cosa che se sei stato molto attento è anche un po' toccata da Dio e da artigiano diventi artista. Però comunque anche solo un artigiano non è niente male, se è un buon artigiano. I debiti sono infiniti perché ad ognuno ho rubato qualcosa, Marco Baliani, Giuliana Musso, Tapa Sudana, un altro attore di Peter Brook...io ho cercato costantemente di apprendere cose nuove, sempre seguendo un filone chiaro, cercando di non andare da un capo all'altro, però, sì, tante sono le persone cui mi sento debitore.

Anche tu sei un formatore, mi parli della tua attività  nei laboratori di formazione?

Premetto che io non ritengo di avere ancora molto da insegnare. C'è ancora tutto un percorso che sto facendo e piano piano comprende anche delle tecniche che si possono trasmettere, però il mio bagaglio è ancora ridicolo comparato a quello di gente tosta da trent'anni in campo. Però una cosa che mi piace fare e che secondo me ha una sua utilità  altrimenti non lo farei è quella dei laboratori, che non sono corsi. Cioè non è che io mi metto lì in cattedra e insegno delle cose. Mi metto semplicemente come guida di un gruppo che parte all'esplorazione di qualcosa. Dopo una prima fase in cui io do, condivido, queste cose tecniche che io ho appreso per strada, la fase successiva è cercare assieme un modo per raccontare storie come gruppo, quindi creare gruppo, utilizzare le tecniche che abbiamo imparato e magari -perché no?- aggiungerne di nuove ... se abbiamo qualche cosa in più la si mette dentro, si fa questo gran minestrone e si cerca di renderlo più omogeneo o più saporito possibile. Questo mi piace e lo faccio. Tra l'altro in un momento in cui ancora fare solo in giro spettacoli non mi fa guadagnare abbastanza per vivere, bisogna essere sinceri, l'attività  laboratoriale integra in maniera molto utile. Ma ci tengo a dire che non lo farei se secondo me non avesse una valenza che va al di là  dell'insegnamento, proprio come crescita, anche mia. E' una cosa che faccio perchè mi serve. In alcuni casi quello che apprendo è drammaticamente impressionante, in altri casi magari è più piccolo. Faccio parecchia attività  formativa in questo periodo: due laboratori al circolo Carichi Sospesi...

Due?

Sì, doveva essere uno ma c'era troppa gente: non si può stare dietro a 30 persone contemporaneamente, così abbiamo diviso il gruppo in due. Poi faccio un laboratorio a Chioggia e uno a Piove di Sacco, più orientato sul racconto.



"Omero non piange mai"



L'anno prossimo debutti come autore. Quando hai sentito che era il momento di affrontare la scrittura di un testo?

Ho sempre avuto l'idea di comporre un testo. Man mano che mi avvicinavo al teatro di racconto, l'idea di scrivere un testo di racconto è emersa come quella più probabile. Anche per motivi bassamente economici: per produrlo, se hai sei attori poi li devi pagare.
Ho dovuto rileggere seriamente l'Iliade per un laboratorio fatto con l'A.T.I.R. diretto da Serena Sinigaglia, una regista bravissima ma con dei metodi che non andavano bene per me. Il pregio principale del laboratorio è che ho dovuto leggere seriamente, non più da adolescente, l'Iliade. Ho scoperto che c'erano dei passi dell'Iliade che potevano contenere tutte le cose che volevo raccontare: cose importanti per me, cose importanti per tutti. Temi che sentivo, come la violenza, la forza, il dolore per la perdita, che io ho provato fortissimo. Tutte queste cose ci stavano dentro questo testo, che in più aveva una sua bellezza che secondo me andava raccontata. In realtà  col senno di poi si è scoperto che quasi tutti la pensavano così: io credevo di essere intelligentissimo, e invece è arrivato Baricco, la Sinigaglia ha fatto le Troiane, chiunque sta facendo l'Iliade!

Ma c'è il tuo apporto personale...

Qui c'è un mio apporto personale fortissimo, anche piuttosto difficile da tirar fuori, che grazie a Dio esce attraverso le parole di Omero. E' una profonda meditazione sulla violenza, la rabbia, la forza intesa nel senso più ampio, compreso quello della prevaricazione, la paura. Sono tutte tematiche che io sentivo tantissimo. Questo è un periodo in cui tutti le sentono, e così anch'io. In più l'amore tra gli esseri umani in situazioni estremamente difficili. Canalizzava benissimo cose che io sento. Ma mi chiedevo sempre: ha senso che io racconti queste cose che sento io personalmente, cioè interessa al pubblico? Perché dovrebbe pagare un biglietto? però quando questa persona che dice queste cose, e le dice con parole meravigliose, è Omero, beh allora forse qualcun altro le può condividere. Da lì è partito il progetto. Ho avuto la fortuna enorme che Laura Curino mi abbia aiutato con la drammaturgia perché effettivamente c'è un lavoro faticosissimo da fare sulla scrittura del testo, se vuoi che sia un buon testo, ed è proprio di limare le cose, tornarci, risistemarle, leggere ad alta voce le cose, sentire se funzionano, rileggerle, scriverle di nuovo, ricomporle...cose che non venivano fuori alla prima lettura verranno fuori alla sesta. Un lavoro artigianale, nel vero senso della parola, che ancora non conoscevo. Avrei fatto un lavoro molto più rozzo senza l'aiuto di Laura, e lei è stata gentilissima e bravissima. Si è messa con una disciplina ferrea e nonostante abbia tremila impegni è riuscita a trovare del tempo anche per questa cosa.

Finora hai fatto due prove aperte per il pubblico del tuo spettacolo "Omero non piange mai". Qual è stata la reazione del pubblico? E come è cambiato il testo dopo quelle esperienze?

C'è stata una prima prova aperta in un ambiente estremamente amichevole, che è il circolo Carichi Sospesi, e l'impressione è stata buonissima. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: bisogna lavorare bene sul rapporto con il musicista. Questo è venuto fuori chiaramente perché eravamo quasi separati, ma questo si può sistemare in corso d'opera. Un'altra cosa che ho notato, e non è certo un caso, è che c'erano dei momenti paoliniani. Io naturalmente ho ben presente l'esempio di Paolini, anche se in realtà  è un po' più complessa la cosa perché ho presente l'esempio di Paolini, di Laura Curino, di tutti quelli che fanno capo a Vacis, che hanno lavorato al Teatro Settimo di Vacis, e loro mi piacciono tantissimo, cioè mi danno sensazioni fortissime quando ascolto i loro racconti, quindi credo sia abbastanza naturale, che anche quasi inconsciamente nel delivery di questo testo siano venuti fuori dei momenti vacisiani, più che paoliniani. Però certo è un rischio: se fai una cosa in Veneto che assomiglia a Paolini, tutti diranno "ecco, ha copiato da Paolini". Quindi bisogna stare attenti.

