Giuliano Vangi

Giuliano Vangi

Approfondimento
GIULIANO VANGI:

L"€™UOMO, LA MATERIA, LE RADICI
IL GESTO, IL COLORE. LO SPAZIO, LA LUCE

L"€™uomo contemporaneo è il soggetto privilegiato delle sculture e dei grandi disegni di Giuliano Vangi: l"€™uomo del nostro tempo, noi, egli stesso, considerato nel rapporto con la condizione esistenziale, con lo spazio vivibile, di relazione, ma ancora di più, o, ancora meglio, con lo spazio interno, psichico, con l"€™Í nemos pulsante intimo, che urge nel corpo, ne tende la superficie espressiva, gli detta il tempo di azione, la stasi riflessiva, la dinamica, il gesto.

La scultura di Vangi avverte e comunica la minaccia di riduzione dello spazio di vita e il contrarsi dello spazio psicologico con straordinaria immediatezza, e non soltanto nelle sue inflessioni più stravolte e più dolenti, ma in una davvero sorprendente varietà  di situazioni, di punti di vista (e di ascolto) che ora esaltano la materia, l"€™imporsi della fisicità , della corporeità  come architettura nello spazio, ora la tensione comunicativa in forti scansioni espressioniste o anche in movimenti intensamente neobarocchi, ora impone l"€™articolarsi di un gesto che attiva lo spazio/ambiente, ora una luce che sembra intervenire a percorrere, levigare, rastremare le superfici, riducendone la massa, il peso, la "€˜corazza"€™ e guidando la percezione sempre più esplicitamente verso il "€˜core"€™, il nucleo più interno, segreto. La materia è la materia del corpo e varia a seconda dell'€™energia che Vangi intende esprimere, concentrare, implodere, racchiudere o liberare, proiettare: legni policromi, marmi e pietre in composizioni variegate, bronzi, luminose fusioni in nichel, avori, con una sensibilità  per il dialogo (nonostante le sue figure siano quasi sempre isolate; ma, è chiaro che il riferimento siamo noi astanti: è a noi osservatori che parla, in rapporto a noi che agisce, guarda, corre, fissa, si volge, gonfia mostruosamente i muscoli, spalanca gli occhi in dolorosi, stupiti e muti interrogativi, o li rinserra ad
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ogni luce esterna ed interna in sforzi disumani) che il materiale interviene a facilitare, a rendere più disinvolto e più efficace, più drammatico e di una plasticità  teatralmente più asciutta ed incisiva. E, quasi sempre, la materia uomo appare in Vangi ben "€˜radicata"€™ al suolo, ben piantata nella terra o 'abstracta' dal masso di origine, dalla materia mater della quale si nutrono la sua carne e la sua forza e dalla quale si disgiunge per realizzarsi come progetto individuale, unico. Si sente, in molte sculture, il peso con cui toccano il suolo, lasciando impronte decise e scavate, facendoci sentire Vangi più prossimo al Masaccio del Tributo che a Giotto degli Scrovegni (tanto per continuare un riferimento proposto da Pier Carlo Santini e ripreso da Maurizio Calvesi, il quale poi indugia a citare tutti i possibili richiami, consci e inconsci, che la vasta e qualificata letteratura critica vangiana è venuta via via elencando, chiarendo, commentando, a testimonianza non di eclettismo dell'€™autore quanto dell'€™eccezionale quantità , e varietà , di punti di vista, interni ed esterni, emotivi e razionali, intuitivi , emotivi e anche concettuali, di compenetrazione psicologica e storica, con cui Vangi da decenni si rapporta all'€™umano).
Nell"€™eccezionale intensità  (e densità ), anche iconica di queste opere più recenti, le pulsioni intime e le inquietudini più gravi si impongono come temi centrali di eventi plastici di imponente concentrazione ed espressione energetica, dove la normalità  degli schemi figurali adottati in precedenza risulta aggredita da violente alterazioni, da sommovimenti, entasi ed enfasi potentemente narrative, teatralmente tragiche nell'€™occupare lo spazio scenico, nel senso migliore e veramente catartico dei termini. Perché ben sa, Vangi, come l"€™arte possa essere un mezzo privilegiato per capire i fantasmi interiori, i retaggi istintivi e per esercitare un certo dominio su di essi, guidare a controllarli e cercare di capovolgere l"€™angoscia esistenziale nel piacere della manipolazione e del
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racconto, della scansione plastica della materia, riuscendo "€“ e Vangi in ciò è autentico maestro "€“ a far prevalere il valore estetico, la forza della forma, del ritmo delle forme sui contenuti resi espliciti. Non c"€™è dubbio che oggi, come forse mai in passato, imperversi la follia distruttiva della civiltà  del consumo, dell'€™effimero e passeggero, con modelli di vita, di comportamento e di sviluppo "€˜incompatibili"€™ per quanto (ma forzatamente) sostenibili, e non v"€™è alcun dubbio che tale follia faccia sentire l"€™esistenza sempre più precaria, relativa, turbata, angustiata, schiacciata nella dimensione temporale di un presente che sembra non aver origine (senza memoria storica) né progetto (prefigurazione e attesa di futuro). Vangi è bene avvertito, istintivamente, naturalmente allarmato, di questa situazione e la traspone direttamente nell'€™evento plastico, nell'€™evento scultoreo, ora modellando per progressiva aggiunta di materia, ora scolpendo per via di togliere con una varietà  e felicità  di esiti che non finisce di sorprendere e di attrarre: varietà , certo, eppure anche immediata riconoscibilità . "€œVangi è dunque inconfondibile "€“ scrive Giorgio Soavi "€“ La sua scultura, le sue sculture, hanno una carta di identità  che è l"€™attestato del volto, del carattere e dello slancio "€“ di marmo o di legno "€“ che sta in quei corpi"€ (Vangi, Sei sculture a Milano, Mazzotta ed. 2003). Ma cosa le rende così diverse e insieme così connotate? Evidentemente il fatto che Vangi conosce bene ed esprime egregiamente se stesso, il proprio rapporto col mondo, con la società , l"€™ambiente, la terra, l"€™uomo come individuo poliedrico ed irripetibile. Ha a che fare con tutto questo anche il fatto che le sue opere non hanno repliche, restano pezzi unici. Egli si conosce e conosce l"€™umano nella sua ricchezza enigmatica, che si svela e si cela, mantenendo sfaccettature misteriose, insondate e insondabili, che si affacciano alla sua intuizione d"€™artista, alla sua fervida immaginazione ampiamente dotata di una visionarietà  irrimediabilmente e irrinunciabilmente coniugata a un"€™emozione
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esistenziale forte, intensa, libera da preconcetti, dalle panie intriganti di sintassi anatomiche, di modelli e di moduli, eppure sempre capace di inventare una misura aurea, di volta in volta diversa, ma immediatamente riconoscibile, sulla quale enunciare un discorso, comporre un racconto.
Così l"€™uomo e la donna di Vangi appaiono all'€™artista ora come spazio chiuso, trincerato con decisa allusività  espressiva concentrata nello sguardo, nel sorriso appena accennato, nelle mani colte in gesti articolati o aderenti al corpo, leggermente solcate nella materia, e nel modo di far risaltare nei movimenti di superficie i moti dell'€™Í nemos, pneuma, anima della materia vivificata dalla carezza della luce; oppure la figura si apre come scrigno o come abbraccio accogliente sotto lo scudo protettivo di un guscio psichico, che diventa sempre più materia luminosa che espande nello spazio la grazia effusiva di un magico sorriso nato dall'€™ ascolto interiore (Ragazza e poesia, 2002 in bianco statuario di Carrara). Nei rari gruppi di figure si intuisce che Vangi ricorda Les Bourgeois de Calais di Rodin, ma ne sviluppa autonomamente le suggestioni compositive ed espressive, specialmente nei marmi politi e quasi traslucidi. In altre opere la figura diventa "€˜erma"€™ luminosa costantemente "€˜dilavata"€™ e levigata dalla luce, immersa nello spazio/luce che esalta la politezza della materia, rendendola nuvola leggera.
I bronzi recenti si affrancano presto da un iniziale tributo e riferimento alla drammatica e straordinaria sequenza di Cavallo e Cavaliere di Marino Marini come dialogo e "€˜contrasto"€™ tra istinto e ragione, tra ordine e caos, tra eros e thanatos, intensificando, Vangi, una teatralizzazione d"€™ambiente che subito coinvolge, perché diventa tragico "€˜paesaggio"€™ di figure in una tensione che sembra assorbire, inghiottire lo spazio, e assorbire, dentro, anche la nostra sofferta attenzione, resa partecipe di una indicibile sofferenza, di un "€˜largo"€™ (proprio in senso musicale) sgomento
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esistenziale che monta ai livelli più alti di incontrollabile inquietudine e di paura di fronte ad una violenza (Il vincitore, Ares ) così esplicita, così incombente e così ineluttabile."€œIn questa situazione di strapotenza, di totale brutalità  animalesca, il vincitore "€“ mi dice Vangi con aria meditativa in un colloquio nel suo studio di Pietrasanta "€“ non è più la massa che sovrasta, ma la figura atterrata che conserva umanità , sentimenti, pur nella sua incondizionata sconfitta"€. Le scansioni plastiche si fanno per davvero prepotenti, rigonfie e tese di un quasi incontenibile pneuma, che espande le membra segnalando un"€™aggressività , una ferocia che letteralmente stravolgono e annullano in pura e gratuita belluinità  la maschera espressiva dell'€™uomo, irrigidiscono in autentici, inamovibili massi le articolazioni dei corpi. E tutto lo spazio intorno riverbera di questo peso, e sembra bloccato, raggelato, risucchiato nel gesto che continua e non si risolve. Le dimensioni sono tali da non consentire una lettura immediata di insieme e da rendere quindi necessari più punti e momenti di visualizzazione, più prospettive, ciascuna delle quali rivela una parte del dramma che si compie, in un crescendo dal basso all'€™alto (Il Vincitore, 2004, bronzo) o lungo il tunnel architettonico creato dai corpi in impari lotta (Ares, 2004, bronzo), o dall'€™esterno all'€™interno, dove si svela l"€™orrore della testa decapitata (C"€™era una volta, terrecotte policrome, 2005). La scultura diventa elemento del paesaggio mentale, qui sì come la roccia che fa da cornice e da impianto formale alla Vergine col bambino sull"€™asinello della Fuga in Egitto di Giotto (Grande racconto, 2004, in marmo bianco di Carrara, ma anche le tre figure sulla scala dell'€™opera per la chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, in pietra di Apricena, 2004, o il bronzo Uomo e animale, 2004, in cui il peso della bestia sembra vincere e sovrastare le forze dell'€™uomo). La metamorfosi dal reale al mentale, il passaggio di introiezione

