Incontro con l'artista

Incontro con l'artista

Franco Trevisan sarà  presente in sala espositiva per raccontare il suo percorso artistico, le sue esperienze, le sue motivazioni.

Venerdì 4 febbraio 2005 alle ore 17:00
Sala Samonà  della Banca d’Italia – Via Roma – Padova

Per partecipare all’INCONTRO CON L’ARTISTA rivolgersi al Settore Attività  Culturali, via Porciglia 35 – Padova

Per informazioni
tel. 049 8204523
e-mail mazzucatos@comune.padova.it

Fermenti culturali. Intervista a Filippo Tognazzo

Fermenti culturali. Intervista a Filippo Tognazzo


La contaminazione artistica è il filo conduttore dell'intervista di questa settimana. Ce ne parla l'attore Filippo Tognazzo, ideatore di Tozu, ditta-gruppo che riunisce personalità  artistiche differenti, e che ha realizzato con l'associazione Experimenta "Le Affinità  elettive", spettacolo che unisce diversi linguaggi espressivi: racconto, musica, video, immagini. Un ottimo esempio di collaborazione tra giovani artisti.



Chi è
Intervista




Chi è



Filippo Tognazzo nasce a Padova nel 1976. Si laurea al DAMS di Bologna con una tesi in strutture della figurazione dal titolo I M.U.D.: fra gioco e crisi dell'€™identità . Ha seguito diversi laboratori e stage di commedia dell'arte, recitazione, narrazione. Lavora come attore e formatore. Nel 2001 crea Tozu, con la quale realizza diversi progetti in ambito teatrale. Nell'ambito del Carnevale di Venezia 2005 Filippo Tognazzo va in scena al Teatro Piccolo Arsenale con Arlecchino Bohémien della compagnia Pantakin da Venezia.

In collaborazione con Experimenta, un'associazione di giovani musicisti di Limena, realizza lo spettacolo "Le affinità  elettive", che di recente si è potuto vedere a Padova. "Le affinità  elettive" nasce come un progetto di creazione collettiva, di confronto non solo artistico, ma personale fra diverse attitudini e sistemi di relazione con il mondo. Ognuno degli artisti coinvolti offre una propria personale interpretazione del romanzo di Goethe, usando un linguaggio che gli è proprio. Il risultato è uno spettacolo emozionante.



Il gruppo di artisti che hanno lavorato a Le affinità  elettive è formato da:

Andrea Fabris: voce, chitarra
Andrea Signori: chitarra ritmica
Filippo Ferrari: percussioni, batteria
Roberto Marcon: basso acustico, voce
Filippo Tognazzo: racconto
Marco Zuin: videoproiezioni
Tecnico del suono: Alessio Ometto, Mirko Visentin

LA TRAMA: L"€™amore coniugale fra Edoardo e Carlotta viene sconvolto dall'€™arrivo del Capitano, amico di Edoardo e di Ottilia, nipote di Carlotta. Il nuovo equilibrio viene turbato dalla nascita del figlio di Carlotta e di Edoardo e dallo scoppio della guerra. Sopravvissuto al conflitto, Edoardo ritorna per sposare Ottilia; ma durante la traversata di un lago la giovane cade in acqua assieme al bimbo di Carlotta, che annega. Per espiare la sua colpa, Ottilia si lascia morire d"€™inedia. Edoardo poco dopo muore consumato dall'€™amore.

NOTE DI REGIA
Nelle Affinità  Elettive racconto, musica e immagini si alternano e si mescolano offrendo una lettura del romanzo al tempo stesso poetica, emotiva e intellettuale. Lo stesso Goethe sembra voler stabilire una connessione fra le relazioni personali, regolate dai sentimenti, e le affinità  chimiche che regolano l"€™universo. Perciò parole, suoni e immagini si contaminano e si sovrappongono, cercando affinità  reciproche e prendendo coscienza delle differenze.

Il prossimo progetto comune del gruppo è uno spettacolo sulla storia dei minatori di Marcinelle fino al tragico incidente dell'€™8 agosto del "€™56.


Intervista



Tozu
Fare teatro a Padova
Le affinità  elettive
Musi Neri
Commedia dell'arte e teatro di narrazione


Mi parli di Tozu? E' un'associazione, un progetto, un gruppo?

La Tozu in realtà  non è un'associazione, ma una ditta individuale. Ho cominciato circa tre anni fa. Fatti gli studi mi sono reso conto che avevo bisogno di un bagaglio tecnico, pratico. Mi sono messo a fare un po' di formazione. Nei vari incontri ho conosciuto una serie di ragazzi di Padova con i quali è nata una collaborazione. Loro erano più giovani di me, facevano ancora l'università , sai non sapevano ancora bene cosa volevano fare... io invece ho detto "io intanto comincio, provo" e ho fatto questa ditta individuale. L'ho chiamata Tozu. Il nome viene da Tognazzo-Zuin che era un mio collaboratore del tempo, anche attuale in realtà , solo che adesso lui lavora sul video e io più sul teatro. L'idea qual era? io faccio da capocordata, propongo dei progetti e poi di volta in volta si crea un équipe che risponda al meglio a quello che può essere il progetto. Ad esempio per l'Ubu Re, che è un progetto piuttosto ampio, sono io che lo coordino. E' un progetto di circa 110 ore di formazione. Io ne faccio circa la metà , poi c'è un insegnante di danza che è Sandra Zabeo, che fa un lavoro a terra sul movimento; Sara Celeghin, che frequenta la Scuola di Circo Teatro di Bologna, fa la parte di acrobatica e giocoleria; Giorgio Sangati, che si sta diplomando al Piccolo di Milano, fa una parte sulla pantomima, movimento espressivo (più drammatizzato rispetto a Sandra, che fa una parte più libera); Alberto Ferraro, che studia a Roma, fa un lavoro sulla voce, canto popolare, respirazione. Mettiamo insieme competenze diverse anche per dare un approccio piacevole agli allievi. In questo caso l'équipe formata è questa, per altri progetti, tipo quello con le scuole, lavoro sempre con Sara, con Antonio, un ragazzo del
Conservatorio di Venezia che fa un lavoro su musica e ritmo, e poi dipende. E' struttura mobile, ma ci piaceva l'idea di riconoscerci sotto un nome ben identificabile. Anche per ragioni di mercato, per essere ben identificabili.
Siamo tutti giovani, ma con percorsi solidi alle spalle. Abbiamo la volontà  di lavorare sul territorio, con un occhio di riguardo alla qualità , l'argomentazione, lo studio di quello che proponi. Oggi per esempio è il giorno della memoria. A volte
per celebrare si fanno tanti spettacoli un po' tirati via...
La speranza grande è quella di creare una vicinanza tra il pubblico di Padova e il teatro, anche quello giovane. Anche con i laboratori, cerchiamo sempre di andare fuori. Tre mesi prima della fine cominciamo già  a fare le uscite, perchè comunque lo spettacolo si costruisce con il pubblico, c'è un contatto. Non importa se non porti lo spettacolo completo, lo dici prima "non è uno spettacolo completo, abbiamo dei pezzi, lo stiamo valutando". Solo così si crea un dialogo, sennò è come se la gente guardasse la televisione, sì no, cambio canale...invece così si sente partecipe di un momento creativo. Questo è importante.
Poi la speranza è che man mano si riesca a creare anche un movimento economico, che si riesca ad avere un minimo di finanziamenti, un minimo di respiro, perchè sennò l'unica alternativa è andare via. Fusetti della Kiklos ha chiuso la scuola e deve andare via, perchè è diventato difficile gestire una scuola a Padova. Può piacere o no, ma se ne sente la mancanza perchè comunque Kiklos aveva segnato un innesto di qualità  a Padova, era qualcosa di più internazionale. Ci sono le personalità  a Padova, ma lavorano tutte fuori. E per una città  come Padova, che comunque è una città  di cultura, è una città 
che ha studenti, una città  che ha un passato, perdere la cultura, la vitalità  dei suoi cittadini significa perdere la propria identità , perdere un senso che invece deve avere.



