Franco Carlassare, geometrie del colore

Franco Carlassare, geometrie del colore

Franco Carlassare, geometrie del colore

pittura e grafica 1957-2004
Alla scoperta delle due anime dell'artista padovano

Palazzo del Monte di Pietà  - Piazza Duomo
26 giugno - 5 settembre 2004
Ingresso gratuito

Inaugurazione
25 giugno ore 18:00


Fin dalla sua prima produzione, che incomincia nei tardi anni Cinquanta, Franco Carlassare esegue acquarelli e incisioni dall'accuratissima selezione cromatica accanto a oli di deciso interessamento materico, che può essere letto come esplicito omaggio all'informale.

Licisco Magagnato ha individuato nel 1987 le radici culturali di questa compresenza in quelli che definisce i "numi tutelari" di Carlassare: Afro e Klee. Emozione e ragione stanno dunque alla base della sua poetica e si costituiscono come elementi di una fase di passaggio verso una scelta operativa che rimarrà  costante nella carriera dell'autore.

Le due anime convivono forse nel profondo, ma la regola è stabilita da una vocazione ordinatrice, capace di condensare e filtrare emozioni, pensieri e rimandi alla cultura del contemporaneo nel suo insieme in partiture sublimate e liriche del tutto riconoscibili come invenzioni di Carlassare.

La scelta della compiuta musicalità  del suo gusto comporta anche una valutazione accurata dei mezzi espressivi: e l'autore privilegia nettamente la levità  di alcune tecniche (acquerello, china o, altrimenti, acquatinta) che gli consentono di porre nella dovuta evidenza la successione di linee e piani e soprattutto la sovrapposizione delle stesure cromatiche.

In esposizione oltre cento opere che testimoniano il lavoro di un periodo che va dal 1957 al 2004; articolato in un percorso comprendente circa 50 dipinti ad olio, su tela e su tavola, e altrettante opere su carta eseguite con varie tecniche che vanno dall'acquerello alla tempera, dal pastello alla china, per finire con opere grafiche, sia monocrome che a colori.


Palazzo del Monte di Pietà  - Piazza Duomo
26 giugno - 5 settembre 2004
Ingresso gratuito
Orario: 9.30 - 12.30 e 15.30 - 19.00
Chiuso il lunedì

Massimo Antonelli - Le figure del corpo -

Massimo Antonelli - Le figure del corpo -

Massimo Antonelli - Le figure del corpo -

Dall'istinto all'immateriale: gioielli, sculture e installazioni.
40 opere del padovano Massimo Antonelli.

Oratorio di San Rocco
19 giugno - 25 luglio 2004

Gioielli contemporanei, sculture, installazioni, figure umane realizzate per la maggior parte in terra cotta, cercando di trasformare la materia pesante in qualcosa di più leggero, in virtù del fatto che sono completamente colorate di tempera blu.
L’anatomia è ricercata: i muscoli si gonfiano, le proporzioni cambiano, le forme si arrotondano.
Le pose passano dalle accentuate torsioni ad un equilibrio riflessivo; le figure si liberano dalla rigida forma e si aprono ad uno stile più aperto ad un concetto più spirituale.
Anche gli spazi si animano e sembrano partecipare di questa spiritualità : diventano co-protagonisti della scena.
Tutto sembra fluttuante, in movimento, e l’atmosfera pare assolutamente irreale.
Piastrelle di terracotta appoggiano su lastre di plexiglas e sembrano sospese nell’aria.
La ricerca dei contrasti, i chiari scuri, la lotta tra il bianco e il nero, tra luce e oscurità , il dialogo tra rosso sensuale e blu immateriale, mirano alla vittoria della spiritualità  umana sull’istinto.
Da questi concetti sono nate delle forme plastiche ed architettoniche, che Massimo Antonelli ha trasformato in gioielli, anelli, collane, bracciali in plexiglas di eccezionale trasparenza, dai colori intensi e brillanti, in un design essenziale e deciso, a volte impreziosito da finiture d’oro.