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psicologica, risulta subito evidente quando si guardino i grandi disegni preparatori a carboncino, anch"€™essi concepiti e realizzati in
uno spazio concavo, a grandezza naturale, che ci chiama dentro a fianco dell'€™artista che agisce con il gesto misurato dalla lunghezza del braccio: i volti e i corpi sono disegnati con grande cura e attenzione anatomica e somatica, ed appartengono alla galleria di personaggi che Vangi in molte sculture chiama per nome (Clelia, Simone, Jacopo, Elena), oppure definisce sottolineando confidenzialmente un gesto o l"€™abito (Donna che ride, Uomo seduto, Donna con ampio vestito, Figura vestita di giallo,Uomo con le mani in tasca, Donna che si gira) ; nelle più recenti trasposizioni in bronzo, invece, volti e corpi diventano maschere brutali: l"€™energia animalesca, l"€™esaltazione dell'€™istinto, la follia omicida deformano la naturale espressività  di superficie aggredendola e caricandola con tutte le paure, le tensioni intime. La materia in Vangi è sempre animata, è sempre mater, origine, natura, indifferentemente vegetale e animale, da cui l"€™umano nasce, deriva, si forma, si raffina come corpo e come intelligenza, spirito (Varcare la soglia del terzo millennio, nell'€™atrio del nuovo ingresso dei musei vaticani, 2000, in bianco Carrara, verde cipollino, onice e oro). La forte individualità  che Vangi sottolinea nelle sue opere è stata spesso sentita come espressione di disagio, di solitudine dell'€™uomo sulla scena del mondo. Non c"€™è dubbio che nella sua poetica ci sia questo sentimento, e vissuto con dolore, ma anche con capacità  di resistenza e volontà  di valorizzazione dello spazio largo che la solitudine crea attorno e dentro la figura. Dai cubi in plexiglas degli anni Settanta, emblemi della costrizione, dell'€™asfissia psicologica, Vangi sa trascorrere a visioni paesaggistiche di grande suggestione e liberazione, nelle quali i rapporti spaziali e luministici esaltano il momento dell'€™immersione nel dato naturale, il sentirsi natura nella natura, e storia nella storia, piccola creatura straordinariamente ricca di
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risonanze interne, di emozioni, di sentimenti da far crescere come fossero piante. Ed è come se Vangi ribaltasse verso l"€™esterno il vasto spazio di luce e di accoglienza creato all'€™interno, nella mente e nel cuore, dalla condizione esistenziale e dalla meditazione, dalla disponibilità  a pensare e a pensarsi: un vuoto energetico in cui si manifestano e si materializzano i tesori intimi della memoria, delle radici, dei riferimenti etici. Così è, ad esempio, nella grande composizione dell'€™altare e del presbiterio di Padova che necessariamente va citata come parte integrante di questa mostra. Vangi ha creato una spianata di venti metri di larghezza sotto la grande cupola dalla lucerna luminosa e, in questo largo spazio che invita ad espandere la percezione interna, ad abbattere i confini psicologici per accogliere tutta la luce possibile, ha scolpito le figure della memoria religiosa padovana: lasciando risuonare la memoria di Daniele, celebrato nella cripta sottostante dai bronzi di Tiziano Aspetti, ha posto Antonio come evocazione, tesoro prezioso della fede (il primo miracolo, la predica ai pesci sulla spiaggia di Rimini, al cospetto e a dispetto degli eretici), e a destra Gregorio Barbarigo con il busto concavo ad accogliere i giovani per farne testimoni di Cristo; a sinistra gli altri due protomartiri protettori della città , Giustina esaltata dal bagno di luce del martirio che purifica la materia e Girolamo che si offre come soglia che si apre per consentire di entrare, col battesimo, nell'€™ecclesia. Accanto a loro l"€™Angelo della parola, del vangelo, radice e pianta che collega terra e cielo, natura e spirito. L"€™elemento vegetale, fogliame in marmo laguna chiude da una parte e dall'€™altra la vasta scena che accompagna lo sguardo verso il centro, verso la grande mensa del sacrificio in marmo bianco di Carrara, sostenuta da quattro angeli musicanti scolpiti a tutto tondo, così da alleggerire con la forma e con il movimento la spessa lastra del tavolo. Dietro si vede l"€™alto schienale della "€˜cattedra"€™ del vescovo, ornata di semplici foglie incise. Sopra la
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cattedra risplende in una chiara fusione di nichel e interventi a oro il Cristo in croce, già  risorto, in un gesto che ho più volte avuto occasione di definire atletico, come quello di un centometrista al traguardo, con la piena consapevolezza della meta raggiunta, non la sofferenza ma la conquista della salvezza dell'€™uomo. Il suo sguardo limpido si apre tutto alla luce, alla conoscenza e alla comunicazione diretta con i fedeli. L"€™insieme a me pare armonioso nonostante la novità  e la diversità  dell'€™innesto contemporaneo in un contesto di austera linearità : mi pare che davvero funzioni la sollecitazione ad aprire spazi interiori a una rinnovata luce di consapevolezza e di conoscenza. I ritmi plastici sono quelli di Vangi, originali ed inconfondibili, come già  si è detto, e da leggersi come episodi di un unico racconto bene orchestrato in direzione di una precisa, e intimamente vissuta, testimonianza di forte radicamento naturalistico, di umanità  in cammino e di fede. L"€™oro, i marmi policromi, gli avori degli occhi e dei denti, i movimenti della materia a larghe ante aperte o richiuse, gli andamenti delle figure nella luce, le pieghe che diventano larghe marezzature in fibrillazione, sono gli elementi che Giuliano Vangi modula sapientemente nello spazio per attualizzare le sue riflessioni sull"€™uomo contemporaneo e le sue "€˜rappresentazioni"€™ degli atteggiamenti, delle tensioni, delle aspettative di un"€™umanità  che è molto difficile tradurre in racconto plastico convincente, fuori da retoriche celebrative, da rivisitazioni monumentali. Vangi ci riesce con estrema naturalezza e sincerità , senza forzature gratuite, semplicemente coltivando ed assecondando una sua istintiva capacità  di "€˜mise en scène"€™ come "€˜mise en ab^ime"€™, riproponendo il colore non soltanto come citazione della scultura classica colorata e in marmi policromi, ma come restituzione di sollecitazioni materiche e cromatiche del nostro tempo (della fotografia e del cinema oltre che della pittura, che hanno colorato