Com'è andata la seconda prova?

La seconda prova è stata in un ambiente meno amichevole, più casalingo nel senso che è il mio teatro (quello di Piove di Sacco), però in cui c'erano anche operatori del settore, gente che mi era amica ma non veniva da amica, nel senso che veniva professionalmente a vedere. Lì c'è stata la conferma che la linea è giusta, ma anche un profondo lavoro di riduzione del testo, soprattutto della parte omerica, non perché risultasse pesante, ma perché l'accumulo di metafore che c'è in Omero poteva oscurare la bellezza di queste metafore. Se io metto trentasei volte "come il leone che..." può essere che a un certo punto si perda un po' l'effetto straniante di queste metafore, che sono veramente belle e potenti. Una cosa altrettanto importante, che riguarda già  una fase ulteriore, è quella del "è tempo di dare carne a questo testo". Le prove aperte sono state delle letture, è tempo di mettere in pancia questo testo, come si dice, e vedere quali sono i personaggi che emergono, i movimenti, e finalmente qual è il rapporto con la musica.

Parliamo allora dei tuoi musicisti, Francesco Basso e Sergio Marchesini.

Francesco Basso ha composto le canzoni, purtroppo non è in scena, anche se è un vero animale da palcoscenico, però non ci stava in questa cosa. Mi ha dato una mano e si è prestato con generosità  alla composizione delle canzoni. Le canzoni sono ancora in fase di studio, però ci sono credo tre canzoni che verranno composte da me e Francesco e verranno cantate nel corso dello spettacolo, più una che è We'll meet again che mi piace molto. E' una canzone molto dolce, americana di cui io mi sono innamorato nella versione cantata da Johnny Cash, che è bellissima. Con Francesco lavoriamo, abbiamo anche fatto una regia per uno spettacolo di teatro ragazzi, ci conosciamo abbastanza bene ormai. Ho poi trovato un musicista di sensibilità  inaudita, Sergio Marchesini, che è veramente bravissimo. Suona nella Piccola Bottega Baltazar, ed ha un orecchio, una sensibilità  teatrale elevatissima, che non trovi tanto facilmente. Mi trovo molto bene con lui. Non è sempre facile lavorare in tanti su una cosa, però è fondamentale. Io non ho delle competenze e non ho nessuna intenzione di rovinare uno spettacolo perché mi metto a fare tutto io. Cerco di acquisirle, però ci vuole tempo, pazienza. Nel frattempo la cosa migliore è parlare con qualcuno che se ne intende, ne capisce e ti può dare una mano. Queste persone le ho trovate. Tra l'altro in questo periodo i racconti stanno fiorendo dappertutto, e la cosa a me fa piacere perché a me il teatro di racconto piace. Non lo vedo come una moda: è una modalità  di teatro che è giusto abbia un suo valore e una sua diffusione. Però c'è un fatto: moltissimi di questi racconti hanno come accompagnamento la fisarmonica. Questo mi ha mandato un po' in crisi perché ho pensato "anch'io c'ho la fisarmonica, allora tutti penseranno: ecco, l'ennesimo raccontatore con la fisarmonica". Però ho pensato: preferisco scegliere un altro strumento a caso e lavorare con qualcuno che non conosco oppure scegliere la fisarmonica la cui sonorità  secondo me è quella giusta per queste cose e lavorare con uno che stimo e con cui mi trovo molto bene? Ovviamente la scelta non si poneva nemmeno.


Teatro di racconto



Teatro di racconto e teatro classico, di recitazione. Due modalità  di fare teatro, in cosa si differenziano e quali invece sono i punti in comune?

La domanda è enorme, da tesi di laurea! La questione in realtà  è semplicissima, se vogliamo andare alla struttura profonda ed eliminare la superficie: il teatro di racconto è la radice di ogni possibile teatro, perché i racconti li frantumi ed hai un tipo di teatro, i racconti li metti completamente in scena in prima persona ed hai un altro tipo di teatro...Però raccontare storie è una necessità  profonda degli esseri umani che prende tante forme. Il motivo per cui adesso è ritornato nella sua forma originale, e originaria, è che ci sono dei bisogni, delle cose, che evidentemente il teatro di tradizione aveva un po' dimenticato. Secondo me uno di questi fattori è la rottura della quarta parete, cioè il fatto che il narratore renda costantemente evidente l'importanza della presenza del pubblico, rompa costantemente il muro che separa palco- pubblico per interrogarlo, per parlargli. Una tradizione che conosciamo già  da Dario Fo, e che Paolini ha usato, e che tutti hanno usato, ed è giusto che sia così: non perché si tratta di copiare, ma perché il narratore col pubblico deve avere un dialogo. Il narratore ad un certo punto diventa catalizzatore di un'attenzione di una comunità . Se non si crea attorno a lui una comunità , se la gente va a vedere i narratori come si guarda la televisione, non funziona la cosa, muore il racconto. Quindi è giustissimo come fa ad esempio Paolini far salire il pubblico sul palco, giustissimo ad esempio che se c'è un telefonino che trilla non è che faccio finta di niente come nel teatro di tradizione, ma guardo il "colpevole" e gli dico "Ciccio, spegni il telefonino". Quello che c'è, come dice Laura Curino, c'è. Non si ignora niente. E' una necessità  profonda che la gente sempre più sta sentendo, ovvero sentirsi parte di quello che sta succedendo: essere parte di un gruppo che per una sera crea qualcosa. Radicalmente è questo: il teatro di racconto è la radice di tutti i racconti possibili. Il teatro di tradizione è uno sviluppo, molto legato ai suoi tempi, e quindi si vede che perde un po' di colpi. Il teatro di racconto nasce, come dice Baliani, da una crisi del teatro. Baliani è un po' pessimista su questa cosa. Per quanto io lo stimi in maniera enorme, tenderei ad essere più ottimista su questa cosa: secondo me è una crisi positiva. Non credo che finita questa crisi il teatro di racconto si estingua, semplicemente muterà , cambierà  il modo di raccontare. Non è un caso se alla Biennale di quest'anno abbiamo visto finalmente due narratori.