Oratorio di San Rocco
19 giugno - 25 luglio 2004
orario: 09:30 - 12:30 / 15:30 - 19:00
chiuso il lunedì
per info: +39 049 8204539

Marino Gradella

Marino Gradella

Marino Gradella

Le sue opere sono "tele" nel senso vero della parola. Sono cioè stoffe, arazzi.
Antologica personale del "mago del filo". Alla scoperta di uno stile nuovo.

12 giugno - 10 luglio 2004
Galleria "La Rinascente" - Piazza Garibaldi
Ingresso gratuito

Orario: lunedì pomeriggio ore 13:00 - 21:00, dal martedì al sabato ore 9:00 - 21:00

Inaugurazione
11 giugno 2004 ore 18:00


Marino Gradella
Il mago del filo come piace definirlo a molta della critica d'arte contemporanea o forse ancora meglio il mago della trasparenza.
Marino Gradella, il maestro delle magie cromatiche create con ago e filo. Un arcobaleno di fili che corrono intrecciati, che si fondono e si confondono, tessendo opere d'arte dalle sfumature infinite, dagli effetti cromatici impossibili da realizzare con altre tecniche pittoriche, dalle sottili trasparenze e luminosità .
Scoprire la sua arte è come andare alla scoperta di uno stile nuovo, di un'arte nuova, di un grande maestro.

Si va alla scoperta di un mondo magico, di uno spazio magico. Le sue opere sono "tele" nel senso vero della parola. Sono cioè stoffe, arazzi. L'occhio dell'osservatore non potrà  che perdersi nelle squisite dolcezze, nelle felicità  delle trasparenze fugaci elaborate con pazienza, ostinazione, cura, amore, passione per una tecnica unica che non conosce uguali.

Uno, due sino a quattro progetti grafici, dove l'autore abbozza a matita l'opera. Non esiste copia sotto cui lavorare. Poi la divisione di cerchi, quelli del telaio per intenderci, e passo dopo passo, dettaglio su dettaglio, senza permettersi di sbagliare colore, di tirare troppo la tela, di sfumare troppo... giorni e giorni di certosino lavoro per partorire la creazione di opere meravigliose.

Dalle RIVISITAZIONI, una splendida serie di reinterpretazioni di copie di opere famose. Basti osservare La Gioconda di Leonardo o La Trilogia, realizzata nel 2000, da Hayez o i particolari tratti dalla Cena in casa Levi del Veronese o La ragazza che legge di Renoir o ancora la Giovane col mandolino e La ragazza del pappagallo di Giambattista Tiepolo.

È un aver fatto resuscitare, aver riportato in vita grandi opere d'arte con una luce nuova, creando un effetto unico che è dato proprio dal ricamo.
Le nature morte, i paesaggi, i volti femminili, infinitamente dolci e così appassionatamente aerei. Non ci sono trucchi. È filo che si vede, ragnatele di filo, sono sottili pennellate di filo.


Informazioni
Ufficio Programmazione Culturale
tel. +39 049 8204523
fax +39 049 8204545

Metafisica debole e razionalismo politico

Metafisica debole e razionalismo politico

La libertà  tra autodeterminazione ed obbedienza.
Presentazione del libro di Massimiliana Bettiol.

Sala della Gran Guardia
Piazza dei Signori
31 maggio ore 18:00

Introduce il Professor Danilo Castellano, Università  di Udine.
Sarà  presente l'autrice.

Il libro
L'autrice


Il libro


Rivendicando il primato della coscienza sull'essere, l'uomo moderno si sente svincolato da ogni limite, in specie da quello oggettivo rappresentato dalla sua natura. Tende ad una libertà  assoluta, alla sovranità  della propria decisione e, rivendicando per sé l'indipendenza dalla verità , finisce per "introdurre il nulla nell'essere". Il senso unitario di questa raccolta di saggi è offerto dalla scoperta della relazione logica ed esistenziale che intercorre tra "metafisica debole" e razionalismo politico ovvero tra la crisi dell'autentico sapere in senso classico e le conseguenze nichilistiche che questa comporta sul piano politico e giuridico nel mondo moderno. Muovendo dall'analisi della "Legge di Hume", considerata quale punto di riferimento cardinale delle teorie liberali e democratiche confluenti nel relativismo etico-politico, la ricerca si sviluppa attraverso una critica serrata del concetto moderno di sovranità  e al formalismo giuridico che ne costituisce l'esito necessario.