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ormai tutta la nostra cultura visiva) affinché davvero la scultura torni ad essere lingua viva che ci parla dell'€™uomo, dei suoi problemi con lo spazio esterno, vivibile, di relazione e con lo spazio interno, psichico, che urge di dentro e individua, cioè rende del tutto singolare, la nostra forma, il nostro sguardo e il nostro gesto. Giustamente, da questo punto di vista, si è collocata la mostra temporanea nel Palazzo della Ragione, nello spazio (la grande piazza coperta, autentica agorà  patavina) e nel luogo che più diffusamente e meglio parla dell'€™uomo, dei suoi caratteri, dei suoi comportamenti (il grandioso ciclo zodiacale di affreschi) e più e meglio parla anche della scultura (il grande cavallo in legno che richiama il Gattamelata di Donatello del sagrato del Santo, considerata la più bella ed armoniosa scultura equestre) e sede espositiva di quasi tutte le edizioni della prestigiosa Biennale Internazionale del Bronzetto.

Giorgio Segato

Vauro Mostra Antologica (1993-2002)

Vauro Mostra Antologica (1993-2002)

Vauro Mostra Antologica (1993-2002)


Una mostra dedicata al giornalista e vignettista de Il Manifesto, Nigrizia, Corriere della Sera e di numerose testate straniere.
Duecento vignette per ripercorre con l"€™ironia sferzante di uno dei più apprezzati autori italiani di satira dieci anni della nostra storia nazionale, da tangentopoli al secondo governo Berlusconi, e riflettere sui controversi rapporti tra satira, libertà  di stampa e informazione.

27 maggio-12 giugno 2005
Sala Samonà , Banca d"€™Italia Via Roma
Inaugurazione il 27 maggio alle ore 18:00
Vauro incontrerà  il pubblico durante l'inaugurazione e alle 21:00 in Sala Palladin, Palazzo Moroni

Prodotta dall'€™editore Squilibri, che ha pubblicato anche l"€™omonimo libro con prefazione di Daniele Luttazzi e introduzione di Curzio Maltese in vendita nelle migliori librerie, la mostra è un"€™occasione per ripercorrere la lunga carriera di Vauro la cui attività , sorretta da una fervida coscienza civile, si segnala per la capacità  di imporre al lettore una riflessione che, amara e spesso indigesta, lo obbliga a prendere in considerazione anche l"€™altra faccia della medaglia, svelandogli per intero la complessità  e le contraddizioni di determinate situazioni.

Con prese di posizione mai banali, al di là  della dichiarata scelta di campo, nelle sue vignette Vauro offre una rappresentazione in presa diretta di un decennio di storia nazionale, colta nella tragicità  del contesto internazionale, dalla disgregazione della Jugoslavia alla guerra in Iraq, dagli attentanti contro le torri gemelle in America alle ritorsioni statunitensi contro l"€™Afghanistan, seguendo di tappa in tappa l"€™affermazione di una nuova sensibilità  pacifista nel mondo.

Il vero simbolo del suo lavoro, infatti, non appartiene al teatrino della politica nazionale: è la colomba della pace, la povera colomba sforacchiata, fatta saltare in aria, annerita dalle bombe ma capace, tuttavia, di riprendere il volo, nella speranza di posarsi prima o poi da qualche parte del mondo senza essere accolta a colpi di kalashinikov e granate.
Nel lavoro sulla guerra, le guerre che ha visto da vicino, la sua satira offre uno sguardo unico che esprime il massimo di libertà  possibile: la libertà  di guardare alla guerra dal punto di vista dell'€™Altro perché ad essere rappresentati nelle sue vignette sono bambini, donne, derelitti e deboli, le vittime designate del furore bellico animato da pretestuosi aneliti di giustizia.

http://www.broderie.it/pages/pagesPolis/vauro.htm
http://vauro.dynds.org

Aida: Stagione Lirica 2005

Aida: Stagione Lirica 2005

5a Stagione Lirica dell' Associazione P. Mascagni

AIDA

Auditorium Modigliani (presso Liceo Artistico)
Via degli Scrovegni, 30


Sabato 21 maggio 2005
Inizio ore 21.00

Prosegue la 5a Stagione Lirica dell'€™Associazione P. Mascagni con la rappresentazione dell'€™"€Aida"€, opera lirica in quattro atti, su libretto di Antonio Ghislanzoni.
"€œAida"€ venne rappresentata per la prima volta al Cairo, Teatro dell'€™Opera, il 24 dicembre 1871, diretta dal Maestro Giovanni Bottesini; protagonista fu il soprano Antonietta Pozzoni Anastasi, con il tenore Pietro Mongini, il mezzosoprano Eleonora Grossi, ed il baritono Francesco Steller.
Verdi non fu presente alla prima, ma si guadagnò lo stesso il prestigioso titolo di Commendatore dell'€™Ordine Ottomano. L"€™anno successivo si tenne la prima italiana, nella cornice del Teatro alla Scala di Milano, la sera dell'€™8 febbraio 1872, diretta da Franco Faccio.