Il teatro a Padova




Parliamo del teatro a Padova.

Padova è una città  strana perché ha una marea di realtà  teatrali: amatoriali, semiprofessionali, ecc... che vanno in grandezza dal Verdi, che assorbe risorse come un'industria in fallimento, alla realtà  con due componenti che fa le letture nelle biblioteche. Non vorrei esagerare, ma secondo me si tratta di migliaia di persone che fanno teatro. Questo è il lato positivo. Il lato negativo è che sono estremamente frammentate queste realtà , non comunicano tra di loro, non hanno una piattaforma comune con cui trovarsi e discutere e quindi frammentano l'attività  teatrale. Non solo: spessissimo uno non va a vedere quello che fa l'altro, e questa secondo me è una gravissima perdita. Non permette a Padova di canalizzare risorse immense, magari collegate anche all'Università , e quindi rimane sempre un brulichio di cose piccole, in cui spesso vedi cose molto interessanti che però poi non riescono mai a realizzarsi perché si annullano tra di loro. Il tutto secondo me oppresso da questo enorme fabbricone del Verdi che ciuccia, ciuccia, ciuccia senza restituire.

Ci sono buone occasioni di formazione a Padova?

Quel che ho detto vale anche per l'attività  formativa. Chiunque voglia cominciare a fare teatro ha un'immensa quantità  di risorse a disposizione, e può gustare un po' di tutto, perché può provare il teatro del TPR, può andare al Tam, Abracalam, Teatro Continuo, può andare al Verdi che adesso ha l'attività  formativa di Terrani. A livello "inizio a fare teatro" c'è una marea di possibilità , anche buone. Non così se vuoi farlo di professione, non così se vuoi ampliare la tua mente, non così se vuoi lavorare: lì le cose cambiano radicalmente. Adesso c'è una grande iniziativa, che fanno i ragazzi dei Carichi Sospesi: un gruppo di teatranti che ha deciso che mancava qualcosa a Padova, e si vede che hanno beccato una vena perché il locale spesso è pieno. C'era bisogno di un posto dove si va a bere una birra, si chiacchiera, si va a vedere uno spettacolo, si vedono cose nuove. A me piace molto, dovrebbe avere più spazio, essere aiutato dal Comune, essere più grande. Ma sicuramente troverà  delle resistenze, la gente non si renderà  conto, difenderà  la propria parrocchietta. Mi dispiace perché ci vorrebbe un momento di dialogo. Non dico tra piccole realtà  e Verdi, perché quello non so quanto sia credibile, ma almeno tra realtà  medio-piccole, quello dovrebbe esserci.

E in quanto a spettacoli?

Ribadisco quello che ti ho appena detto. Io vedo cose interessanti a Padova. Vado al Tam e le vedo. Il lavoro sui carcerati del Tam è grandioso: Cinzia Zanellato ha fatto una cosa bellissima e socialmente...mmm...che vivifica; ai Carichi ho visto cose bellissime che mi hanno emozionato, anche cose che non sarei andato a vedere in altri parti per bigotteria, lo ammetto, però in un contenitore così neutro sono andato a vederle. C'è Beppe Casales che ha fatto il suo racconto, a me è piaciuto. Ho visto cose veramente belle. Il problema è sempre quello: sono cose piccole. Non riescono ad uscire, a darsi una produzione un po' più organizzata, che non riescono ad avere dei fondi, e questo mi dispiace moltissimo perché le risorse ci sono tutte. Bisognerebbe lavorare per creare qualcosa più ampio. Quindi spettacoli ne vedo. Poi adesso c'è questa cosa di Arteven [la rassegna Arti Inferiori], è un'ottima cosa. Non lo dico perchè ci sono io! E' una splendida rassegna. E' anche in certo senso una microsfida al Verdi, che invece si ostina a fare sempre le stesse cose. Qualche anno fa aveva tentato di fare una stagione più giovanile assieme a quella tradizionale, ma poi non l'hanno più ripetuta.

Il festival Itaca, di cui sei uno degli organizzatori, tornerà  a Padova?

Il festival Itaca [per informazioni visita il sito dell'associazione Tonicorti] quest'anno è a un punto di svolta molto importante. Può essere che torni a Padova, era nato per Padova e anche se abbiamo trovato un'ospitalità  meravigliosa ad Abano, molti di noi credono che debba ritornare a Padova. Vuole anche crescere, per questo stiamo lavorando già  perché vorremmo che fosse una cosa più integrata nella città , più articolata nel programma. Finora la parte dominante è stata quella video e musicale, noi teatranti vorremmo che la parte teatrale avesse maggiore rilevanza e quindi dobbiamo lavorare noi. Ci vuole un lavoro più intenso anche per la parte teatrale, che presenti nuove produzioni...anche se finora abbiamo fatto secondo me un buon lavoro, perché abbiamo presentato cose in anteprima che a Padova non si vedevano: Ascanio Celestini quando ancora non era famosissimo, Giuliana Musso con l'anteprima del suo spettacolo Sexmachine, Baliani con una cosa che non portava più tanto in giro, Corpo di Stato, poi l'ultima cosa che abbiamo fatto noi dell'associazione Evoè, Scandisk di Vitaliano Trevisan. Non sono mancate le cose buone. Ma vorremmo farle ancora meglio, magari nate da progetti ad hoc per Itaca.

Arianna Pellegrini

Flavia Vaglio. Il coraggio del morire

Flavia Vaglio. Il coraggio del morire


La tragica, straziante perdita della figlia Flavia diventa per la pittrice Lucia Vaglio una testimonianza coraggiosa e altissima attraverso un ciclo di opere che creano un momento di confronto sui temi della sofferenza e del lutto.

28 Novembre 2004 al 9 Gennaio 2005
Scuderie di Palazzo Moroni- Via VIII febbraio, Padova

Orario: 9:30 "€“12:30 / 15:30 "€“ 19:00, Chiuso il lunedì.
Ingresso libero.

INAUGURAZIONE
Sabato 27 novembre alle ore 17:30



Attraverso un linguaggio dal segno incisivo, dal colorismo vivido e chiaroscuri taglienti, forme decise, volumi netti e masse compatte, Lucia Vaglio trasmette, comunica, urla il suo dolore, l"€™incolmabile vuoto, la perdita, l"€™assenza, la separazione forzata, il rimpianto crudele, la trista fatalità .