S'impegna nella considerazione dell'impossibilà­tà  di conciliare marxismo e pensiero cattolico, pena la secolarizzazione di quest'ultimo e si conclude mettendo in luce la base agnostica e relativistica della Costituzione italiana, denunciando le drammatiche conseguenze dì un orientamento che giunge a porre in discussione persino il principio della "sacralità  della vita": scoperto il riferimento ad alcune situazioni di confine, tipiche della società  edonistica e consumistica che afferma il primato della decisione soggettiva sulla realtà  e porta conseguentemente alla disintegrazÍ­one della persona.

Non si sottraggono, secondo l'Autrice, a tali conseguenze neppure quanti, volendo superare il relativismo ma non riuscendo a misurarsi con la metafisica classica, fondano il dover essere, e quindi l'obbligatorietà  delle leggi, sulle ragioni della pura coesistenza, rimanendo in tal modo irrimediabilmente ostaggi del pensiero debole.


L'autrice


Massimiliana Bettiol, docente di Filosofia nell'Università  di Padova, è autrice di numerosi saggi tra i quali:
  • Filosofia analitica, comunicazione e sistema liberaldemocratico (1987)
  • Della persona umana: interpretazioni e questioni aperte (1993)
  • Filosofia e democrazia; il "caso" Auguseo Del Noce (1995)
  • Persona, società , stato in Marino Gentile (1995)
  • Positivismo moderato della gius-filosofia analitica (Napoli 1985)

Leo Maillet. Una vita nella grafica

Leo Maillet. Una vita nella grafica

Leo Maillet. Una vita nella grafica

54 opere di grafica del pittore e incisore Leo Maillet.

15 maggio - 18 luglio 2004
Scuderie di Palazzo Moroni - via VIII febbraio
Ingresso gratuito

orario: 9:30 –12:30 / 16:30 – 19:30 chiuso il lunedì

Leopold Mayer (in arte Leo Maillet, 1902-1990), appartenente ad una famiglia della borghesia ebraica di Francoforte, si formò in quella città , dove fu discepolo di Max Beckmann. La persecuzione nazista lo costrinse, nel 1935, ad abbandonare la Germania per trasferirsi dapprima a Parigi, quindi nel Sud della Francia. Arrestato dalla Gestapo e avviato verso il campo di annientamento di Auschwitz, riuscì miracolosamente a evadere dal carro merci dove era rinchiuso. Ma l’invasione nazista della Francia significò per l’artista anche la perdita materiale di gran parte della sua opera precedente. Terminata la guerra, Mayer-Maillet fissò la sua dimora in Svizzera, nel Canton Ticino, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni. Esponente di spicco della corrente espressionista e della “nuova concretezza”, Maillet sviluppò un suo linguaggio originale, dove grande importanza avevano gli aspetti tecnici della grafica (acquaforte, punta secca, xilografia). Ed è appunto al Maillet “grafico” che è dedicata la mostra, dove sono esposte 54 opere, fra cui anche alcuni dipinti e acquarelli. Maillet, rimasto sempre al di fuori delle consorterie artistiche e mercantili, è un pittore pressoché sconosciuto nel nostro Paese, benché si tratti di un artista fra i più notevoli del suo tempo nel campo figurativo.

Intervista a Michela Volante

Intervista a Michela Volante

Il romanzo di Michela Volante racconta la vita della poetessa Petronilla Paolini Massimi: una storia affascinante e ricca di colpi di scena, sullo sfondo inquietante della Roma barocca.
In questa intervista l'autrice ci spiega perché è importante ridare voce a questa figura femminile coraggiosa e poco conosciuta.

Michela Volante ha 28 anni e Domani andrò sposa è il suo primo libro. Dopo aver dedicato la sua tesi di laurea a Petronilla, Michela ha deciso di scrivere un romanzo per raccontare, attraverso la vicenda biografica di questa poetessa dell'Arcadia, una parte della storia che non è conosciuta né valorizzata: l'altra storia, quella che riguarda le donne.
La storia di Petronilla racconta a quale prezzo le donne della seconda metà  del Seicento potevano ottenere la loro libertà , trovare il loro spazio e affermare finalmente la loro identità . A secoli di distanza, ci fa capire che la vita come possibilità  di scelta non è una cosa scontata.