INFORMAZIONI

Biglietti d'€™ingresso
Interi: ‚€ 12,00
Ridotti: € 10,00

Prevendita biglietti e abbonamenti
"€œMUSICA MUSICA"€  Via Altinate (Tel. 049/8761545)
"€œGABBIA"€ Via Dante (Tel. 049/8751166)


ASSOCIAZIONE P. MASCAGNI
Tel.: +39 49 628168
e-mail: assomascagni@libero.it
Web: digilander.libero.it/coromascagni


ASSESSORATO ALLE POLITICHE CULTURALI E SPETTACOLI
SERVIZIO MANIFESTAZIONI E SPETTACOLI

Vicolo Pedrocchi, 11 €“ Padova
Tel. +39 49 8205607 -€“ 5611 - 5619
e-mail: comunepadovamanifestazioni@comune.padova.it
Web: padovacultura.padovanet.it

Buddha image. Immagine del Buddha

Buddha image. Immagine del Buddha

Questa mostra è la prima in Italia dedicata alla varietà  iconografia con cui viene rappresentato il Buddha.
Essa si propone come la ricostruzione di un pantheon buddista e presenta un duplice percorso costituito da una ricca collezione di statue raffiguranti le diverse tipologie che ha assunto l"€™immagine del Buddha, e dalla produzione del fotografo Leo Antoniello (Presidente dell'€™Associazione terre del Mekong e Indochina).

19 aprile-15 maggio 2005
Sala Samonà  della Banca d'Italia, via Roma



Orario: 10.30-19.00, chuiso i lunedì non festivi
Ingresso libero

Per informazioni:
Settore Attività  Culturali
Via Porciglia,35
tel . 0498204528
e-mail: tedeschif@comune.padova.it

Per comprendere la mostra nella sua valenza estetica ed etica si deve tener conto della riflessione comune a molte religioni sulla possibilità  e sui limiti della rappresentazione del divino in quanto naturalmente eccedente ogni definizione sia verbale che concettuale o figurativa. La realizzazione del pantheon esprime la possibilità  di una infinita varietà  di immagini, tutte allusive alla natura del divino e nessuna esclusiva o esaustiva.
Un altro elemento importante per cogliere lo spirito con cui l"€™artista si è avvicinato alle immagini del Buddha è dato dall'€™allestimento in forma di work in progress. La mostra fotografica si articola infatti in vari sezioni che rappresentano le fasi di realizzazione dell'€™opera, dalla raccolta delle immagini al momento dell'€™ispirazione, alla elaborazione creativa attraverso l"€™uso del colore e l"€™applicazione di foglie d"€™oro.
Questo percorso e in particolare la fase dell'€™ispirazione ci ricorda la necessità  di un processo di purificazione per l"€™artista che crea immagini sacre, al fine di poter cogliere l"€™essenza del divino e restituirla in immagine senza perderne la sacralità .

Remo Bianco - biografia

Remo Bianco - biografia

Biografia

a cura di Lorella Giudici

"€œHo vissuto in un cortile con 60 bambini e pensavo che Dio mi salvasse da ogni pericolo"€. Il cortile era uno dei tanti della Milano popolare, in via Giusti, nel cuore della vecchia città , nei pressi dell'Arena. Qui Remo Bianchi (in arte Bianco) ha trascorso un"€™infanzia felice, circondato dall'affetto dei genitori e della sorella Lyda, di un anno maggiore di lui. Una sola ombra: la morte del fratello gemello, Romolo.

Era nato a Dergano, vicino ad Affori, il 3 giugno del 1922. Il padre, Guido, era "€œun anarchico perseguitato per le sue idee"€, la madre, Giovanna Ripamonti, "€œdonna espressiva, popolare e drammatica"€, praticava la cartomanzia.

Nelle ore libere dallo studio Remo disegnava e cercava di rimediare qualche soldo aiutando i negozianti e gli artigiani del quartiere.
Era il 1939 e stava frequentando la scuola serale di disegno a Brera (diretta da Aldo Carpi), quando, una sera, vide per la prima volta Filippo de Pisis. Ai tempi, non era raro che i maestri andassero all'accademia a guardare i lavori dei giovani studenti ed elargissero loro qualche buon consiglio. Quel giorno era toccato a lui. De Pisis lo aveva notato. Remo aveva solo diciassette anni e per il giovane fu un incontro determinante, la nascita di una lunga amicizia: "de Pisis è stato per me un maestro eccezionale (maestro di vita soprattutto), mi ha orientato verso una cultura artistica ampia, anche se in un certo senso antiaccademica"€. Nel suo studio, dove si recava con frequenza, ha conosciuto grandi personaggi dell'arte, della letteratura e del cinema: Soffici, Montale, Savinio, Carrà , Sironi, De Sica...

Nel 1941 si arruolò in marina come puntatore mitragliere su un cacciatorpediniere. La famiglia (tranne il padre), a causa della guerra, era sfollata a Sassuolo. Nel 1943 la nave venne silurata e, naufrago, fu salvato dagli inglesi e internato a Tunisi. Era il primo contatto con "€œL"€™Oriente"€, con il mondo musulmano e la sua affascinante cultura, i paesaggi desertici, i mosaici, le ceramiche e gli stucchi che decoravano palazzi e moschee. Si ammalò e venne rimandato in Italia, a Sassuolo.

Nel 1944 rientrò a Milano. La città  era provata dai bombardamenti e dalla fame, ma la loro casa era miracolosamente intatta. Viaggiಠnell'€™Italia distrutta dalla guerra, si recò varie volle a Venezia e nel 1946 tornò a Brera. Aveva preso la decisione più importante della sua vita: sarebbe diventato artista.
Il '48 fu l'anno della svolta: tenne le sue prime mostre personali (due: una a giugno e l'altra ad agosto) negli spazi del Gruppo Esagono e abbandonò le esercitazioni accademiche per dedicarsi alla pittura su vetro e su fogli di plexiglass trasparente, che sovrapposti creavano effetti di profondità  e movimento. Erano i primi 3D o quadri tridimensionali che portò avanti, a più riprese, fino agli anni sessanta. Contemporaneamente iniziò a prendere le prime impronte di gesso, quelle che egli stesso amava definire le "€œtracce dell'uomo"€: pneumatici, tombini, orme... Insomma, quella "€œdocumentazione universale"€ con cui catalogò "€œtutte le cose venute in contatto"€ con lui, come scrisse qualche anno dopo nel Manifesto dell'Arte Improntale (1956). Con il medesimo meccanismo diede vita ai Bassorilievi in gomma (metà  degli anni cinquanta), alle Impronte sonore (1961) e alle Impronte viventi (1964).
A ventotto anni trascorso un breve periodo a Cantello, vicino a Milano, dove. ottenuto il permesso. soggiornò nel convalescenziario, locale. Qui, passava le giornate ritraendo vecchi e ammalati, studiando i loro corpi stanchi, sofferenti e assistendo impotente al sopraggiungere della morte sui loro volti.