Sono stati dell'€™animo, sentimenti, emozioni che diventano corali e ci portano a riflettere sull"€™esistenza e sulla fragilità  della condizione umana.

Le tele esposte rivelano inquietudine, ribellione, denuncia, un bisogno disperato di fisicità , il tentativo, decisamente riuscito, di ridare voce a questa splendida ragazza che ritroviamo più volte nella sua piena corporeità : nel momento di riposo dopo la danza, nel volto pensoso, nel ritratto di bimba, nella veste di affettuosa sorella, di donna amante e amata.

La mostra rappresenta così un"€™invocazione al mondo per non dimenticare, un monito a rinnovare l"€™impegno nell'€™educazione, nella ricerca e nella prevenzione, a donare a operatori, famiglie e malati le risorse necessarie ad affrontare e superare i limiti di una difficile condizione.

Questa mostra toccante e unica, sostenuta anche dall'€™A I L - Associazione Italiana contro le Leucemie, grazie alla vendita di una parte delle opere vuole diventare aiuto concreto ai bambini colpiti dalla leucemia e alle loro famiglie. E"€™ questo un messaggio di alto valore umano e civile, che si aggiunge a quello che Lucia Vaglio esprime con grande sensibilità , dignità  e forza con i suoi dipinti.

Tavola rotonda "Dalla via della seta alla via del carbone"

Tavola rotonda "Dalla via della seta alla via del carbone"

Nell"€™ambito della mostra Patrizia Bonanzinga. LA VIA DEL CARBONE avrà  luogo la tavola rotonda "Dalla via della seta alla via del carbone".

giovedì 25 novembre 2004 - ore 17:00
Galleria Sottopasso della Stua (Largo Europa)

Interverranno

Maurizio Scarpari
Professore Ordinario di Lingua Cinese Classica e Pro Rettore Vicario all'€™Università  Ca"€™ Foscari di Venezia

Guido Samarani
Professore Straordinario di Storia e Istituzioni dell'€™Asia Orientale
all'€™Università  Ca"€™ Foscari di Venezia

Enrico Gusella
Coordinatore Centro Nazionale di Fotografia

e l"€™artista Patrizia Bonanzinga

Aldo Pastore - fascino del mito

Aldo Pastore - fascino del mito

Aldo Pastore - fascino del mito

Il linguaggio artistico di Aldo Pastore si basa fondamentalmente sul disegno. Poi l"€™artista allarga le proprie esperienze alla pittura, alla scultura, alla ceramica, all'€™incisione.

Sala Samona"€™ "€“ Banca d"€™Italia "€“ Via Roma "€“ Padova
14 novembre "€“ 19 dicembre 2004
orario 9.30/12.30 "€“ 15.30/19.00
Ingresso gratuito, chiuso al lunedì
Inaugurazione: 13 novembre 2004 alle ore 18:00

Grazie alla sua abilità  nel gestire il disegno, Pastore riesce a creare (e qui ha certamente colto la grande lezione dei futuristi) la sensazione del movimento e della trasformazione (che alla fin fine è movimento nella forma) nelle figurazioni delle sue opere, facendosi assistere in una sola immagine alle varie fasi di un"€™azione.

Quel disegno poi spesso diventa pittura grazie all'€™arricchimento a mezzo di chine, inchiostri vari (spesso adopera anche quello tipografico), acquerello, partendo sempre da quella che lui chiama la sua tricomia: il rosso, il blu, il giallo. Segue poi un altro intervento, o fase, nella costruzione dell'€™opera: graffiti veri e propri, nel senso di togliere parte della materia applicata con punte varie, e inserzioni di tipo calligrafico, così che il lavoro originario viene completamente sconvolto in un continuo rifiorire e intersecarsi di segni che si sovrappongono al colore o che poi dal colore vengono sommersi.

Il risultato finale è che il soggetto dell'€™opera sembra emergere (o immergersi) da (in) uno spazio caotico, che può essere letto come la rappresentazione di questo mondo senza più direzione nel quale viviamo.

Questa lettura viene anche favorita dalla connotazione fredda e acidula che gli inchiostri, anche se acquerellati, conferiscono all'€™opera.

Pastore resta fedele ad una vocazione che lo accompagna da sempre. Egli è un narratore e sviluppa ogni suo racconto in cicli che possono essere costituiti da poche o da numerose tavole che comunque sviscerano fino in fondo l"€™argomento che egli affronta. Ogni tavola è un capitolo del suo racconto e in ogni capitolo approfondisce tutte le tematiche ad esso inerenti.

Per poterlo fare si documenta in maniera puntigliosa e precisa studiando a seconda dei soggetti: storia, leggenda, mito, costumi, tradizioni, natura e forma di attrezzi ed utensili, caratteristiche particolari di mestieri e comportamenti. Succede così che ogni ciclo non è solo apprezzabile per le sue qualità  artistiche (innegabili per l"€™originalità , l"€™inventiva, l"€™equilibrio compositivo, l"€™abilità  tecnica), ma diventa anche un documento importante di antropologia culturale.

Così nel ciclo dedicato all'€™albatro Pastore mostra le tecniche di pesca (e quindi di ammaraggio) di questo stupendo uccello; in quello dedicato alla fenice ne fa rivivere la leggenda risalendo anche alle origini della stessa; in quello dedicato all'€™astrofisica illustra movimenti e caratteristiche dei pianeti corredati da studi e strumenti ad essi dedicati. E così via per i cicli dedicati allo sport, ad Icaro, ai lavori e mestieri antichi, alle devastazioni atomiche con le mutazioni genetiche da esse provocate.

Sono opere che richiedono un lavoro enorme non solo di esecuzione, ma anche di preparazione.

E malgrado ciò Pastore ha una produzione vastissima che, come detto dall'€™inizio, si allarga anche alla scultura ed alla ceramica ove dimostra di possedere una manualità  eccezionale unita ad una altrettanto creativa fantasia che gli permette di scoprire forme (si guardino le sculture su legni fossili) dove gli altri vedono solo degli oggetti informi.

Dietro a tutto questo lavoro sta una poetica che nasce da un malessere diffuso ormai nella nostra società : l"€™incertezza del vivere e del futuro; la consapevolezza che l"€™uomo sta distruggendo se stesso ed il proprio mondo.