Rimasta orfana all'età  di quattro anni, a dieci anni Petronilla Paolini Massimi è costretta a sposare un uomo di trent'anni più vecchio, un cugino del papa, che si vuole impossessare della sua dote. Il marito la rinchiude in una stanza senza arredi e le impedisce di dedicarsi alla sua unica ragione di vita: la scrittura. Petronilla continua a studiare opponendosi al marito e infine prende la sofferta decisione di separarsi dai suoi tre figli, nei quali vede già  con terrore l'impronta paterna, e di rifugiarsi nel convento dove è cresciuta. Solo in questo modo può dedicarsi ai suoi studi, intrattenere uno scambio epistolare con alcuni grandi poeti dell'epoca, tra cui Metastasio, e diventare una delle poche donne ad essere accolta nell'Accademia dell'Arcadia.

Nel suo libro Michela Volante fonde rigore storico e capacità  evocativa e integra le notizie tratte dai documenti dell'epoca in una struttura narrativa polifonica, leggendo la storia da un punto di vista femminile.

Io con pallido volto
non mirerò le mie sventure estreme;
soffre il mio cuor, non teme;
e intrepida vedrò sovra il mio crine
dal destino cader stragi e ruine.
S'avventano i disastri
solo all'anime grandi. Io mai non vidi
fulminata dal ciel capanna umile (...)
e se contra di te s'arman le stelle,
tu desta ormai le belle
prove, che in nobil cuor virtù produce...


Petronilla Paolini Massimi
(da "Spieghi le chiome irate" in Rime degli Arcadi, tomo I, 1716, vv. 10-27)

Come hai scoperto Petronilla Paolini Massimi?

Sono andata per puro caso alla presentazione di un'antologia sulle scrittrici italiane dal Quattrocento all'Ottocento. La conferenza era tenuta da Luisa Ricaldone, docente dell'Università  di Torino dove studiavo. Avevo in mente di chiedere a lei la tesi, ma non pensavo di chiedere una tesi sulla letteratura femminile. Sono andata a questa conferenza senza aspettarmi nulla di specifico. All'ultima domanda è stato chiesto quale di queste autrici raccolte nell'antologia era secondo Luisa la più interessante. Lei senza esitare un momento ha detto: "Petronilla Paolini Massimi". A me è rimasto impresso questo nome un po' buffo. E poi Luisa ha raccontato alcune cose su Petronilla: sposata a dieci anni, imprigionata a Castel Sant'Angelo, decisa ad abbandonare il marito per la scrittura... Ho sperato furiosamente che l'argomento fosse libero per una tesi, e la mattina dopo alle otto mi sono presentata nell'ufficio di Luisa, temendo che avesse già  dato cinque o sei tesi su Petronilla; invece non ne aveva mai affidate, e in un secondo tempo mi ha confidato che aspettava qualcuno che le ispirasse fiducia. Era l'inizio del 1997. Da quel giorno ho studiato sugli inediti di Petronilla, nel 1999 mi sono laureata e ho continuato a cercare quello che non si trova: il diario e l'epistolario completo. Non li ho trovati, ho trovato però altre cose inedite. Nel 2000 ho cominciato a scrivere il libro.

E il percorso di scrittura dalla tesi al libro?

Il percorso è stato abbastanza naturale. E' come se nel frattempo avessi metabolizzato tutti i dati che avevo raccolto per la tesi. Da subito ho pensato che ne volevo scrivere un libro, ma non sapevo come strutturarlo. Mi sono presa molto tempo, anche perché facendo un lavoro, quello dell'editor, che usa lo stesso tipo di energie e di scrittura, è molto complicato scrivere un libro e nello stesso tempo lavorare sui libri degli altri. Fatalmente incroci le due cose, travisi un po' il tuo stile o lo stile degli autori su cui stai lavorando: bisogna fare molta attenzione in questo. Tutte le volte che me la sentivo scrivevo il libro, ma sono passati anche cinque o sei mesi senza che lo aprissi. Ogni volta però ho l'abitudine di rileggere daccapo tutto quello che ho scritto: io rileggo sempre dall'inizio, anche se sono a pagina 180. Questo ti permette di riavere in mano la situazione.