Nel 1952, con la presentazione di Lucio Fontana. Bianco espose i 3D alla Galleria del Cavallino di Venezia. Creò "€œ3D di plastica, moltiplicabili, con disegni astratti posti su tre piani distinti, montati su telai trasparenti"€. Disegnò "€œanche alcune 3D poste su fondi trattati con colori fluorescenti, o con fondi variabili, che grazie ad una intercapedine studiata appositamente"€ venivano "€œriempiti di riso, limatura di ferro, ghiaia. ecc."€.

All'anno successivo è da far risalire il suo incontro con Virgilio Gianni, l'industriale milanese che gli divenne subito amico e mecenate. Si conobbero casualmente, a Brugherio, nella serra della clinica in cui de Pisis stava trascorrendo gli ultimi mesi della sua esistenza. Da quel momento, per Remo Bianco, le preoccupazioni economiche finirono.
Grazie a Gianni, nel 1955 poté partire per un lungo soggiorno negli Stati Uniti: "€œHo scoperto subito canali estetici molto importanti, Burri per esempio"€. Conobbe Klein, Donati, Marcarelli e Pollock. Con quest'ultimo trovò immediatamente una grande affinità  di temperamento, ma si rammaricò di non avere avuto il tempo sufficiente di approfondire quella nuova amicizia. Con sé aveva portato alcuni 3D, li aveva anche esposti nel Village Art Center di New York, ma con scarso successo. Rispetto al l'espressionismo astratto, al dripping, alla gestualità  della pittura americana, la sua era un'arte "€œpiù fredda, più cerebrale"€. Dipinse allora tele e carte in cui segni e colori nascevano da colature libere e liberatorie. Cominciò a ritagliare queste immagini suggestive in regolari quadrati per ricomporli in originali mosaici: i Collages. "€œQualche volta - ricordava l'artista - una di queste tessere veniva riproposta e ingrandita creando in grande particolare che appunto si definiva "€˜particolarismo"€™"€.
Dopo essersi dedicato ad altri materiali, dopo aver raccolto ogni tipo di oggetto dimenticato e di poco valore per imbustarlo in tanti sacchetti di cellophan (Testimonianze) creando originali "€œarchivi"€ di ricordi, Bianco, nel 1957, approdò al lavoro che, in assoluto, più lo distinse e gli regalò i maggiori consensi di critica e di pubblico: i Tableaux dorés.

Nel frattempo i viaggi all'estero si moltiplicavano: nel 1959 era in Egitto (Luxor, Assuan, Gizah), poi a Monaco, Stoccolma, Parigi, nel '61 e '62 in Iran... Ogni volta ritornò con libri, immagini, ricordi annotati su foglietti o fissati per sempre nella mente.
Instancabile ricercatore e sperimentatore continuò a progettare nuove forme di espressione: dalle sculture gonfiabili (subito abbandonate perché simili alle proposte di Piero Manzoni) alle sculture-suono; dalle sculture odorifere a quelle immateriali (diapositive proiettate su nuvole di vapore); dagli spazi di nebbia sintetica alle sculture instabili (lavatrici nere che agitavano senza sosta oggetti di vario genere).

Del 1962 erano le Opere condizionanti, lampadine capaci di produrre suoni assordanti e bagliori accecanti, da cui elaborò l'idea dell'interferenza, progettando appositi occhiali che consentivano di osservare la realtà  da diversi punti di vista.
Varie volte si recò a Stoccolma per mettere a punto i suoi studi sul Sephadex. Nei laboratori della Pharmacia di Uppsala aveva portato avanti esperimenti per "€œcomprendere e vedere il fenomeno dell'infinita trasformazione della materia"€ e aveva redatto il primo Manifesto dell'Arte Chimica. Era il 1964, lo stesso anno a Venezia le sue Sculture vive facevano scalpore. Sull'ondata delle reazioni che le sue modelle provocarono negli spettatori, Bianco, l'anno successivo, intraprese degli studi sulle malattie mentali (argomento che da sempre lo aveva affascinato), mettendo a punto strutture psicoterapeutiche in grado dì instaurare un clima compensativo-catartico e liberare il "€œpaziente"€ dai forti Stati emotivi che lo assillavano. Il 1965 fu anche l'anno del Secondo Manifesto dell'Arte Chimica, delle "€œSovrastrutture"€ (Nevi, Trafitture, Sculture calde), dei Racconti e delle Ricostruzioni fotografiche. Ancora una volta in largo anticipo sui tempi, Bianco comprese che non c'era più tempo per dipingere o costruire, così fece documentare da amici fotografi alcune sue performances.

Nel 1968, a Basilea, un altro grande incontro, quello con Mark Tobey.
L'ultimo ciclo, sviluppato negli anni settanta, lo ha chiamato sadico, mistico elementare, in sintonia con i caldi tempi storici e sociali.
Erano anni di intenso lavoro e per svolgerlo al meglio si divise fra diversi studi, uno dei quali a Parigi.

Nel 1972, dopo aver pensato il nuovo Campanile per la piazza San Marco di Venezia, dopo aver realizzato il ciclo dei Manichini e dei Quadri parlanti, si "€œappropriò"€ della scala della Galleria del Naviglio di Milano e ogni gradino divenne una confessione: "€œNon mi hanno mai preso sul serio, ho bombardato tutti con troppe idee, troppe intuizioni, troppo disordine"€ e, qualche gradino più su: "€œQualcuno purtroppo se n'è accorto, ha presa queste cose, le ha fatte sue... Così il mio albero ha fatto tanti fiori e dato pochi frutti"€.
Erano anni di ripensamento, di valutazione, di bilanci. Anche se i riconoscimenti continuavano ad arrivare, era giunto il momento di sistemare quanto era stato fatto. Più volte Bianco aveva pensato ad un'autobiografia, più volte si era riproposto di scrivere o registrare la storia della sua vita e, soprattutto, più volte cercò di mettere ordine nella cronologia della sua arte (che, ancora oggi, proprio per la sua incredibile ecletticità , risulta difficile da ricostruire), ma senza mai riuscirci. Agli anni ottanta, precisamente al 1984-85, risale un suo viaggio in India.
Poi, la salute cominciò a vacillare, comparvero i primi sintomi di quell'inarrestabile malattia che, il 23 febbraio del 1988, lo portò alla tomba. Due anni dopo, il Palazzo Reale di Milano lo ricordava con una bella mostra antologica.


Elena pontiggia scrive nel suo saggio La singolarità  dell'artista
http://www.remobianco.org/pages/CritRemo/CritRem1.HTM


Un itinerario autobiografico di Luciano Caramel
http://www.remobianco.org/pages/CritRemo/CritRem5.HTM

Bocca di Rosa e altre storie omaggio a Fabrizio De Andrà©

Bocca di Rosa e altre storie omaggio a Fabrizio De Andrà©

Una mostra itinerante costituita dall'€™intera discografia, bibliografia e altro materiale, quale stampe, riviste, foto, poster, del noto cantautore genovese, per ricordarne il valore artistico, culturale e poetico a più di sei anni dalla scomparsa. L'iniziativa promossa dall'Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo e L'Associazione Bocca di Rosa e altre storie....