La denuncia di questo malessere attraverso l"€™espressione artistica comporta però anche un"€™apertura alla speranza: la creatività  offre all'€™uomo la possibilità  di andare oltre il contingente, di offrire alternative, di valorizzare situazioni e comportamenti che ricordano che non tutto è negativo.

Ed è in questo che Pastore si riscatta dalla tentazione di un pessimismo totale.

Cina: sulla via del carbone

Cina: sulla via del carbone

Le miniere di carbone: altra faccia faccia della medaglia del progresso e della ricchezza. Pubblichiamo due brani tratti da "The Road to Coal” di Patrizia Bonanzinga, fotografa che ha soggiornato a lungo in Cina e racconta la complessa realtà  di quel paese nella mostra fotografica "La via del carbone".

Cina: la miniera più grande del mondo


di Paolo Longo

La cronaca racconta che alle 8:50 di mattina di una fredda giornata d'inverno 24 minatori che lavoravano a 300 metri di profondità  in una miniera di carbone nella regione autonoma dello Xinjiang Uygur, nel nordovest della Cina, sono rimasti bloccati a causa di un improvviso allagamento.

L'agenzia di stampa cinese ufficiale Xinhua riferisce così gli avvenimenti successivi: "Immediatamente dopo l'allagamento, la società  proprietaria della miniera ha convocato una riunione urgente per lanciare l'operazione di salvataggio che è iniziata immediatamente"

Dei 24 uomini rimasti sotto terra 15 erano bloccati nello stesso tunnel ed è lì che si sono concentrati gli sforzi. Dopo ore di lavoro i soccorsi sono arrivati a soli tre metri da loro ma un gigantesco blocco di roccia li ha fermati. "Da questa parte del tunnel sentivamo le voci sempre più deboli dei minatori, racconta uno dei soccorritori, siamo riusciti a fare arrivare loro un messaggio, restate calmi, cercate di respirare lentamente e di non fare sforzi per non consumare l'aria rimasta". I lavori sono andati avanti senza sosta e finalmente alle sei del pomeriggio i soccorritori hanno ristabilito la ventilazione nel tunnel e alle tre di mattina i 15 sono stati salvati.

Solo il giorno dopo la cronaca riporterà  che nell'incidente ci sono stati sei morti.

Questa è una notizia che non manca mai nei giornali cinesi. Gli incidenti nelle miniere di carbone fanno ormai parte della vita di ogni giorno in Cina, sono l'altra faccia della medaglia del progresso e della ricchezza.

La Cina ha bisogno del carbone per muovere le sue fabbriche, per illuminare le sue città , per riscaldare le sue case, per produrre il suo acciaio. Le previsioni parlano per il 2004 di 1,7 milioni di tonnellate di carbone estratte per coprire il 70 per cento del fabbisogno energetico e ogni tentativo di migliorare la sicurezza nelle miniere e di render meno inquinante il carbone si scontra con la realtà  di un paese che rischia in ogni momento una vera e propria "carestia energetica".

L'industria mineraria carbonifera cinese è la più grande del mondo, con oltre 430.000 piccole e grandi miniere, controllarle tutte è impossibile, imporre a tutte standard di sicurezza ancora di più. Il primo ministro Wen Jiabao ci ha provato, ordinando controlli a tappeto e la chiusura di migliaia di impianti, ma si è ritrovato con un drastico calo della produzione proprio mentre al contrario aumentava la domanda da parte di un'economia che continua a crescere troppo
velocemente. E così un po' alla volta molte delle miniere chiuse sono state riaperte, alcune clandestinamente, e il numero degli incidenti è tornato a crescere.

La Cina combatte una battaglia decisiva per raggiungere un equilibrio tra le risorse disponibili e il tasso di crescita, prova ad allargare la scelta delle fonti energetiche utilizzate, costruisce dighe gigantesche, sogna di realizzare 19 centrali nucleari in 15 anni, punta ad accelerare l'accantonamento di riserve petrolifere strategiche e a rendere operativo al più presto un oleodotto per il gas naturale che attraverserà  il paese da est a ovest; ma la dipendenza dal carbone resterà  sempre molto forte, secondo tutte le previsioni il minerale coprirà  all'incirca il 60 per cento del fabbisogno energetico ancora per i prossimi 50 anni.

Con un problema aggiuntivo, il costo ambientale altissimo. Il carbone è da sempre la fonte energetica fondamentale della Cina ma è negli ultimi due secoli che la sua estrazione ha raggiunto livelli industriali, e si vede. L'inquinamento oggi nelle città  di questo paese è tra i più alti del mondo. L'ONU ha calcolato che l'inquinamento costa alla Cina tra il 3,8 e il 5 per cento del Prodotto Interno Lordo, mentre gli studi epidemiologici avvertono che già  oggi le malattie respiratorie sono la causa del 25 per cento delle morti premature: 700.000 persone muoiono ogni anno per l'inquinamento ambientale provocato dall'uso di carbone che serve al paese per correre e alla gente per cucinare.
Insomma ancora per molto tempo la Cina dovrà  scegliere tra la crescita e l'aria pulita, tra lo sviluppo e la fine degli incidenti nelle miniere.

"Troppi incidenti come quello dello Xinjiang, scriveva uno dei partecipanti a una chat, sto diventando indifferente".