E' così difficile la situazione per un giovane che vuole fare teatro a Padova?

Il problema di Padova secondo me è che per i ragazzi giovani e per chi vuole fare teatro professionalmente manca la continuità  di lavorare, di fare esclusivamente quello. Non c'è la possibilità  di farlo come attore non c'è la continuità  lavorativa per dire "ho un tot d'entrata mensile per cui riesco a pagarmi l'affitto ". Chiaramente devi trovare altre strategie, una è la formazione, si lavora tanto con le animazioni, si lavora con i piccoli spettacoli, ci sono varie cooperative magari di teatro ragazzi. Il teatro ragazzi sopravvive come realtà , ti permette di fare delle produzioni, di avere comunque un pubblico, puoi venderlo alle scuole, alle piazze, alle manifestazioni, quindi diventa un po' più semplice.
Però francamente lavorando all'interno di un ambiente più professionalizzato se vuoi ti accorgi che c'è un salto qualitativo importante. Perciò se tu decidi di fare l'attore a Padova è davvero difficile se non riesci ad entrare in uno di quei
percorsi, di quelle reti che sono già  presenti.

Ad esempio?

So che Abracalam lavora abbastanza bene, ha una serie di contatti nel territorio. Lì c'è Caruso, e c'era anche Beppe Casales, ma adesso so che Casales ha creato "Via" quindi comunque si è scorporato. Qualcosa a Padova effettivamente si sta muovendo. Anche dal TPR se n'è andato Andrea Pennacchi, è andato a Piove di Sacco, ha aperto anche in quella direzione una strada. C'è Bel Teatro che comunque fa una produzione e lavora con continuità . Però anche lì hanno degli attori che ogni tanto entrano, ma un attore non è che può stare semplicemente a Bel Teatro a lavorare. Quelli dello Stabile francamente non so quanto riescono a lavorare, come siano composti, se ci sono attori padovani o meno, questo non te lo so dire... Tutte le altre associazioni e piccoli gruppi hanno le loro dinamiche interne, chiaramente mantengono quelli che stanno dentro e hanno difficoltà  a poter pagare qualcuno che venga da fuori o a prendere altra gente. Questo ti obbliga ad andare fuori. Io sono stato fortunato perchè avendo fatto un percorso sulla commedia dell'arte avevo una strada preferenziale. Mi sono iscritto a Venezia alla Pantakin, e lì ti danno una disponibilità  di lavoro abbastanza buona. Tieni presente che il lavoro teatrale è un lavoro lento. Hai la necessità  di fermarti, lavorare, continuare...lo puoi fare se hai una struttura che ti permette di farlo. Allo stato attuale è difficile: gli spettacoli li vendi difficilmente perchè la disponibilità  economica è quella che è, teatri a Padova al di là  del Verdi, che ha un suo percorso, ci sono Antonianum e Piccolo, ma anche questi vanno su un livello abbastanza alto, perchè chiaramente vogliono avere garanzie i teatri. Già  c'è poca gente che va a teatro, se non in più non garantisci delle entrate diventa estremamente difficile. Per questo una realtà  come i Carichi Sospesi è estremamente importante, perchè comunque ti permette di prendere visione di alcune realtà , sia teatrali sia musicali, che stanno emergendo, sai che ci sono... Anche la corsistica è importante: crea attraverso la formazione un pubblico, crea sensibilità ... è quello che ti permette di creare un movimento attorno per cui poi ti permette di far emergere se ci sono delle personalità , anche piccole, che possono spiccare. Però per il resto non hai altre piazze, è difficilissimo. I comuni non ti comprano gli spettacoli, anche se magari costano poco, perchè non ti fanno pubblico. Comprano preferibilmente spettacoli dialettali, Capovilla, cose così...giustamente dal loro punto di vista, investono tot e incassano quello che hanno
investito. Se vogliamo fare uno spettacolo come Le Affinità  Elettive arriviamo anche a fare le 100- 150 persone, che non è male per noi, ma in un'ottica di investimento, di ritorno, è poco. Quindi la situazione in questo senso è piuttosto difficile. Fortunatamente Progetto Giovani ci ha dato una mano. Stiamo facendo un laboratorio sull'Ubu Re con l'ASU e ci ha dato la disponibilità  della sala, ci darà  forse la disponibilità  di uscire nelle piazze con il patrocinio loro o all'interno di loro manifestazioni. Questo ti permette di avere visibilità , avere visibilità  vuol dire che la gente ti vede, vuol dire già  valorizzare il tuo lavoro. La parte produttiva, la parte creativa dev'essere quella che tiene, mentre adesso nel mio caso è la formazione che supporta tutto, perchè è quella che ti permette nell'arco di un anno di avere delle entrate, di guadagnare per poi investire nelle produzioni. Direi che c'è un salto rispetto ad altre regioni, come l'Emilia, l'Umbria...


Parliamo dello spettacolo "Le affinità  elettive". Mi racconti com'è nato?

Tutto è nato da Andrea Fabris, il cantante autore delle musiche. Ha letto Le affinità  elettive e ha cominciato un suo ragionamento. "Le affinità  elettive" ragiona in termini un po' chimici-scientifici sulle relazioni personali. E' un po' un
gioco se vuoi, un'interpretazione che fa Goethe. Andrea l'ha letto e da lì è partita tutta una considerazione sulla contaminazione, la contaminazione tollerante come la chiama lui: quando realtà  diverse si incontrano possono o allontanarsi,
scindersi, oppure cercare una sorta di compromesso. Questa è un po' una sua libera interpretazione del romanzo. Ha scritto le canzoni, le abbiamo ascoltate, a me piacevano. Mi ha detto "io vorrei costruire uno spettacolo in cui ci sia una parte teatrale, di racconto, e una parte video". Quindi non siamo partiti tutti assieme, c'erano già  delle canzoni pronte su cui inserire altre due cose ex novo. All'inizio, almeno i primi nove mesi di lavoro, sono stati un po' un brancolare nel buio. Poi abbiamo cominciato a improvvisare, così come se fosse una jam session, ovvero io ho cominciato a raccontare e su piccole intuizioni ritmiche mie, piccole intuizioni ritmiche dei ragazzi, abbiamo cominciato a costruire qualcosa. Da lì abbiamo individuato i sei pezzi che compongono la struttura dello spettacolo. Abbiamo poi cercato di fare un lavoro di commistione fra musica e racconto in modo che riuscissero a sostenersi l'uno con l'altro. I video hanno preso un'altra strada ancora. Li ha realizzati Marco. Li abbiamo rifatti parecchie volte prima di arrivare agli ultimi. I disegni facevano parte di un lavoro ancora precedente, risale ancora agli anni di Bologna, che era un Adam Kadmon, un fumetto che stavamo scrivendo a Bologna sul personaggio di un androide che nasceva con una mancanza e andava in cerca, era una storia d'amore... abbiamo recuperato quel materiale e l'abbiamo sistemato.

Pregi e difetti dello spettacolo?

Il pregio principale penso sia quello di essere riusciti a lavorare assieme. Tra l'altro noi per esigenze pratiche abbiamo lavorato su un piano davvero paritario.


Perchè?