Padova, ex-Fornace Carotta, via Siracusa 61
28 maggio "€“ 19 giugno 2005

Orario: dal martedì al venerdì 15.30-19.30, sabato e domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30, lunedì chiuso.
Ingresso libero
Info: 049 8686261

a cura di Miki Inverno e Francesco Vettore
e-mail: tedeschif@comune.padova.it


L"€™Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Padova e l"€™Associazione culturale "€œBOCCA di ROSA e altre storie..."€, fondata con l"€™intento di divulgare l"€™opera di Fabrizio De Andrè, propongono alla nostra città  una mostra a carattere itinerante costituita dall'€™intera discografia, bibliografia e altro materiale, quale stampe, riviste, foto, poster, del noto cantautore genovese, per ricordarne il valore artistico, culturale e poetico a più di sei anni dalla scomparsa. La mostra è patrocinata dalla Fondazione De Andrè.
In occasione dell'€™esposizione, saranno organizzati tre concerti in collaborazione con l"€™Associazione per un sorriso Onlus, l"€™Associazione Ya Basta e l"€™Associazione Onlus Comitato Ricerca AIDS Pediatrico.

Programma concerti:

Venerdì 27 maggio ore 21.00, ex Fornace Carotta
"Evaporato in una nuvola rossa"
con ALBERTO CANTONE e QUARTETTO VARIABILE
L'emozione di riascoltare la voce e i versi di Fabrizio
De André

Venerdì 3 Giugno ore 21.00, Cortile Interno di Palazzo Moroni
"Come una specie di sorriso"
con FAB ENSEMBLE
Omaggio a Fabrizio De André

Sabato 11 Giugno ore 21.00, ex Fornace Carotta
"Poco tempo, troppa fame"
con PICCOLA BOTTEGA BALTAZAR
Omaggio a Fabrizio De André

Sperimentando

Sperimentando

Sperimentando




A Padova apre la quarta edizione di Sperimentando mostra interattiva di chimica, fisica e scienze organizzata dall'Assessorato alle Politiche Culturali del Comune in collaborazione con i Laboratori Nazionali di Legnaro, l'INFIN, Facoltà  di Scienze, Dipartimento di Fisica dell'Università  di Padova, Direzione Ufficio Scolastico Regionale del Veneto.

18 aprile 8 maggio 2005
Villa Breda, via San Marco, 219
Ingresso libero

La mostra è curata dalla Sezione Padovana dell'AIF che si avvale della collaborazione di insegnanti e studenti delle scuole superiori allo scopo di avvicinare il grande pubblico ai diversi aspetti della scienza. I temi trattati sono diversi. Esposti 350 lavori degli allievi che hanno partecipato ai concorsi "Sperimenta anche tu" e "L'Arte sperimenta con la Fisica"

Orario:11.00 -13.00 / 15.00 - 18.00 nei giorni di domenica e lunedì
9.00 - 13.00/ 15.00 - 17.00 dal martedì al sabato

Visite guidate : tel 049 8277080


http://sperimentando.lnl.infn.it

Gli appuntamenti culturali del Pedrocchi 2005

Gli appuntamenti culturali del Pedrocchi 2005

Programma di aprile

Proseguono gli appuntamenti culturali presso il Caffè Pedrocchi. Ad aprile due incontri.

Giovedì 7 e mercoledì 27 aprile ore 18:00
Sala Rossini - Caffè Pedrocchi

Giovedì 7 aprile ore 18:00

LA STRIA - UNA STORIA DI KASTEL IVAN di Annamaria Rizzi -ed. La Serenissima

Saranno presenti:
Annamaria Rizzi , Alessandra De Lucia
Letture di alcuni brani
Musiche per viola da gamba solista del XVI-XVII sec.
Solista Teresina Croce

In Kastèl IvÍ n, o Castel Ivano, il cui mastio risale all'alto Medioevo, si svolge in gran parte la vicenda di Jìjia, una giovane donna che, assieme alla dodicenne figlia Viola, fugge da Bassano per evitare un ìjia, il processo di stregoneria;

Un incredibile e surreale leggenda di chi vive una dimensione immobile, fuori del tempo ma prigioniero delle proprie follie;.
(Alessandra Ortolan, Il Gazzettino)


Biografia
Anna Maria Rizzi è nata a Isola Vicentina , dove vive tuttora. Diplomata in lingue straniere, ha svolto per vari anni ;attività  di corrispondente in lingue estere. Il suo primo romanzo :Sirone ; Il Custode del Tempo" ha avuto ampi consensi di critica ed è stato premiato al concorso di narrativa Franco
Bargagna” di Pontedera (PI) nel 2002. La ;Stria; è vincitrice del 3° premio del concorso Internazionale ;Atheste 2004 e del premio nazionale; Il Litorale; del Centro Culturale Ronchi Apuana (MS).

Mercoledì 27 aprile 2005 ore 18:00

VOCABOLARIETTO VENETO DELL' AMORE di Manlio Cortelazzo

dodicesimo volumetto della Collana Oro dei suoni Ed. Panda 2004

Saranno presenti:
Manlio Cortelazzo, Luigi Nardo e Giorgio Segato

Questa scelta di parole e di espressioni venete su quello che convenzionalmente chiamamo Amore vuol essere una semplice rappresentazione della complessa vita amorosa di un Veneto da quando superata l'adoloscenza si guarda attorno alla ricerca di una compagnia al compimento del suo percorso col matrimonio.Abbiamo cercato di raccontare come si arrivava, in un tempo non troppo lontano, dalla nascita della passione amorosa al suo trionfo.

Biografia
Nato a Padova, Manlio Cortelazzo ha compiuto i suoi studi nella città  natale, laureandosi in lettere con una tesi diretta dal Prof. Carlo Tagliavini, insigne glottologo. Per diversi anni ha insegnato dialettologia italiana all'università  di Padova.
Numerose sono le sue pubblicazioni , saggi e contributi di ricerca e di promozione dello studio scientifico del dialetto. Nel 2004 ha ottenuto l'Ulivo Oro di Nantopoesia e la targa d'argento di Grande Veneto 2004.

 

Qualcuno era... Giorgio Gaber

Qualcuno era... Giorgio Gaber

La città  di Padova accoglie la mostra itinerante e il lungometraggio promossi dall'€™Associazione Culturale Giorgio Gaber per ricordare e approfondire, in modo serio e rigoroso, la figura e l"€™opera del grande artista milanese.

2 -17 aprile 2005
ex Fornace Carotta, via Siracusa 61 - Padova
Ingresso libero

Orario: 10.00-12.30 / 15.30-19.00, lunedì chiuso

INAUGURAZIONE
venerdì 1 aprile 2005 alle ore 17:30

Per informazioni:
Settore Attività  Culturali - Servizio Mostre
tel. 049 8204528
e-mail: tedeschif@comune.padova.it


La prematura scomparsa dell'€™artista avvenuta il primo gennaio 2003 ha lasciato indubbiamente un vuoto incolmabile non solo nello spettacolo ma anche nel mondo della cultura. La popolarità  di Gaber ha resistito e si è rafforzata negli anni, nonostante il rifiuto pressoché totale ad usare il mezzo televisivo, e lo testimoniano non solo decenni di teatri sempre esauriti ma anche il "travolgente" successo discografico riscontrato nei suoi ultimi anni di vita.
La mostra, che nel corso del 2004 è stata ospitata in circa 60 città  italiane, documenta la carriera di Gaber attraverso fotografie, interviste, recensioni, testi di canzoni e di monologhi.