Da "The Road to Coal" di Patrizia Bonanzinga
Hopefulmonster, Torino 2004










La via del carbone


di Patrizia Bonanzinga

... Sono ritornata nello Shanxi, sulle orme del "mio" carbone. Sono entrata nelle piccole miniere che si aggrappano alle pareti polverose dei canyon che penetrano in profondità  perpendicolari alla strada maestra. Sugli spiazzi sovrastanti, attorno alle piccole miniere, i piccoli villaggi dei minatori. La cosa più stupefacente in quei luoghi, e di cui a tutt'oggi non riesco ancora a capacitarmi, è stata per me sin dall'inizio il loro vuoto. Già  il senso d'abbandono che regna nei villaggi, costruiti secondo il classico schema geometrico, è oltremisura deprimente, ma ancor più lo è l'aspetto delle facciate delle case, dietro le cui finestre tutto sembra immobile. Non riuscivo a immaginare chi potesse vivere in quelle desolate costruzioni, benché, d'altra parte, si trovassero nei cortili interni un gran numero di bidoni e oggetti di vario tipo, segni di presenza. Ma la cosa ancor più stupefacente, in qualsiasi desolato villaggio mi trovassi, è il riconoscere l'evidenza dei simboli della cultura cinese: l'arco memoriale, spesso in plastica o in ferro, che accoglie il visitatore; le scritte di buon auspicio attaccate ai lati delle porte; le pietre, scolpite anche in modo rudimentale ma sempre a coppia, raffiguranti i più strani animali; un busto di Mao Ze Dong, che rimanda al mito degli antenati, al centro di uno scaffale accanto alle ceneri di qualche parente; la ricorrenza di oggetti cifrati e numerati secondo regole fisse; la geometria dei villaggi che vista dall'alto rimanda alla calligrafia della scrittura cinese. La notte, che tenessi gli occhi aperti oppure chiusi, continuavo a vedere le immagini di quei luoghi: i mattoni polverosi delle case, le vetrine dei punti di vendita, le prospettive dei vicoli nel mio mirino, i portoni chiusi, la polvere di carbone tra le pietre del selciato, i mucchi di carbone davanti alle porte, il silenzio rotto soltanto dal sibilo del vento. Per quanto io possa risalire indietro col mio pensiero, mi sono spesso sentita come priva di un posto nella realtà , come se non esistessi affatto, e mai questa sensazione è stata così forte quanto durante i miei viaggi in quei territori, lungo la mia "via del carbone". E per me non esiste creazione possibile se non in questa indeterminatezza.


Da "The Road to Coal"
Hopefulmonster, Torino 2004

Arte&Arte

Arte&Arte

A confronto le opere del pittore Claudio Castellani e della scultrice Marisa Molfese.

6 novembre - 12 dicembre 2004
Galleria La Rinascente, Padova

Orario: da lunedì a sabato 9:00 – 21:00, domenica 10:00 – 21:00.
Ingresso libero.

Informazioni:
tel. 049 8204562
email: paganing@comune.padova.it


Claudio Castellani



Pittore ed incisore, nato ad Urbino dove ha iniziato la sua formazione e il suo percorso artistico, ora vive nel Veneto. Da diversi anni lavora nel suo studio nella Riviera del Brenta, ed è docente di Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico “A. Modigliani”.

Nella Galleria La Rinascente espone 27 opere realizzate in tecnica libera su compensato e tela, rivelando la sua formazione urbinate. Su di lui hanno scritto molti critici mettendo in evidenza la sua sensibilità  coloristica, la magica atmosfera irripetibile, il segno guizzante e dalle tonalità , ora brillanti ora cupe, che si sovrappongono creando un unico effetto di luce. Oltre l’aspetto prettamente tecnico, ciò che colpisce nell’arte di Castellani sono il senso nostalgico ed emotivo della natura e l’immedesimazione lirica con l’ambiente.



Marisa Molfese


Ex docente di Scultura presso il Liceo Artistico “A. Modigliani”, vive e lavora a Padova.

Le sue 25 opere danno l’idea di una scultura intuita essenzialmente come dominio della forma nello spazio. Tuttavia la Molfese non si serve della forma per uno scopo descrittivo, bensì per svolgere una tematica di contenuti interna alla scultura stessa. La capacità  di questa artista di rendere atmosfere, di comunicare stati d’animo, di trarre differenti vibrazioni emotive dall’uso di tecniche e materiali diversi, è stata messa in evidenza da numerosi critici che hanno scritto su di lei e che ne hanno riconosciuto un esito stilistico inconfondibile.

La via del carbone. Mostra fotografica di Patrizia Bonanzinga

La via del carbone. Mostra fotografica di Patrizia Bonanzinga

Trenta fotografie in bianco e nero per raccontare la complessa realtà  cinese attraverso la sua energia primaria: il carbone.



29 ottobre "€“ 11 dicembre 2004
Galleria Sottopasso della Stua, Largo Europa - Padova

Orario: da lunedì a sabato 11:00 - 13:00 / 15:00 - 18:00
Chiuso la domenica. Ingresso libero.

La rassegna è promossa dall'€™Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo "€“ Centro Nazionale di Fotografia.

La mostra
L'artista
Informazioni


La mostra


Un minerale per raccontare un paese. Un processo produttivo come "percorso".Le esigenze dell'industria e dello sviluppo economico contro tradizioni che resistono e precarie condizioni lavorative. E'questa la forza dello sguardo fotografico di Patrizia Bonanzinga: non denuncia ma riporta, racconta e svela un mondo diverso e distante dal nostro, con tutte le contraddizioni che si possono incontrare in un paese complesso come la Cina, di cui il carbone, diventa oggetto di un percorso e di una storia.

L"€™artista con il suo lavoro indaga tutte le differenti fasi che portano dalla produzione all'€™uso del carbone. Si concentra non solo sul mondo lavorativo e le relative condizioni umane, ma anche sulla vita quotidiana che nonostante i grandi cambiamenti in atto in quel paese è ancora fortemente legata ad un tipo di sviluppo quasi artigianale e sostenuta da una solida tradizione culturale.

Colpita e affascinata da questo universo "€œannerito"€, dal 1995 la fotografa lavora al progetto "€œLa via del carbone"€ ripercorrendo tutta la catena industriale legata al carbone e concentrandosi soprattutto lungo un asse immaginario e reale: quello che lega Pechino, capitale politica, a Datong, nella provincia dello Shanxi, capitale del carbone.

Le diverse tappe del percorso si snodano attraverso due direzioni: una legata a chi il carbone lo estrae, alla classificazione dei diversi tipi di miniere ai depositi di stoccaggio; l"€™altra a chi lo trasporta, alla distribuzione, alla stessa "€œvia del carbone"€, lungo la quale si è nel corso del tempo sviluppata una particolare economia, grazie al passaggio dei numerosi camionisti, costituita da stazioni di servizio, ristoranti, alberghi...

Lo sguardo discreto della fotografia coglie anche la vita quotidiana, entra dentro le case, le scuole, fino agli ultimi vincoli della vecchia città  di Pechino, dove le mattonelle di carbone vengono impilate per l"€™inverno e sommariamente ricoperte di cartoni e plastiche.Donne, uomini e bambini che vivono in funzione di questo minerale, il cui uso è legato tanto ai bisogni domestici, come testimonia un camino nell'€™angolo di una casa, quanto ai bisogni industriali che traspare dai camini delle ciminiere che fumano.