Beh, intanto mancava una regia. Ognuno nel suo ambito, io per il racconto, Marco per i video e gli altri ragazzi per l'arrangiamento musicale, ha mantenuto la propria autonomia. Lavoriamo insieme da due anni e non ci siamo scornati, quindi già  questo è un risultato, anche perchè era la prima esperienza insieme. Difetti... Proprio per come è nato il progetto, lo spettacolo presenta delle difficoltà  per chi non ha letto il libro. Ti dà  sei frammenti di una storia che difficilmente riesci a ricomporre, tant'è che il piccolo riassunto che facciamo all'inizio serve solo per capire l'abc della storia.
Nel romanzo la storia è molto più articolata. L'idea però, quella iniziale, era di fare uno spettacolo che avesse un linguaggio musicale che per i ragazzi giovani è più facilmente fruibile. La gente va volentieri al pub a sentirsi il gruppo,
più difficilmente va a teatro. Allora abbiamo detto: proviamo a trovare una formula per la quale noi possiamo andare in un locale in cui la gente si aspetta della musica e invece in qualche modo infiliamo qualcosina di teatrale, in modo che la gente magari possa dire "ho visto questa cosa un po' particolare, magari vado a vedermi anche uno spettacolo". Il linguaggio musicale è qualcosa che per i ragazzi diventa più facilmente comprensibile, anche emotivamente, per cui abbiamo fatto questo tentativo.


Il pubblico come risponde?

C'è un impatto emotivo abbastanza forte, dovuto anche all'incipit dello spettacolo. Il primo pezzo colpisce duro, quindi c'è una sorta di emotività , di energia che bene o male ti arriva. Sei abituato magari a forme teatrali più dimesse, quindi certe cose ti passano. Di solito a chi ha letto il libro piace. Certo, tante cose sono condensate, ma trovano che il respiro è quello giusto. Le critiche quali sono...mah, qualcuno ci dice "non ho capito, non mi è chiaro...", lì stiamo cercando di ovviare con il riassunto iniziale, l'inserimento degli oggetti. Questa è la critica più giusta che ci arriva, ma purtroppo non è che lo spettacolo si può riprendere in mano del tutto.


State lavorando a un nuovo spettacolo, di cosa parlerà ?

"Musi neri" ha un taglio completamente diverso. Sempre struttura musica e racconto, ma io sto cercando di spingerla più sulla parte teatrale, con dei personaggi, degli elementi in scena in più, e ci sarà  proprio una storia. Anche i pezzi cantati da Andrea faranno parte della storia. Partiamo da un libro che ha procurato Andrea sullo scoppio della miniera di Marcinelle nel 1956. Non vogliamo fare un lavoro d'inchiesta, anche perchè non siamo in grado di raccogliere tutte le informazioni.

Quindi vi basate solo su fonti scritte, non su testimonianze orali?

Sì, su fonti scritte. Racconti, lettere, ricostruzioni. E' la storia -questo è quello che ci piaceva- dei nostri nonni, dei nostri parenti, che sono partiti con una speranza, che era quella di cambiare la qualità  della vita, non loro ma dei loro
figli e dei loro nipoti. Si sono trovati anche a morire nella miniera, ma con questa idea di "lo faccio per permetterti di avere qualcosa di meglio di quello che ho avuto io". Questo ci piaceva, comunque è un segnale positivo, e ciò ci permette di raccontare la tragedia senza dare solamente il taglio tragico, ma anche la semplicità  di queste persone. Erano contadini, persone tranquille, che si sono trovate ad andare lì...loro pensavano di andare in un posto tutelati, con contratti di lavoro regolari, si sono trovati invece a lavorare in condizioni estremamente disagiate, dormivano in un ex campo di sterminio, non
conoscevano la lingua... Pare addirittura che l'incidente sia da imputare proprio ad una incomprensione dovuta alla lingua. Ci interessava parlare di questo. La storia sarà  quella di un ragazzo che parte, all'inizio è lui che arringa la
gente del paese, dice "dai partiamo, forza, c'è la possibilità  in Belgio di uscire dalla miseria". Parte, lascia la famiglia, un po'ha nostalgia perchè da buon veneto è legato al suo Brenta, alle sue cose. Arriva su, all'inzio gli sembra tutto un po' strano ma dice "vabbè, se c'è da lavorare lavoriamo". Viene fatto scendere in questa miniera e lì c'è il pezzo della città  sotterranea nella quale c'è qualcosa che è già  futuristico, qualcosa che pompa, polmone futuro dell'Europa mineraria, qualcosa che tira fuori... prima era carbone, adesso è petrolio. però è questo: tiriamo fuori, tiriamo fuori. Cominciano a lavorare, il lavoro si presenta difficile, lui è indeciso "torno, non torno", alla fine decide di rimanere, conosce altri personaggi che lavorano lì. Alla fine succede la tragedia e rimane chiuso sotto. Lì finisce la storia, ma la fine dello spettacolo è già  con l'idea di questa passione per il lavoro per andare più in là . E' un po' un dire... beh, noi abbiamo
quasi trent'anni, se ci guardiamo indietro diciamo "siamo qui perchè prima qualcuno ha costruito qualcosa". E' un po' un recuperarsi una propria nostra memoria.

Anche in questo spettacolo sarai l'unico narratore in scena?

Sì, questo per esigenze tecniche in realtà .

A che punto siete del lavoro?

Adesso siamo fermi da un mese perchè io lavoro a Venezia. Ci siamo dati il primo maggio come prima uscita. A febbraio ricominciamo le prove e da marzo prendiamo i primi contatti.Al solito come Le Affinità  Elettive lo facciamo come volontari, cioè perchè ci piace farlo, nella speranza comunque di portarlo fuori. Con questi progetti infatti la cosa che ci interessa di più è uscire. Abbiamo fatto lo spettacolo, vogliamo confrontarci con la gente, portarlo fuori perchè la gente lo veda.

Come entra il video nei vostri spettacoli?

Beh, in "Le affinità  elettive" non c'è un vero dialogo, il video è qualcosa che si mette sopra come un cappello rispetto al resto. Nel prossimo spettacolo stiamo lavorando perchè entri in dialogo, il video interagisce con la scena, la racconta e la descrive.


Nelle tue esperienze di formazione hai studiato sia commedia dell'arte sia teatro di narrazione. Vorrei una tua opinione su queste due forme di teatro così diverse.

La commedia dell'arte a me piace tantissimo perchè è un gioco. E' un gioco codificato ed è un gioco per certi versi semplice. A me piace. Con Pantakin abbiamo costruito uno spettacolo che funziona bene, è divertente, in dieci giorni. Tu metti insieme quattro attori che hanno voglia di giocare assieme e costruisci uno spettacolo. Con emotività , con tragedia, con risata, con tutto, però è una forma semplice. E' spontanea, è fresca. Arriva alla gente. E' tutto abbastanza semplice, è palese, è un gioco, finalmente ti puoi gustare qualcosa magari anche leggero però fatto bene e in cui ti puoi riconoscere, questo a me piace tantissimo. E poi a me piace il lavoro con la maschera perchè ti investe tantissimo, ti obbliga a un lavoro fisico fortissimo. E' anche un lavoro altruistico, nella commedia dell'arte io lavoro per te tu lavori per me, per questo secondo me è una base propedeutica davvero fondamentale.
Il racconto è anche questa una cosa estremamente popolare. La cosa bella del racconto secondo me è che lo puoi fare dovunque.

Arianna Pellegrini

Luis Tadeu Vilani - Indios guaranì

Luis Tadeu Vilani - Indios guaranì




Sessanta immagini in bianco e nero in cui il fotografo brasiliano Luis Tadeu Vilani ha fissato gli sguardi e le scene di vita quotidiana degli Indios GuaranÍ­, una popolazione indigena che vive tra Argentina, Brasile e Paraguay.