Il secondo elemento costitutivo del progetto è un lungometraggio di circa due ore, realizzato per l"€™Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, in collaborazione con Rai Teche e con l"€™Associazione Culturale Giorgio Gaber, utilizzando materiale di repertorio, per lo più RAI, e un significativo contributo generosamente offerto dalla Televisione Svizzera di lingua italiana. Il filmato ripercorre l"€™intera carriera di Gaber dalla prima apparizione televisiva del 1959 fino alle immagini relative agli ultimi lavori discografici.

Tutto il progetto, realizzato con criteri di serietà , essenzialità  e rigore, nel rispetto dello stile dell'€™artista, è stato pensato e realizzato come se lo stesso Gaber, attraverso i supporti materiali disponibili, raccontasse e illustrasse il suo percorso artistico.

Il lungometraggio sarà  proiettato a ciclo continuo durante il periodo di apertura della mostra.

L'intero progetto, promosso dall'€™Associazione Culturale Giorgio Gaber, che ha realizzato la mostra a carattere itinerante e un lungometraggio con la partnership dell'€™Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma e dell'€™Assessorato alla Cultura e Assessorato al Turismo della Provincia di Rimini

AAA storie cercasi per un teatro civile minuscolo. Intervista a Beppe Casales

AAA storie cercasi per un teatro civile minuscolo. Intervista a Beppe Casales

AAA storie cercasi per un teatro civile minuscolo. Intervista a Beppe Casales

LÍ  dove nessuno cercherebbe una storia, si può trovare una storia incredibile.
Scovare storie che altrimenti non verrebbero ascoltate e far sì che prendano vita fa parte della ricerca artistica di Beppe Casales, giovane attore e narratore padovano che la storia di Einstein aveva ragione l'ha trovata cercando...tra i rifiuti!

Chi è
Intervista



Chi è


Beppe Casales nasce a Padova il 14 dicembre 1978.
Nel 1997 entra a far parte del gruppo di sperimentazione performativa Abracalam di Padova, dove si forma teatralmente con il regista Roberto Caruso. Ha seguito diversi corsi di formazione e stages, tra cui il laboratorio di narrazione "Passaggi di stato" con Laura Curino e uno stage col regista Rocco Di Santi della compagnia Lartes di Aversa (CE). Ha recitato come attore protagonista in diverse produzioni. Nel 2004 fonda con la danzatrice e coreografa Alessia Garbo la compagnia Via, che si è presentata alla città  con Debut, una rassegna tenutasi lo scorso febbraio.
Le sue ultime produzioni sono Cloro, con il musicista Luca Francioso, e Sueͱa!, con Alessia Garbo e il musicista Alessandro Grazian.

Einstein aveva ragione
E' il primo spettacolo interamente scritto, diretto e interpretato da Beppe Casales, in cui l'autore-attore riesce ad appassionare gli spettatori trattando un tema che sembra distante: il nucleare.
Einstein aveva ragione racconta la vita di Jack, un ragazzo americano nato lo stesso giorno e nello stesso luogo in cui è stata esplosa la prima bomba nucleare in territorio americano. La vita di Jack è inestricabilmente legata a quella del famigerato Poligono nucleare del Nevada. Ma la sua vita è legata anche ai grandi eventi che hanno caratterizzato trent"€™anni di vita americana: dal fenomeno Elvis fino all'€™allunaggio, da Woodstock alla guerra in Vietnam. A seguire Jack in questo viaggio allucinante tra plutonio e deserto, c"€™è la musica di quegli anni, propagata dalla radio. Una voce che però non dice la verità . E soprattutto non dice perché quando succede una tragedia sappiamo (quasi) sempre i nomi delle vittime e (quasi) mai i nomi dei carnefici.


Intervista





"Un teatro civile minuscolo. Per raccontare le storie che stanno sulle spalle della gente. E proprio per questo si fa fatica a vederle. Perché ci sono sempre storie che sfiori... e non te ne accorgi nemmeno, e loro, le storie, prima di scivolare via, se ne stanno un po' appollaiate sulle spalle. Per raccontare le storie che stanno sulle spalle della gente"


Mi parli della tua formazione teatrale?
Non ho fatto nessuna scuola, ho imparato facendo. Poi nel 2001 ho voluto provare a fare la prima cosa da solo, che è lo spettacolo che abbiamo messo in scena la seconda sera della rassegna "Debut", rivisto e corretto. Era un monologo, con della danza e della musica in scena . E' stato un percorso assolutamente personale, ho lavorato molto da solo, all'inizio solo di tecnica recitativa, di narrazione. Come testo usavo assemblaggi di pezzi scritti da altri però che servivano a raccontare la storia che volevo io. Erano tutti testi presi da libri che raccontavano la guerra di Spagna e invece poi nel reale allestimento ho riscritto tutto. Poi iniziato a scrivere, per cui Einstein aveva ragione è il primo spettacolo totalmente scritto da me.

L'idea da dove è nata?
E' nata dal fatto che io ero interessato ai rifiuti, cioè volevo capire cosa succedeva ai nostri rifiuti. Sono passato poi ai rifiuti speciali e dai rifiuti speciali alle scorie radioattive. Rovistando su internet in cerca di informazioni sulle scorie radioattive ho incontrato lastoria di questo poligono nucleare negli Stati Uniti e da lì è nato tutto. E' stato molto difficile perchè non esiste in Italia nessun documento, libro o documento elettronico che parli di questa cosa. Ho trovato informazioni solo su internet in inglese, su siti americani, prevalentemente di associazioni di persone che avevano subito danni, pochissime cose governative, e quindi mi ha affascinato molto questa cosa.

Hai avuto dei contatti con dei testimoni?
No, perchè per me è già  stato molto difficile riuscire a rendere interessante per un italiano una storia così lontana. Quello su cui ho puntato è il fatto che la storia americana in qualche modo è la storia nostra, perchè io parto dagli anni Cinquanta, ci sono tutti i fenomeni come Elvis, il rock'n'roll, poi c'è stato il periodo della contestazione, che è partito da lì e poi è arrivato qui, ecc...sono cose della storia americana che abbiamo importato, per cui questo è il legame che speravo di rendere. Non raccontare solo quella storia, ma raccontarla attraverso tutto il contesto culturale, che poi ha toccato anche noi. E' stato molto difficile e pensare di fare il percorso inverso, cioè pensare di ritradurre o fare qualche cosa in inglese mi sembrava un'impresa ancora più lontana per cui ho lasciato stare. Comunque ci sono molte associazioni, anche se da quanto ho potuto capire è stata una cosa che il governo americano ha voluto passasse più inosservata possibile.

Il tuo obiettivo era quello di far conoscere queste vicende?
L'obiettivo della mia ricerca in questo momento è trovare storie che sarebbe difficile conoscere normalmente. Credo che ce ne siano tantissime, e mi piace il lavoro di scovare storie incredibili, bellissime e di poterle mettere in scena perchè tutti le possano sentire. Poi alcune possono piacere di più, altre di meno: l'importante per me è che prendano vita. La storia di Einstein aveva ragione in Italia, a meno che uno non abbia voglia di cercarsi informazioni da solo, è difficile che si riesca a conoscerla. Tra l'altro su questo argomento, il nucleare, ci sono stati degli avvenimenti anche in Italia che persone della mia età  non conoscono.