L'artista



Patrizia Bonanzinga è nata nel 1954. Laureata in matematica all'€™Università  di Siena, ha lavorato per una decina di anni nel settore delle telecomunicazioni per un centro di ricerca scientifica di Roma. La sua passione per la fotografia nasce durante il periodo universitario.

Ha vissuto a più riprese all'€™estero (Messico, Algeria, USA, Francia, Cina). Tra il 1995 e il 1998 ha vissuto a Pechino dove ha lavorato a diversi progetti legati alla Cina che hanno dato luogo a pubblicazioni su riviste italiane ed estere e a numerose esposizioni: Accademia Centrale delle Belle Arti di Pechino, "€œSui confini: le minoranze nel sud ovest della Cina"€, 1997; Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, "€œRaccontare Pechino"€, 1999; Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia, "€œUno Sguardo Italiano su Pechino"€, 2001; Atelier Francois Seigneur e Sylvie de la Dure, Arles - Incontri Internazionali di Fotografia "€œPechino cambia pelle"€, 2001.

Ha esposto alla stazione Termini di Roma, nell'€™ambito del 1° Festival Internazionale della Fotografia: "€œRitrovi"€, un lavoro in digitale progettato e realizzato con il fotografo Pietro Mari, 2002.

Ha inoltre partecipato alla realizzazione del libro "€œGrammaire de l"€™Objet Chinois"€ di Michel Culas (Edition de l"€™Amateur, Paris, 1997), e alla realizzazione del libro Beijing 798 (timezone8+ Thinking Hands, Pechino, 2004).

Insegna "€œEducazione all'€™Immagine"€ in un master presso la terza Università  di Roma e scrive saggi ed articoli legati alla fotografia su riviste specializzate.


Per informazioni:



Centro Nazionale di Fotografia
Via I. Wiel, 17 "€“ 35127 Padova
Tel. e fax +39 049-8721598 / Tel. 049-8722531
e-mail gusellae@comune.padova.it

Un profilo di Renato in sparsi ricordi

Un profilo di Renato in sparsi ricordi

Enrico Crispolti, uno dei più famosi studiosi d"€™arte contemporanei, ricorda l'artista Renato Petrucci, padovano d'adozione, in quest'intervento al tempo stesso lucido e affettuoso.





Nato nel 1933 a Roma, Enrico Crispolti è Professore Ordinario di Storia dell'Arte Contemporanea nella Facoltà  di Lettere e Filosofia dell'Università  di Siena, dove è direttore della Scuola di Specializzazione in Storia dell'Arte. Storico dell'arte del XIX e XX secolo, esperto del Futurismo e critico militante, ha organizzato numerosissime grandi rassegne e curato pubblicazioni su diversi autori.

Così ricorda Renato Petrucci, morto nel 1999, a cui la città  di Padova ha dedicato una mostra antologica:



Di Renato ho ricordi diversi, più vividi e intensi naturalmente quelli relativi agli anni romani, i suoi primi, di formazione ma anche di prima identità , dentro e appena fuori dell'€™Accademia di Belle Arti romana, dove era allievo di Fazzini, per la scultura, e mio evidentemente per la storia dell'€™arte. Ricordi, dico subito, né mi sarebbero altrimenti rimasti così vivi a quasi trent"€™anni di distanza, non tanto connessi ad una condizione scolastica, accademica (di buon oppure invece insubordinato allievo, insomma), ma già  di emergente livello creativo, se non almeno di opzione creativa. Della quale forse, per Renato, credo si possa parlare, complessivamente, soprattutto in quanto autenticità  di esperienze vissute nel tempo, aperte, molteplici, disparate, persino in certo modo fra di loro incongrue, perché mosse da un istinto, generoso ed entusiasta, d"€™attivismo comunicativo e partecipativo; insomma da una volontà  di fare, di agire, di esserci, di partecipare, di comunicare, proporre e coinvolgere, al di là  appunto del filo d"€™una coerenza linguistica o di intenzioni di contenuto. Dunque ricordi precisi, che richiamo senza difficoltà , e con documenti, benché riguardino dunque eventi i più remoti della sua avventura creativa e propositiva, ai quali ne posso aggiungere, ora sollecitato, altri sparsi, sfocati, perché in buona parte indiretti, veicolati da cataloghi, da testi, da telefonate, da rari e rapidi incontri, del tutto documentali insomma.



Nell"€™Accademia ho sempre cercato di promuovere iniziative che gli allievi andavano mettendo a fuoco autonomamente, soprattutto in alternativa all'€™insegnamento artistico ufficiale loro fornito. Così sono nate almeno un paio di mostre di opere di allievi elaborate appunto del tutto fuori dei corsi artistici accademici, e sostanzialmente del tutto in intenzione d"€™espressività  liberatoria alternativa rispetto a questi. Eppure fra i docenti di scultura allora a Roma, Fazzini mi sembra risultasse di fatto il più aperto, rispetto a, da una parte, Mastroianni, d"€™una gesticolante apparenza plastica modernistica dinamico materica, e altrimenti d"€™un Greco, educatamente formale nella propria figurazione sintetica, e, dall'€™altra parte, d"€™un Crocetti ormai strenuamente conservatore accademico, nel suo piatto figurativismo; non a caso dall'€™insegnamento di Fazzini è venuto fuori un Bruno Liberatore, di Penne come Renato.

Mostre che intitolai, appunto in implicita indicazione polemica d"€™alternativa, Condizioni di ricerca. E quella ove era presente Renato, la seconda, era Condizioni di ricerca 1973, nella Galleria Il Grifo (i locali di Via Ripetta dove da vent"€™anni ho il mio studio). Vi partecipava assieme a Giancarlo Cutilli (pure di Penne), a Roberta Filippi, e a Virgilio Magnolo (subito perso di vista), con i quali costituì un gruppo di ricerca fotografica e audiovisiva per un"€™analisi alternativa della comunicazione; esattamente proponendo una lettura dinamica, tipologica e topologica (per quartieri più significativi), delle scritte murali di quegli anni conflittuali, postsessantotto, a Roma.