Aula Magna Liceo Classico "Tito Livio" (Riviera Tito Livio, 9)
29 gennaio 2005 - 5 marzo 2005

Orario: da lunedì a venerdì 9.00 - 13.00 / 14.30 - 17.30; sabato 9.00 - 13.00.
Chiuso la domenica.

Ingresso libero.

INAGURAZIONE
sabato 29 gennaio 2005 alle ore 11.00 a Padova, nell'Aula Magna del Liceo Classico "Tito Livio"

La mostra
L'artista

Informazioni


Centro Nazionale di Fotografia
Via Isidoro Wiel, 17 - 35127 Padova
Tel. 049-8721598 - 049-8722531
fax 049 8721598
e-mail: gusellae@comune.padova.it


Violino



La mostra


L'obiettivo di Luis Tadeu Vilani si sofferma sui volti intensi di bambini, uomini e donne di alcune comunità  guaranÍ­, ripresi nelle normali attività  di ogni giorno, e sui resti delle antiche missioni gesuitiche dove i loro avi furono ospitati più di tre secoli fa. L'occhio sensibile dell'artista offre allo spettatore un quadro composito dove si alternano la purezza tramutata in fede negli occhi di questa gente, la magnificenza dei monumenti e la bellezza di luoghi ancora incontaminati. Un presente in cui ogni istante richiama una volontà  di eterno e un desiderio di trascendente.

Dalle immagini emergono i frammenti di una storia antica iniziata con un progetto di conversione dei nativi della "regione di platino" e poi sfociata nella creazione di una nuova realtà  che mescolava l'esuberanza del barocco, l'animismo dei guaranÍ­ e la disciplina del classico.
Le missioni gesuitico-guaranÍ­ furono infatti fondate tra i secoli XVII e XVIII nell'ambito di una iniziativa di conquista intrapresa dalla corona spagnola alle frontiere dell'impero coloniale nel Sudamerica. Nell'arco di 150 anni, alcune decine di missionari della Compagnia di Gesù e migliaia di guaranÍ­ diedero vita a una trentina di "reducciones - riduzioni", piccoli villaggi dove si costituì una società  missionaria senza precedenti, risultato della fusione tra la solidarietà  e la reciprocità  comunitaria degli indios e le conoscenze tecniche e le discipline di origine europea.

In questi paesaggi geografici e umani, Luis Tadeu Vilani ha raccolto la materia prima per la sua opera. I volti umili e dignitosi degli indigeni ripresi in primo piano, si alternano alle immagini della quotidianità  come il bucato al fiume, i focolari nelle capanne illuminati dai raggi del sole che filtrano attraverso le assi di legno, le madri coi loro piccoli in braccio.
Le rovine delle antiche missioni gesuitiche fanno da sfondo a uno scenario che sembra appartenere ad un altro tempo, dove la vita degli indios trascorre in piena sintonia con la natura circostante.
Una luce, una forma e un movimento riproducono la delicatezza dei gesti mentre la profondità  degli sguardi e l'ingenuità  dei dettagli danno voce alla forza espressiva dei guaranÍ­ e alla loro resistenza silenziosa. Un silenzio che, più di migliaia di voci, parla della metamorfosi del tempo.

Mostra promossa dall'Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo.
A cura di Enrico Gusella e Daniela Bobisut.


Sala de Aula

L'artista


Luis Tadeu Vilani è nato nel 1965 a Santo ͂ngelo in Brasile da genitori di origine italiana. Da alcuni anni lavora come fotoreporter per il giornale Zero Hora e vive nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul.

I suoi lavori si caratterizzano attraverso una particolare attenzione per l'architettura dello stato brasiliano del Rio Grande do Sul e un profondo interesse per la cultura del popolo indigeno GuaranÍ­.

Tra le sue mostre va ricordata quella sui discendenti degli emigranti veneti nel Rio Grande do Sul, realizzata nel 2003 all'interno della prestigiosa cornice di Palazzo Piloni a Belluno. Un'iniziativa nata dai contatti che il fotografo ha stabilito in Brasile con alcuni agricoltori discendenti degli italiani originari di queste zone.

Tra gli altri suoi lavori sono da menzionare:
  • RuÍ­nas de SÍ£o Miguel das Miss͵es (sull'architettura e la scultura guaranÍ­ della regione di Miss͵es), Galeria de arte do centro de cultura, Santo ͂ngelo, 1995;
  • Porto Alegre em Í¢ngulos, 1996; Buenos Aires e seus recantos, 1997;
  • Miss͵es arte em foco II (sull'architettura delle riduzioni gesuitiche di SÍ£o Miguel Arcanjo, SÍ£o Lourenͧo e SÍ£o JoÍ£o Batista), Sala de exposiͧ͵es da Universidade de Santo ͂ngelo, Santo ͂ngelo, 1997;
  • RaÍ­zes do Sul (sull'architettura missionaria del Rio Grande Do Sul e di Colà´nia de Sacramento in Uruguay e sulla cultura degli abitanti di questi luoghi), Museu Municipal José Olavo Machado, Santo ͂ngelo, 1998;
  • Guarani Ta-AngÍ¡ - ͑ande Retà¡ Hesarai (sui GuaranÍ­ del sud del Brasile e del nordest dell'Argentina nella provincia Missiones), Antiga Sacristia de Igreja das RuÍ­nas de SÍ£o Miguel Arcanjo, SÍ£o Miguel das Miss͵es, 1999 - Museu Municipal José Olavo Machado, Santo ͂ngelo, 1999 - Museu Antropolà³gico Direto Pestana, Universidade de IjuÍ­, 1999, IjuÍ­ - 12ª Superintendàªncia Regional - Iphan, Porto Alegre, 1999;
  • Fotografias de Guarani e Caingang (sui due popoli indigeni del Rio Grande do Sul), Museu Histà³rio Regional, Passo Fundo, 2002 - Museu Municipal, Caxias do Sul, 2002;
  • Foto dei discendenti italiani in Brasile, Palazzo Piloni, Belluno, 2003 - Ex Municipio, Taibon agordino (Belluno), 2003.

Boldini

Boldini

Boldini


Per tutti Giovanni Boldini è il magnifico interprete della Belle Epoque e dei suoi brillanti protagonisti. Boldini è certamente questo, ma anche di più.

Questa retrospettiva intende offrire al grande pubblico un'immagine nuova e più approfondita di uno dei maggiori protagonisti della pittura e del gusto internazionali tra Otto e Novecento.

15 Gennaio - 29 Maggio
Palazzo Zabarella, via San Francesco - Padova



La mostra è promossa da Fondazione Palazzo Zabarella onlus, Comune di Padova, Provincia di Padova, in collaborazione con Museo "€œG. Boldini"€, Ferrara e Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti, Firenze.

Per informazioni sulla mostra visita il sito della Fondazione Zabarella:
http://www.palazzozabarella.it

Il Giorno della Memoria - 2005

Il Giorno della Memoria - 2005

Il Giorno della Memoria - 2005

Il 27 gennaio è il giorno in cui l'Italia ha deciso di ricordare le vittime del fascismo e del nazismo e le persone che a rischio della propria vita si batterono contro lo sterminio e salvarono delle vite umane. In quella data, nel 1945, fu liberato il campo di sterminio di Auschwitz. Sono passati 60 anni. Per non dimenticare, ecco gli incontri che si svolgeranno a Padova.

Programma di giovedì 27 gennaio 2005

Ore 9:30
Cerimonia presso il Tempio dell'€™Internato Ignoto

Ore 11:59
"La memoria per il futuro"
Azioni sceniche e letture in Piazza dei Signori (Loggia della Gran Guardia), in Ghetto (Sinagoga), in Piazza Cavour e in Via VIII Febbraio.
Regia di Paolo Caporello.