Le differenze tra la tesi e il libro, tra il rigore storico e la fantasia?

Io non volevo tradire nulla dei dati che avevo trovato, anche perché mi erano costati così tanta fatica che ci tenevo ad usarli nel modo più fedele possibile. Poi, quando il libro era finito e alcune persone l'hanno letto, c'è stato chi mi ha fatto notare che era fin troppo attento al dato storico e che in fin dei conti era un romanzo, per cui ho provato a distaccarmi un po'. Ma anche adesso sento molto importante la veridicità  storica: quello che voglio è far conoscere una storia vera, che mi sembra abbia un carattere di esemplarità . Perché sia esemplare deve essere controllata nei suoi dati storici. Mi sembra di aver avuto occasione, con questa struttura particolare a più voci, di non tradire troppo. Non so se poi ci sono riuscita davvero, ma mi sembrava un buon compromesso tra il racconto romanzato e l'attenzione alla vicenda storica.

Come hai dato vita alle parti che sui documenti non c'erano?

Per esempio nel caso della Madre Badessa o di Fatima avevo pochissimi dati storici, però ho provato a immaginare come avrebbe potuto comportarsi o quali pensieri potrebbe aver avuto un personaggio con quelle caratteristiche, in quelle condizioni. Poi non sono una storica, ma ho cercato di controllare più cose possibile: anche l'abbigliamento, la ricostruzione dell'ambiente. E poi è sempre una scusa per studiare delle cose in più: ho voluto approfondire la questione dei rapporti familiari, la politica delle doti nel Seicento, la questione dei Monti dei Pegni...

...che poi sono aspetti della storia che normalmente non si studiano...

Sì, e poi scopri che cose che per noi sono assolutamente scontate, non solo la condizione femminile, ma per esempio anche la condizione dell'infanzia, sono concetti che nel Seicento non esistono. Questo personaggio vive tre secoli prima di noi, ma vive a Roma, in posti che si possono ancora riconoscere e frequentare: sembrerebbe di poter ricostruire la sua vita con facilità . In realtà  lei era una donna come noi, ma davanti a un giudice non esisteva. Non aveva la possibilità  di gestire il patrimonio che le veniva dalla sua famiglia. L'educazione dei suoi figli non era assolutamente contemplata. Ci sono differenze molto profonde nella vita quotidiana. E però scopri anche cose particolari: per esempio il fatto che con Petronilla, a Roma, viva questa ragazzina turca, quindi di origine musulmana, forzatamente integrata nella società  del tempo. ChissÍ  con quali violenze e quali soprusi Fatima è stata portata a Roma. E' interessante scoprire che mondo orientale e mondo occidentale erano strettamente intrecciati.

Le libertà  che adesso diamo per scontate sono in realtà  delle conquiste recenti, e in certe parti del mondo non ci sono. Ti sembra che ci sia questa consapevolezza da parte delle giovani donne di oggi?

Questo è stato un motivo molto forte nella scelta di scrivere questo libro. Noi abbiamo un abisso di diritti in più. Abbiamo il divorzio, abbiamo la possibilità  di seguire una carriera, di farci una famiglia, di scegliere la contraccezione, l'interruzione di gravidanza: la libertà  di poterlo fare. Il divorzio in Italia ha compiuto 30 anni. Noi, che abbiamo trent'anni, non ci poniamo assolutamente il problema di come doveva essere la vita senza. E invece sarebbe il caso che ci ricordassimo, ogni tanto, non solo di Petronilla che ha trecento anni più di noi, ma semplicemente anche delle nostre nonne, che hanno rischiato di vedersi la vita rovinata perché non avevano la libertà  di scegliere. Questa mi sembra una cosa importante che ci dimentichiamo sovente. E poi senti dei discorsi fastidiosi. Qualcuno ti provoca dicendo: "dimmi il nome di una letterata o di una pittrice! In fondo sono poche rispetto al grandissimo numero degli uomini". Il motivo c'è, e Petronilla è uno degli esempi per capire come mai. Poi ci sono quei rarissimi esempi di donne artiste, come Artemisia e Faustina Maratti Zappi, che era una coeva di Petronilla, nate in famiglie di artisti e comunque osteggiate e sottoposte a violenze. C'è una letterata del Seicento, Maria Luisa Cicci, che pur di scrivere spremeva gli acini dell'uva e intingeva il pennino nel succo d'uva, perché le era stato sottratto l'inchiostro. Era comunissimo che alle donne fosse vietato di accedere veramente all'arte. Le donne potevano imparare a suonare tanto per intrattenere gli ospiti; imparare a pitturare tanto per fare il ritratto del cagnolino. Ma non potevano fare veramente le artiste, perché è una condizione di semidivinità , di tramite tra l'uomo e dio che alle donne non viene consentito.