C'è qualcosa di te in Jack, il personaggio del tuo spettacolo?
In realtà  sì, è la persona che è giovane, è al di fuori di tutte le informazioni che gli altri sanno ed è quello che durante lo svilupparsi della storia apprende piano piano tutti gli strumenti che gli servono per poter giudicare quello che è successo. Quindi credo che rappresenti tutte le persone che ascoltano questa storia, come se fosse qualcuno del pubblico che piano piano si rende conto di tutti i vari aspetti della storia e alla fine si fa, inevitabilmente io credo, un'opinione. Di fronte a cose così grandi, una persona cerca di capire da che parte stare.

Adesso a cosa stai lavorando?
E' un periodo un po' particolare, perchè è nata una compagnia, Via. E' un grande inizio e credo che ci siano molte possibilità . Rispetto al lavoro che sto facendo, che è personale, vorrei avere la possibilità  di fare dei laboratori, ma di questo se ne parlerà  a settembre.
Poi sto collaborando con una compagnia di Venezia che si chiama Kairòs, una compagnia di teatro e danza, per uno spettacolo. A marzo parteciperò a un progetto prodotto dalla Fenice e dallo Iuav. A maggio inizierò le prove per uno spettacolo con i Teatri Uniti di Napoli, con la regia di Toni Servillo, con un testo di Vitaliano Trevisan, che è un autore veneto. E' una cosa importante, uno spettacolo grosso, con un mese di repliche a Roma e la possibilità  di fare una tournèe nella prossima stagione. E' il mio primo lavoro in senso professionale come lo si intende in Italia, cioè in una compagnia che fa tournèe. Quindi sono un po' diviso tra il lavoro che io continuo a fare qui a Padova e queste altre cose a cui partecipo, importanti perchè non ho mai fatto esperienze in questo teatro, diciamo così, di serie "A".

C'è differenza nel modo di lavorare?
Sì, molto. Una delle differenze sostanziali sono i soldi. Padova poi è una città  tra le più difficili in Italia da questo punto di vista. Voglio dire, non sono molti quelli che fanno la scelta di fare questo mestiere, e basta, e di non finire a doverlo fare come un hobby perchè è molto difficile vivere di questo mestiere. Cercare di lavorare qui facendo cose proprie è molto difficile perchè i soldi sono molti pochi, sia da parte del pubblico che dei privati. Invece quando lavori alla Fenice o a Roma con compagnie private che però hanno molte sovvenzioni, magari in coproduzione con teatri stabili, beh, lì cambiano un po' le cose. Anche per la visibilità .

Ci sono spazi in quei contesti per la ricerca?
Beh, lo spettacolo si basa su un testo di un autore giovane. E' una scelta di Teatri Uniti molto interessante quella di mettere in scena, loro che sono una compagnia di Napoli che ha fatto anche cose tradizionali, uno spettacolo sul Nordest, per il quale hanno scelto tre attori veneti. Trovo interessante da parte loro cercare di mettere in scena e quindi di capire questo non so se famoso o famigerato Nordest. Sicuramente non è uno spettacolo tradizionale quello che farò, però decisamente non sono molti quelli che fanno questo tipo di scelte. Basta guardare i cartelloni di alcuni teatri stabili per capirlo. Credo che non sia una novità .

Una tua opinione sul contesto teatrale a Padova
Io credo che siano cambiate molto le cose da un po' di tempo a questo parte con la nascita dei Carichi Sospesi perchè hanno dato spazio a realtà  teatrali che veramente sembrava non esistessero. E' stato importante non solo per le persone che fanno teatro ma anche per le persone che vogliono vedere teatro, ed è stato una grossa novità  a Padova perchè a parte la rassegna del Tam alle Maddalene e poche altre cose a Padova non esiste un luogo così. In più si è creata una vera e propria rete grazie a quel posto: da persona che fa teatro a Padova, frequentando il posto e vedendo gli spettacoli, posso dire che si sono create vere - e non finte - collaborazioni tra artisti. Questo credo sia un merito incredibile.

Perchè secondo te piace il teatro di narrazione?
Io credo che piaccia perchè è semplice, nel senso che sei davanti a una persona che più recitare ti parla. Io sono molto convinto di questo fatto: non si tratta di saper recitare ma di saper dire delle cose, ovviamente con delle tecniche particolari che si imparano, però quello che si fa è dire, raccontare una storia. Credo che questo sia - come dire?- rassicurante, soprattutto dopo esperienze di teatro d'avanguadia o post-avanguardia, sempre più introverse e più complesse rispetto al rapporto con il pubblico. E poi il teatro di narrazione è economico per chi lo fa. A volte è una scelta non dico obbligata ma quasi, nel senso che lavorare da soli è molto più economico che lavorare in sei persone, riuscire a pagare una persona è più facile che riuscire a pagarne sei o dieci. Quando venne Laura Curino a fare il suo monologo a Padova l'anno scorso, tenne un incontro prima dello spettacolo. In quell'occasione lei lo disse chiaramente: è un campanello d'allarme che ci siano così tanti narratori. Da una parte è bello perchè è un altro modo di fare teatro, dall'altra è un campanello d'allarme perchè è vero, purtroppo ci sono di mezzo anche i soldi in alcune scelte.

Nella tua formazione al teatro hai unito la danza. Com'è nato questo tuo interesse?
Nasce tutto dal fatto che ad Abracalam c'erano queste due anime che erano Roberto Caruso per il teatro e Alessia Garbo per la danza. Le produzioni erano interdisciplinari, nel senso che c'era sia teatro che danza e anche musica, per cui come linguaggio ho imparato a conoscerlo, a vederlo da subito, dall'inizio. Ho iniziato a seguire i laboratori di Alessia pensando che mi potessero servire per il lavoro dell'attore, in realtà  poi ho scoperto che mi piaceva danzare e basta, al di là  delle cose che mi servivano per il lavoro. Avere la possibilità  di conoscere e di lavorare con Wes Howard e Tayeb Benamara [dell'associazione Terres-de-danse di Tolosa, Francia, nda] è stata una spinta in più perchè hanno un approccio alla danza rassicurante per una persona che non ha fatto molta tecnica. Poi le produzioni più specificatamente di danza, come Vestiti, che è stata una delle ultime produzioni di Abracalam, era comunque molto teatrale, per cui era veramente un godimento sguazzare tra teatro e danza. E' divertente, molto molto divertente.

Abracalam esiste ancora?
Abracalam esiste ancora. Diciamo che l'esigenza mia e di Alessia con Via era creare una cosa che vivesse cercando di puntare più sulla produzione artistica che sull'aspetto della pedagogia, nonostante che questo aspetto esista -Alessia sta facendo comunque i suoi laboratori- però cercando di mettere più energie nella produzione e nella diffusione delle produzioni. Anche se è molto difficile, vogliamo cercare di far vedere i nostri lavori anche fuori da qui. Va bene lavorare nella propria città , ma esistono anche altri posti...

Ha avete già  dei contatti?
Stanno nascendo contatti e collaborazioni con Theama, che è una compagnia di Vicenza, con i Carichi Sospesi, con Kairos di Venezia, poi c'è una collaborazione che già  esisteva ad Abracalam con Lartes, che è una compagnia di Aversa.

Arianna Pellegrini

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