Proiezione gratuita dei film:

"Gli ultimi giorni" presso Multisala Pio X (3 spettacoli a partire dalle ore 17:30)
"Train de Vie" presso Cinema Astra (3 spettacoli a partire dalle ore 17:30)
"Il grande dittatore" presso Cinema Multisala Portoastra (spettacolo unico ore 21:00)

Ore 21:30
Teatro delle Maddalene.
Spettacolo teatrale "Non più uomo: Numero "€“ Voci dai lager nazisti" di e con Mariuccia Rostellato.

lunedì 31 gennaio 2005

Ore 21:00
Teatro Verdi.
Spettacolo teatrale "Placido Cortese" di Padre Luigi Ruffato.

Per approfondire:

il giorno della memoria sul sito dell'Unione delle Comunità  Ebraiche Italiane, con schede di libri, film e testimonianze
e della fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea

La memoria per il futuro

La memoria per il futuro

La memoria per il futuro

Azione scenica per il 60° anniversario dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Regia di Paolo Caporello.
Per non dimenticare, tra le attività  pensate per il 27 gennaio, giorno della memoria, verrà  presentata un'azione scenica che coinvolgerà  200 persone e si svolgerà  in diversi luoghi di Padova. Alle ore 11:59.

Il 27 gennaio circa duecento persone (tra attori e studenti delle scuole medie superiori), suddivise in quattro gruppi, si sistemeranno in quattro punti del centro cittadino:

- Palazzo Moroni - Via VIII Febbraio
- Cortile antico del Bo
- Loggia della Gran Guardia in Piazza dei Signori
- vicino alla Sinagoga

Ogni partecipante porterà  bene in vista la stella di Davide o un triangolo di colore diverso (rosso per i politici, verde per gli zingari...) e avrà  con sé una pietra con sopra scritto il nome e cognome dei deportati padovani nei campi di sterminio.
Alcune persone reggeranno delle foto con immagini dell'Olocausto.

L'azione drammaturgica inizierà  contemporaneamente alle ore 11:50, quando ogni gruppo aspetterà  immobile dietro ai cancelli dei quattro luoghi.

Alle 11:59 verranno aperti i cancelli e verrà  osservato il minuto di silenzio, cadenzato dal rintocco "a morto" delle campane.

Il primo gruppo si collocherà  sul Liston, una decina di metri davanti Palazzo Moroni; il secondo dal cortile antico del Bo si sposterà  in Piazzetta Pedrocchi;
il terzo si disporrà  lungo la gradinata della Loggia della Gran Guardia; il quarto gruppo infine, passando davanti alla sinagoga andrà  in Via Roma, all'altezza Banca d'Italia.

Seguirà  la lettura di numerose testimonianze degli internati nei lager (JiriOrten, Simon Srebenik, Czeslaw Borowi,Filip Muller...) e delle riflessioni scritte dagli studenti.
Alle 12:40 tutti i gruppi si incontreranno sul Liston dove formeranno un cerchio.

Qui verranno interpretate le ultime testimonianze e verranno deposte, al centro del cerchio, le pietre dedicate ai 200 detenuti padovani morti nei lager.

Intervista sul teatro di narrazione

Intervista sul teatro di narrazione

Intervista sul teatro di narrazione

Che cos'è il teatro di narrazione? Quali sono le sue caratteristiche? E, prima di tutto, c'è un teatro di narrazione? Con quale forza magica l'attore, da solo e su un palcoscenico vuoto, concentra su di sè l'attenzione e le emozioni del pubblico?
Ne parliamo con Chiara D'ambros, dottoranda al dipartimento di Sociologia dell'Università  di Padova e laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi dal titolo "Vedere una voce, sentire un'immagine. Esperienze di rituali di formazione con i narr-attori e nelle lezioni universitarie".

Marco Paolini, Marco Baliani, Ascanio Celestini, Laura Curino sono gli artisti più conosciuti di quello che comunemente viene chiamato "teatro di narrazione". Insieme a loro, molti altri giovani "narr-attori" uniscono il rigore dell'inchiesta giornalistica e la ricerca storica, oppure l'indagine antropologica e la magia della fiaba, al piacere di condividere il racconto con gli spettatori. Ciascuno a proprio modo, insieme a un intenso lavoro sul corpo e sulla parola.

Per la sua tesi di laurea Chiara D'ambros ha intervistato gli spettatori degli spettacoli di teatro di narrazione e gli studenti dei corsi universitari, ha partecipato a numerosi laboratori condotti dai narr-attori, ha seguito dappertutto Marco Paolini e ha assistito almeno venti volte a "Fabbrica" di Ascanio Celestini.

Nella tua ricerca metti a confronto le lezioni universitarie e il teatro di narrazione. E' un accostamento che a prima vista sembra strano. Come è nata l'idea?

Tutto è partito dal mio interesse per il teatro e in particolare per Marco Paolini. Mi chiedevo come mai una persona mi coinvolgesse così tanto, semplicemente - semplicemente tra virgolette! - con il suo stare in scena. Dico "€œstare in scena"€ perchè non è solo parlare, ma è parlare anche con il linguaggio del corpo e raccontare una storia. Dall'€™altra parte mi sono chiesta come mai a volte sia così difficile seguire una lezione universitaria, dove c"€™è pure una persona che parla. Al di là  della differente situazione, in teatro e in aula, mi chiedevo se non ci fosse anche una differenza nel modo di porsi rispetto al proprio pubblico. Così ho intervistato degli spettatori di teatro e degli studenti universitari per vedere come si pongono in ascolto e cosa facilita o rende difficile la loro attenzione.
Come dicevo, tutto è partito da Marco Paolini, che ho conosciuto prima degli altri probabilmente per vicinanza territoriale - Marco Paolini è veneto. Poi attraverso la mia esperienza a Roma negli studi di RadioTre ho avuto l"€™opportunità  di incontrare Marco Baliani, che stava conducendo un programma radiofonico in cui raccontava la sua esperienza di narratore. Sempre alla radio ho conosciuto Ascanio Celestini, che ho seguito in diversi laboratori, e Laura Curino, che ho poi incontrato a Schio in un lavoro sulla narrazione al quale ho partecipato.

Da cosa è caratterizzato il lavoro degli attori del teatro di narrazione?

Come dice Ascanio Celestini, loro sono più dei "€œsolisti teatrali"€ che non degli appartenenti ad un genere chiamato "€œteatro di narrazione"€. La caratteristica del teatro di narrazione, così come viene definito grossolanamente, è la presenza in scena di un attore che racconta. Magari con dei musicisti che lo accompagnano, ma senza scenografia o con una scenografia molto povera: penso per esempio ad Ascanio Celestini, che in "€œFabbrica"€ ha dietro di sè delle cassette di legno con delle luci e una sedia. L"€™attore racconta una storia, di solito senza fare i personaggi. Ma in questo i narr-attori sono molto diversi tra di loro: per esempio Ascanio Celestini usa sempre la stessa voce, anche se racconta la storia da diversi punti di vista, mentre Laura Curino a volte fa anche la voce dei personaggi. La caratteristica principale è quindi il racconto di una storia: ma è una storia che racchiude in sè tante voci di persone che raccontano storie, che hanno raccontato storie. In particolare, Ascanio Celestini raccoglie tantissime testimonianze orali e lavora sul modo di raccontare delle persone e sulle loro storie. Marco Paolini invece lavora soprattutto sui testi scritti. Baliani lavora di più sulla letteratura: fa diventare oralità  le parole scritte. Dunque il loro modo di lavorare è molto diverso, ma ha una caratteristica comune: tutti fanno vivere le storie, animano le storie che raccontano, sia con la parola, sia con il corpo. E anche qui c"€™è una differenza. Ascanio Celestini usa il corpo in modo minimo, ma la sua presenza in scena è molto intensa. Più evidente è l"€™uso del corpo negli spettacoli di Baliani, dove il corpo diventa strumento della narrazione. Un gesto, e Baliani diventa cavallo. Marco Paolini ha un modo ancora diverso di stare in scena: apparentemente è solo una persona che parla, mentre ha un controllo molto preciso del corpo e in particolare dell'€™espressività  del viso, che deriva anche dalla sua esperienza precedente di teatro di compagnia.