Per Petronilla il mondo della poesia e della letteratura è un modo per conoscere e ri-conoscere se stessa. Però questo mondo è maschile...

E' un mondo per la maggior parte maschile, ma forse è l'unico mondo dove l'elemento maschile la accoglie veramente e la riconosce come grande, perché è un mondo dove uomini e donne stanno alla pari. Come un'isola separata, dove non valgono le regole sociali. Per esempio l'Arcadia crea nuove regole sociali all'interno dell'accademia. Come dicevi, Petronilla torna alla scrittura per conoscersi: nelle sue opere è fortissimo l'impegno autobiografico. Scrive due o tre odi autobiografiche e le memorie per il processo, e ha un tratto autobiografico che non esiste nelle autrici laiche di quell'epoca, e forse neanche negli autori uomini. E' una novità  assoluta. Petronilla ha un'idea classica della poesia, come possibilità  di superare l'oblio, di eternarsi. E per certi versi lo realizza: se siamo noi qui a parlare ancora di lei vuol dire che ce l'ha fatta. Racconta di sé non per piangersi addosso, ma per raccontare la propria forza, per dire "nonostante tutto quello che mi è capitato ho ancora la forza di scrivere e di scrivere bene, per farvi sapere che si può sopravvivere a queste avversità ". Quindi la poesia è una forma di confessione e di autoriconoscimento.

Quindi non fuga ma emancipazione?

Sì, non è un rifugio separato dal mondo. E' anzi una protesta di sé davanti a tutti.

Femminista ante litteram?

Petronilla scrive: "Sol del nostro valor l'uomo è tiranno". Più femminista di così... E' vero che Petronilla bada a se stessa, al proprio caso singolo. Però lei dice "Sol del nostro valor": nostro, di noi donne. Quindi ha consapevolezza del fatto che anche le altre donne vivono una condizione disgraziata. La sua condizione è disgraziata, ma fino a un certo punto: comunque lei è aristocratica e ha la poesia che la salva. La figura che a me fa più pena nel libro è quella della domestica, della governante. La governante, che è una donna del popolo, schiavizzata come tutte le altre, alla fine non ha nessuna consolazione. Accetta la sua condizione perché non ha come Petronilla la possibilità  di ribellarsi. Non è potente come la Madre Badessa, non è rassegnata come la madre di Petronilla. E' la figura più triste.

La stanza di Petronilla e la Stanza tutta per sè di Virginia Woolf...

C"€™è una frase di Virginia Woolf che avevo utilizzato già  ai tempi della tesi e che mi viene sempre in mente. Virginia Woolf scrive che molto spesso basta il rumore di un pennino per turbare la quiete domestica. Effettivamente è così, e nel caso di Petronilla basta il rumore di quel pennino, che il marito concretamente le sottrae, a distruggere un"€™esistenza coniugale. Il marito toglie dalla stanza tutti i mobili e arriva ad inchiodare le persiane delle finestre perché lei non possa scrivere.
Ciononostante Petronilla scrive lo stesso, si ritaglia uno spazio nelle sue stanze e poi nella stanza del convento. E io me la sono immaginata, a un certo punto, davvero sollevata del fatto di potersi finalmente dedicare ai suoi studi. Lei stessa, nelle sue memorie, parlando di quelle stanze di Castel Sant"€™Angelo in cui il marito la richiude, scrive che lei "€œsi stava ritirata e quieta"€. In quelle stanze stava bene, ma avevano un unico difetto: il soffitto era così basso che poter toccare il cielo con un dito non era sinonimo di cosa piacevole. Quindi era anche una donna spiritosa e ironica...