Nell"€™ottica del rispetto da parte mia delle opzioni di ciascuno, è stato il tema della loro tesi (collettiva) di diploma d"€™Accademia, e per me l"€™episodio più stimolante di quei primi anni d"€™insegnamento. Ne è nato un piccolo libro, oggi prezioso perché rarissimo, pubblicato da Beniamino Carucci, di Cutili, Filippi e Petrucci, utilizzato come catalogo di mostre fotografiche organizzate, fra 1974 e "€™75, nel Centro di attività  visive di Ferrara, nella Sala Sant"€™Ignazio della Galleria Comunale d"€™Arte Moderna di Arezzo, nella Galleria Visual Center Art a Napoli, nella Facoltà  di Lettere e Filosofia dell'€™Università  di Salerno (dove nel frattempo ero andato ad insegnare), nella Galleria di Porta Ticinese a Milano, e nella Galleria Spazio-Arte a Roma; ricerca infine documentata nella sezione italiana della Biennale di Venezia del 1976, Ambiente come sociale, da me curata con Raffaele De Grada.

L"€™importanza di quella ricerca, che ha raccolto in occasione di tali mostre o in sede editoriale un novero invidiabile di recensioni, è stata sottolineata in più occasioni nel tempo, divenendo un punto di riferimento. E certo dimostrava ben altra acutezza di strategia d"€™analisi specifica (di dinamica della comunicazione, soprattutto politica, e di mobile quadro sociologico) che non per esempio quella, molto sommaria, e incerta fra specificità  politica di scritte murali, graffitismo e persino muralismo, proposta ora in un volumetto edito da "€œl"€™Unità "€ (Vietato vietare. Le scritte politiche sui muri dal ventennio al G8 di Genova, a cura di Simonetta Bosso).

Il 1973 fu certamente per Renato un anno cruciale d"€™emergenza e d"€™iniziale identità . Un mese dopo Condizioni di ricerca 1973, lavorava infatti con il suo gruppo ad una documentazione fotografica analitica delle attività  della settimana di preparazione di Volterra 73. Poco dopo mi è capitato di seguire Renato nell'€™impegno di operazioni urbane assieme a Fabio De Sanctis, da La deriva urbana a Controindicazioni, a Penne, implicanti performances di jazz, nello stesso anno della partecipazione documentaria alla Biennale veneziana. Ma con il trasferimento a Padova, all'€™inizio degli anni Ottanta, i nostri incontri si sono fatti più rari. Anche se sapevo che Renato vi sviluppava, coerentemente, un interesse per il rapporto con il territorio, fino alla pratica comunicativa alternativa del grande murale urbano in Corso Milano, "€œper segnalare la necessità  dell'€™oasi di verde nel centro storico"€.

A metà  degli anni Ottanta lo ho ritrovato scultore, che esponeva a Castel San Zeno, nel 1986, secondo la Baradel impegnato in un "€œfuturismo organico"€, di sensibilità  piuttosto materica, alla ricerca di costruire insiemi plastici, in terracotta colorata con smalti a freddo, di piuttosto incerta configurazione. Più che paesaggi, come li dichiaravano i titoli, quasi immaginate presenze architettoniche miniaturizzate, avresti detto di tradizione espressionista (anche perché colorate). E così lo ritrovai l"€™anno dopo in Alternative Attuali Abruzzo "€™87, nel Castello Spagnolo de L"€™Aquila. Del resto complessivamente il lotto di quelle terrecotte smaltate a freddo è notevole per varietà  di occasioni plastiche praticate (confrontabili con proposte in terracotta di Biagio Jadarola, che nasce da esperienze d"€™architettura povera, vicino a Riccardo Dalisi).

Tuttavia quell"€™organicismo mi sembra fosse allora tentato a fletterlo anche in senso alquanto figurativo (come in quanto espose in Il respiro della materia, con altri, a Castelnuovo di Rangone, nel 1986). Ma andava maturando uno sbocco del suo lavoro anche in pittura, nel ciclo che, esponendolo a Penne alla fine del 1992, ha intitolato Pneuma-partenze, caratterizzato da una figurazione che direi genericamente postmoderna per la sua disinvoltura d"€™accentuazione espressiva, perché episodica e per nulla strutturale, apprezzabile nella vivacità  dell'€™invenzione cromatica (acrilici) almeno dei dipinti figuralmente più complessi. Diversamente attratto fra dimensione del mito e suggestioni d"€™esistenza.

Del resto anche in scultura mi sembra che la pressione figurativa si fosse definita chiaramente nel suo lavoro, almeno a metà  dei Novanta, in particolare con un"€™opera fra le sue più solide e memorabili quale Il silenzio dell'€™uomo, del 1995, in marmo bianco, preceduto da altre steli quali La casa di Maria, del 1993, in marmo e bronzo, e la coeva La donna in mare, in marmo bianco di Carrara. Allora aveva tentato anche una eventualità  di inserimento urbano della scultura allestendo a Penne La via dei ricordi e La via dell'€™oblio. Certamente meno convincenti per me rimangono le figurine filamentose, grafiche, articolate nello spazio, che ha proposto in diverse occasioni nei secondi anni Novanta.

La questione fondamentale dell'€™immaginazione di Petrucci è stata forse proprio quella di coniugare una consistente necessità  d"€™identità  esistenziale al di là  d"€™un orizzonte d"€™immediatezza di vissuto, anzi di cercare di scavalcare la testimonianza di questo in uno scivolamento immaginativo mitico, seppure vissuto a livello del tutto psichico e non certo culturalistico.

La generosità  dell'€™uomo, giovane, cementava indissolubilmente azione e riflessione, fare arte e partecipare socialmente (a cominciare dal lavoro sviluppato nella Scuola e altrimenti dall'€™attività  nell'€™ARCI).

In fondo certamente di un dispersivo nel proprio lavoro strettamente plastico, il profilo complessivo della personalità  di Renato mi sembra vada considerato soprattutto alla luce appunto della generosità  partecipativa dell'€™uomo, del suo attivismo illimitato. Non tanto insomma in risultati plastici di per sé ma attraverso una sintomatologia di umori e voleri che univano il suo privato e il suo pubblico, stabilendo dunque una stretta connessione fra immaginazione propria e destino collettivo, e spazio d"€™attiva partecipazione e sollecitazione pubblica. Per questo ha finito per vivere la propria avventura creativa ed umana come un destino non d"€™affermazione personale ma appunto di partecipazione, di lavoro partecipabile, di lavoro partecipato, secondo la forza d"€™un intimamente entusiastico trascinamento.

Enrico Crispolti

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