Lo scrittore americano Raymond Carver ha detto che "€œla buona narrativa consiste in parte nel portare notizie da un mondo all'€™altro"€. Questo vale anche per il teatro di narrazione?

Io credo che il teatro di narrazione sia così importante proprio perchè è veicolo di storie. Questo è emerso anche dalla mia tesi. Nel teatro di narrazione una persona veicola non delle nozioni ma degli elementi di vita, e accompagna gli ascoltatori in un percorso di conoscenza non basato soltanto sui dati: un"€™esperienza profondamente formativa. La narrazione fa rivivere nel pubblico l"€™esperienza che viene raccontata. Questo avviene anche attraverso il racconto scritto, ma ancor di più nel teatro di narrazione, grazie alla presenza fisica che muove non soltanto la parte intellettiva, ma anche le emozioni.

E rispetto alle lezioni universitarie...

La differenza è che le lezioni universitarie spesso rimangono... direi rattrappite nella forma letteraria scritta. La voce è lo strumento non adeguatamente sfruttato di qualcosa che rimane scritto. C"€™è spiegazione ma non c"€™è reale comunicazione, al di là  dei dati. La trasmissione del sapere rimane legata alle nozioni e non è veicolo di esperienza, non diventa una conoscenza più profonda, che passa anche attraverso le emozioni. Molti spettatori hanno confermato che per loro sentire una storia, come per esempio quella di "€œRadio Clandestina"€ di Celestini, che racconta la vicenda delle Fosse Ardeatine, non significa solo conoscere e capire i fatti, ma comprendere la storia, senza uscire dal teatro con delle verità , ma con delle domande. In poche ore non puoi esaurire un argomento: la cosa più importante che puoi fare è porre delle domande che rimangono aperte e suscitare il desiderio di approfondire. Questo vale sia per uno spettacolo teatrale che per una lezione universitaria. Anche in un corso universitario il tempo è limitato: lasciare delle domande che risveglino i sensi dà  molto di più che pensare di esaurire l"€™argomento in trenta ore...

Cosa c"€™è di diverso per lo spettatore tra il teatro di narrazione e uno spettacolo tradizionale?

Nel teatro tradizionale c"€™è la cosiddetta quarta parete: è come se lo spettatore guardasse dentro una scatola, dove avvengono delle cose come se lui non ci fosse. Nel teatro di narrazione lo spettatore sembra essere parte della storia: il narratore si rivolge direttamente al pubblico e per questo motivo il pubblico si sente molto più coinvolto. La narrazione richiede una partecipazione attiva dello spettatore: il racconto non viene rappresentato davanti agli occhi del pubblico, ma ogni spettatore può immaginare quello che viene raccontato e creare il suo "€œfilm"€.

Quali sono i progetti a cui stai lavorando adesso?

Grazie all'€™incontro con questi narratori è nato in me il desiderio di sperimentare in prima persona cosa vuol dire raccontare. Sto lavorando con il gruppo Narramondo a un progetto che ha ottenuto il primo premio al concorso Dante Cappelletti di Tuttoteatro.com. Il progetto riguarda gli anni di piombo: stiamo raccogliendo testimonianze di persone che hanno vissuto negli anni "€˜70, che sono molto vicine a noi: spesso sono i nostri genitori. Ma quest"€™epoca storica è considerata un capitolo chiuso e noi sentiamo che rispetto a quegli anni c"€™è una rimozione, un vuoto nella memoria, in particolare riguardo alla lotta armata. Lavoriamo sull"€™esperienza di una brigatista e il progetto si chiama per il momento "€œA.V."€, dalle iniziali del suo nome. Il progetto è ancora in fase di elaborazione, c"€™è ancora molto lavoro da fare per dare profondità  al racconto. Ci rendiamo conto che noi, con i nostri 26 anni, non abbiamo il linguaggio per parlare di quelle cose. Per questo motivo è molto importante per noi parlare con le persone che hanno vissuto direttamente gli anni di piombo. Come insegna Ascanio Celestini, chi meglio di loro può raccontare quel periodo? Certo, ognuno racconta le cose con la propria visione. Ma, come dice Portelli, non è vero ciò che è vero, ma è vero quel che viene detto. Il che non vuol dire che sia vero in assoluto, ma è vero che è detto.

Laura Lazzarin

Fermenti culturali. Intervista a Riccardo Rismeni.

Fermenti culturali. Intervista a Riccardo Rismeni.

Uno sguardo affettuoso alle sale cinematografiche come luogo della memoria: l'intervista che vi proponiamo questa settimana è al tempo stesso un viaggio nei ricordi personali di un giovane regista, al suo primo lungometraggio, e in quelli di una città , che ha perso più di dieci cinematografi.




Chi è
Intervista





Chi è


Riccardo Rismeni è un videomaker indipendente. Nato a Padova nel 1975, ha realizzato finora quattro cortometraggi: "Rapporto con l'altro" (2002), "Consumo e disgusto" e "Salutations" (2003), "Centoventidue" (2004). Attualmente sta lavorando al suo primo lungometraggio, il documentario "Storie di cinemi" di cui ci parla in quest'intervista.
Dal 1999 è presidente dell'associazione YFile, che promuove la diffusione della cultura cinematografica attraverso l'organizzazione di cineforum e di un servizio di videoprestito gratuito.

L'associazione YFile ha sede presso il Punto Giovani Toselli. Per informazioni sulle attività  dell'associazione scrivere a puntotoselli@comune.padova.it.


Intervista



"Mantenere il significato profondo dell'opera vuol dire, prima che rispettare la stessa, rispettare la collettività  a cui è diretta, che la deve fruire nella sua totalità , nella sua pienezza di valori materiali"
Quirino De Giorgio
architetto, ha progettato gli edifici dei cinema Altino, Mignon e Quirinetta




Sei nato nel 1975. Quanti cinema c'erano in quell'anno a Padova?

C'è una sequenza nel mio documentario in cui mi reco alla biblioteca civica a leggere il Gazzettino di quando sono nato. Girando quella sequenza ho scoperto che in quell'anno c'erano a Padova 20 cinematografi. Erano l'Altino, Ariston, Biri, Concordi, Arcobaleno, Ducale, c'era il Marconi, il Corso, il Cristallo, l'Eden, il Mignon, l'Astra, l'Eldorado, il Roma, l'Olimpico, La Quirinetta, il Supercinema, il CinemaUno, l'Arcella, il Lux. Queste erano le sale, mentre ieri ho letto il giornale e mi sono accorto che ce n'erano 18.

Quali di quei cinema hanno chiuso?

I cinema che hanno chiuso sono Ariston, Arcobaleno, Marconi, Corso, Eden Eldorado, Roma, Olimpico, Quirinetta, Supercinema, Arcella. Il Cinemauno adesso non ha più una sede fissa, una volta ce l'aveva.

Erano tutte in centro città ?

Quasi tutte o comunque vicine al centro, tranne l'Arcella che era in quartiere, e l'Olimpico, in Prato della Valle.

Hai ricordi d'infanzia sul cinema?

Sì, c'è qualche ricordo. Per esempio quando ero piccolino sono andato a vedere i Gremlins con mio padre, che è un film di paura, e quando sono uscito è stato bellissimo perchè fuori nevicava, quindi sembrava che il sogno continuasse. C'è n'è qualcuno nel mio documentario di questi ricordi, messi in bocca ai miei attori o ai personaggi intervistati. L'unica cosa è che quando sei piccolo non puoi sceglierti i film, poi per fortuna da grande sì: alcuni film, come Bingo Bongo, Rocky, non sarei mai andato a vederli! Anche se non rinnego niente...

C'è un cinema a cui oggi sei più affezionato?

Beh, forse sì, ce n'è uno ed è la Quirinetta. Più che altro perchè da piccolo avendo poco il senso dell'orientamento non riuscivo mai a capire dov'era questo cinema, mi ci portavano ed ero perso e non sapevo la prossima volta come avrei fatto ad arrivarci. Ma sono affezionato anche al Concordi, all'Altino, dove quando avevo sui 15 anni andavo con i miei amici a vedere i film, scegliendoli! Però La Quirinetta è il ricordo più forte, perchè questo senso di spaesamento che mi dava mi piaceva.

La Quirinetta però ha chiuso.

Sì, oggi è chiuso ed è diventato il Qbar, un locale dove fanno musica dal vivo. Mi hanno detto che è molto elegante, io non ci sono ancora entrato, ho fatto le riprese prima che diventasse Q.

Perché hai deciso di girare un documentario sulle sale cinematografiche della tua città ?

Intanto perchè era una cosa che non aveva ancora fatto nessuno, e questo un po' mi scandalizzava. A me piacciono le cose nuove e ho deciso di fare questo lavoro perchè m'interessava. Poi ho scoperto il libro di Morbiato, Cinema ordinario, che mi ha dato una scossa in più e degli input per continuare questo documentario. Il libro è una storia delle sale cinematografiche di Padova dall'inizio del secolo fino a quasi i giorni nostri, con qualche accenno alle altre sale nel Veneto. Può sembrare un argomento didattico, io l'ho trattato in maniera più leggera, addolcendolo con canzoni emusiche suonate davanti a questi edifici chiusi.

Cos'hai scoperto girando il tuo documentario?

Ho scoperto tantissime cose. Molta gente per esempio non sapeva che nel suo quartiere c'era un cinema. Poi ho trovato persone interessanti che mi hanno fatto conoscere tante cose, come il prof. Morbiato e il prof. Brunetta che mi hanno raccontato molti aneddoti. Ho conosciuto persone che mi hanno arricchito molto, oltre a conoscere particolari delle sale cinematografiche.

Ci racconti uno di questi aneddoti?

Mi è successo in un cinema di periferia dove adesso c'è un'impresa funebre. Ho chiesto un po'là  intorno e nessuno sapeva che c'era un cinema.

Ogni sala cinematografica ha una sua storia, e infatti il tuo documentario si chiamerà  "Storie di cinemi": ce ne racconti qualcuna?

Una storia che mi ha incuriosito molto, che però poi non ho inserito nel mio documentario, mi è stata raccontata dal prof. Morbiato. Parla del cinema Vittoria, che si è chiamato Ariston dal 1971. Si trovava in via Manin, dove adesso c'è una cartoleria. Quel cinema era molto popolare, frequentato da gente un po'... era un cinema poco raccomandabile, ecco. Questo mi ha incuriosito, e anche fatto un po' sorridere.

Cosa rappresenta per te la chiusura di un cinema?

La chiusura di un cinema è sicuramente triste. Non l'ho sentito dire da persone che ho intervistato, ma per me è veramente la fine di un'epoca. Questo cinema che poi non c'è più...mi rende triste questa cosa. E' un peccato mortale, dovrebbe essere l'undicesimo comandamento "non chiudere nessuna sala cinematografica"! Scherzi a parte, la chiusura di un cinema è la morte della memoria collettiva per me. E' un delitto.

Videocassette e DVD aiutano il cinema oppure lo uccidono?

Premetto che ammiro Nanni Moretti, ma non condivido del tutto il suo giudizio negativo su videocassette e forse anche sui dvd. A me ha dato molto questo formato, perchè non avendo mai molti soldi ho potuto comunque fruire di diversi film, vedere un sacco di video, anche scambiandoli. Possono aiutare il cinema di sicuro. Non so se i diritti delle cassette vendute o noleggiate vadano anche al regista o solo ai produttori, agli esercenti: in questo senso non so se aiutano gli autori. Però di sicuro chi ama il cinema può apprezzarli, soprattutto i dvd che hanno dei contenuti speciali, come le interviste al regista, che possono farti capire meglio l'opera mentre al cinema queste cose non ci sono. Non è un punto in sfavore del cinema, è un punto in più per i dvd che però non fa certamente concorrenza se uno ama il cinema.

Quali sono le difficoltà  principali nell'organizzazione di un cineforum?

La prima è senz'altro mettersi d'accordo sui film da far vedere. Per quello noi dell'associazione guardiamo film tutti assieme, diamo un giudizio e poi decidiamo. Ci prendiamo circa 20-25 film per sceglierne poi 8-10. Altre difficoltà  che mi vengono in mente sono la pubblicità  e il posto. Non avendo un cineclub, un posto fisico fisso dove proiettare, bisogna sempre cercare qualcosa. L'ultimo cineforum l'abbiamo organizzato in una sala parrocchiale, ma si possono noleggiare anche altre sale, da trasformare poi in sale cinematografiche con uno schermo e un videoproiettore.

Arianna Pellegrini

Intervista a Riccardo Rismeni

Intervista a Riccardo Rismeni

Uno sguardo affettuoso alle sale cinematografiche come luogo della memoria: l'intervista che vi proponiamo questa settimana è al tempo stesso un viaggio nei ricordi personali di un giovane regista, al suo primo lungometraggio, e in quelli di una città , che ha perso più di dieci cinematografi.




Chi è
Intervista





Chi è


Riccardo Rismeni è un videomaker indipendente. Nato a Padova nel 1975, ha realizzato finora quattro cortometraggi: "Rapporto con l'altro" (2002), "Consumo e disgusto" e "Salutations" (2003), "Centoventidue" (2004). Attualmente sta lavorando al suo primo lungometraggio, il documentario "Storie di cinemi" di cui ci parla in quest'intervista.
Dal 1999 è presidente dell'associazione YFile, che promuove la diffusione della cultura cinematografica attraverso l'organizzazione di cineforum e di un servizio di videoprestito gratuito.

L'associazione YFile ha sede presso il Punto Giovani Toselli. Per informazioni sulle attività  dell'associazione scrivere a puntotoselli@comune.padova.it.


Intervista



"Mantenere il significato profondo dell'opera vuol dire, prima che rispettare la stessa, rispettare la collettività  a cui è diretta, che la deve fruire nella sua totalità , nella sua pienezza di valori materiali"
Quirino De Giorgio
architetto, ha progettato gli edifici dei cinema Altino, Mignon e Quirinetta




Sei nato nel 1975. Quanti cinema c'erano in quell'anno a Padova?

C'è una sequenza nel mio documentario in cui mi reco alla biblioteca civica a leggere il Gazzettino di quando sono nato. Girando quella sequenza ho scoperto che in quell'anno c'erano a Padova 20 cinematografi. Erano l'Altino, Ariston, Biri, Concordi, Arcobaleno, Ducale, c'era il Marconi, il Corso, il Cristallo, l'Eden, il Mignon, l'Astra, l'Eldorado, il Roma, l'Olimpico, La Quirinetta, il Supercinema, il CinemaUno, l'Arcella, il Lux. Queste erano le sale, mentre ieri ho letto il giornale e mi sono accorto che ce n'erano 18.

Quali di quei cinema hanno chiuso?

I cinema che hanno chiuso sono Ariston, Arcobaleno, Marconi, Corso, Eden Eldorado, Roma, Olimpico, Quirinetta, Supercinema, Arcella. Il Cinemauno adesso non ha più una sede fissa, una volta ce l'aveva.

Erano tutte in centro città ?

Quasi tutte o comunque vicine al centro, tranne l'Arcella che era in quartiere, e l'Olimpico, in Prato della Valle.

Hai ricordi d'infanzia sul cinema?

Sì, c'è qualche ricordo. Per esempio quando ero piccolino sono andato a vedere i Gremlins con mio padre, che è un film di paura, e quando sono uscito è stato bellissimo perchè fuori nevicava, quindi sembrava che il sogno continuasse. C'è n'è qualcuno nel mio documentario di questi ricordi, messi in bocca ai miei attori o ai personaggi intervistati. L'unica cosa è che quando sei piccolo non puoi sceglierti i film, poi per fortuna da grande sì: alcuni film, come Bingo Bongo, Rocky, non sarei mai andato a vederli! Anche se non rinnego niente...

C'è un cinema a cui oggi sei più affezionato?

Beh, forse sì, ce n'è uno ed è la Quirinetta. Più che altro perchè da piccolo avendo poco il senso dell'orientamento non riuscivo mai a capire dov'era questo cinema, mi ci portavano ed ero perso e non sapevo la prossima volta come avrei fatto ad arrivarci. Ma sono affezionato anche al Concordi, all'Altino, dove quando avevo sui 15 anni andavo con i miei amici a vedere i film, scegliendoli! Però La Quirinetta è il ricordo più forte, perchè questo senso di spaesamento che mi dava mi piaceva.

La Quirinetta però ha chiuso.

Sì, oggi è chiuso ed è diventato il Qbar, un locale dove fanno musica dal vivo. Mi hanno detto che è molto elegante, io non ci sono ancora entrato, ho fatto le riprese prima che diventasse Q.

Perché hai deciso di girare un documentario sulle sale cinematografiche della tua città ?

Intanto perchè era una cosa che non aveva ancora fatto nessuno, e questo un po' mi scandalizzava. A me piacciono le cose nuove e ho deciso di fare questo lavoro perchè m'interessava. Poi ho scoperto il libro di Morbiato, Cinema ordinario, che mi ha dato una scossa in più e degli input per continuare questo documentario. Il libro è una storia delle sale cinematografiche di Padova dall'inizio del secolo fino a quasi i giorni nostri, con qualche accenno alle altre sale nel Veneto. Può sembrare un argomento didattico, io l'ho trattato in maniera più leggera, addolcendolo con canzoni emusiche suonate davanti a questi edifici chiusi.

Cos'hai scoperto girando il tuo documentario?

Ho scoperto tantissime cose. Molta gente per esempio non sapeva che nel suo quartiere c'era un cinema. Poi ho trovato persone interessanti che mi hanno fatto conoscere tante cose, come il prof. Morbiato e il prof. Brunetta che mi hanno raccontato molti aneddoti. Ho conosciuto persone che mi hanno arricchito molto, oltre a conoscere particolari delle sale cinematografiche.

Ci racconti uno di questi aneddoti?

Mi è successo in un cinema di periferia dove adesso c'è un'impresa funebre. Ho chiesto un po'là  intorno e nessuno sapeva che c'era un cinema.

Ogni sala cinematografica ha una sua storia, e infatti il tuo documentario si chiamerà  "Storie di cinemi": ce ne racconti qualcuna?

Una storia che mi ha incuriosito molto, che però poi non ho inserito nel mio documentario, mi è stata raccontata dal prof. Morbiato. Parla del cinema Vittoria, che si è chiamato Ariston dal 1971. Si trovava in via Manin, dove adesso c'è una cartoleria. Quel cinema era molto popolare, frequentato da gente un po'... era un cinema poco raccomandabile, ecco. Questo mi ha incuriosito, e anche fatto un po' sorridere.

Cosa rappresenta per te la chiusura di un cinema?

La chiusura di un cinema è sicuramente triste. Non l'ho sentito dire da persone che ho intervistato, ma per me è veramente la fine di un'epoca. Questo cinema che poi non c'è più...mi rende triste questa cosa. E' un peccato mortale, dovrebbe essere l'undicesimo comandamento "non chiudere nessuna sala cinematografica"! Scherzi a parte, la chiusura di un cinema è la morte della memoria collettiva per me. E' un delitto.

Videocassette e DVD aiutano il cinema oppure lo uccidono?

Premetto che ammiro Nanni Moretti, ma non condivido del tutto il suo giudizio negativo su videocassette e forse anche sui dvd. A me ha dato molto questo formato, perchè non avendo mai molti soldi ho potuto comunque fruire di diversi film, vedere un sacco di video, anche scambiandoli. Possono aiutare il cinema di sicuro. Non so se i diritti delle cassette vendute o noleggiate vadano anche al regista o solo ai produttori, agli esercenti: in questo senso non so se aiutano gli autori. Però di sicuro chi ama il cinema può apprezzarli, soprattutto i dvd che hanno dei contenuti speciali, come le interviste al regista, che possono farti capire meglio l'opera mentre al cinema queste cose non ci sono. Non è un punto in sfavore del cinema, è un punto in più per i dvd che però non fa certamente concorrenza se uno ama il cinema.

Quali sono le difficoltà  principali nell'organizzazione di un cineforum?

La prima è senz'altro mettersi d'accordo sui film da far vedere. Per quello noi dell'associazione guardiamo film tutti assieme, diamo un giudizio e poi decidiamo. Ci prendiamo circa 20-25 film per sceglierne poi 8-10. Altre difficoltà  che mi vengono in mente sono la pubblicità  e il posto. Non avendo un cineclub, un posto fisico fisso dove proiettare, bisogna sempre cercare qualcosa. L'ultimo cineforum l'abbiamo organizzato in una sala parrocchiale, ma si possono noleggiare anche altre sale, da trasformare poi in sale cinematografiche con uno schermo e un videoproiettore.

Arianna Pellegrini

Due appuntamenti culturali dedicati all'Etiopia

Due appuntamenti culturali dedicati all'Etiopia

Sono dedicati all'Etiopia e agli anziani i due appuntamenti culturali di gennaio al Caffè Pedrocchi.

Mercoledì 19 e mercoledì 26 ore 17:30
Sala Rossini del Caffè Pedrocchi, via VIII Febbraio 15
Ingresso libero.

MERCOLEDI' 19 GENNAIO

Da Padova all'€™Etiopia
esperienze di un medico in un ospedale africano a Wolisso (Etiopia)
Conversazione del prof. Bruno Greco, già  docente di ortopedia nell'€™Università  di Padova, con proiezione di diapositive.

MERCOLEDI' 26 GENNAIO

L"€™anziano: in casa propria o nelle residenze

Incontro con:
- dott. Augusto Fochesato, consigliere Ira e consulente della Provincia di Padova
- dott. Alberto Pietra, Direttore Sanitario, istituto riposo anziani
- sig.ra Luisa Mariga, operatore di assistenza domiciliare

Gli incontri sono organizzati dall'Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo del Comune di Padova e dall'associazione "€œAmici del Pedrocchi"€.

http://www.caffepedrocchi.it/

 

 

 

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