Virginia Woolf parlava anche di indipendenza economica.

Petronilla non ha l"€™indipendenza economica, però ci prova in tutti i modi. L"€™unica possibilità  per riavere la dote che gli è stata sottratta dal marito è quella di intentare causa contro di lui davanti alla Sacra Rota. Ancora adesso è complicato: figuriamoci allora, attirandosi addosso gli occhi di tutta Roma e dei potenti dell'€™entourage papale! Ciononostante Petronilla non si tira indietro e prova ad ottenere la restituzione della dote. Non ci riesce, ma ci prova: questo è il gesto di sfida più grande che potesse fare.

Mi viene in mente che molto spesso è la donna stessa suo malgrado a riproporre dei modelli di dominio maschile, anche attraverso l"€™educazione dei figli.

Non è il caso di Petronilla, che non ne ha avuto occasione, visto che i figli le sono stati tolti. Però per esempio è il caso di sua madre, che accetta di concedere la figlia in sposa a un uomo di trent"€™anni più vecchio. Non la si può giudicare, io non ho voluto giudicarla nel libro e anzi c"€™è un punto in cui Petronilla la assolve. E d"€™altra parte alle donne non erano concesse tante alternative, per cui il modello che proponevano alle loro figlie era una condizione di sottomissione e di inferiorità . Pensa che per moltissimi secoli, ancora nel Seicento, la scienza medica crede che le donne fisiologicamente siano uomini incompleti. A me sembra pazzesco, perché credo che di autopsie ne siano state fatte, e quindi si sia capito che in realtà  erano due corpi completamente diversi. Eppure era un preconcetto radicatissimo in tutti gli ambiti della vita. Di fronte a tutto questo, a maggior ragione sembra strano che Faustina Maratti Zappi, quella contemporanea di Petronilla di cui ti parlavo prima, abbia invece una vicenda coniugale felicissima. Lei è figlia di un pittore della fine del Seicento, il Maratta, ritrattista molto noto a Roma. In questa famiglia di artisti Faustina diventa poeta e si sposa con un poeta che è Giambattista Zappi, uno dei fondatori dell'€™Arcadia. Tutte le sue rime, molto sentite e belle, le scrive su questo grandissimo amore per il marito. Però è un unicum straordinario, mai successo prima. E non ti so citare una poetessa di fine Settecento, inizio Ottocento... è vero che, come Petronilla, sono poco conosciute: ci sono infinite donne poete, scrittrici, studiose, scienziate, pittrici, scultrici, che noi non conosciamo. ͈ come se noi conoscessimo il 50 per cento di tutte le discipline: ci sono interi universi da scoprire. Ora finalmente qualcosa si muove: comincia ad esserci qualche seminario di storia delle donne o di letteratura femminile. Altrove ci sono anche i corsi di laurea, per noi è chiedere troppo...

Mi parli del tuo rapporto con la scrittura?

Il mio rapporto con la scrittura è un rapporto viscerale, molto sentito: io vivo di scrittura, nel senso che non vivo solo dei miei libri "€“ non sarebbe possibile! "€“ ma lavoro in una casa editrice, quindi la scrittura è in ogni cosa che faccio. In questo condivido molto la necessità  di scrittura di Petronilla, perché sento che per me scrivere è qualcosa che mi fa sentire completa, mi fa esprimere al mio meglio, o almeno così mi sembra. ͈ la cosa che mi riesce più semplice ed è qualcosa di cui non posso fare a meno. Svevo diceva che la scrittura è una pratica igienica. Io credo che sia così: e come per Petronilla, scrivere permette di riconoscersi, di capirsi. Anche di fissarsi, proprio: è una questione pratica, di fissarsi su un foglio, su quattro punti. ͈ questo il valore della scrittura.

Mi hai detto che lavori nell'€™ambito dell'€™editoria. Qual è oggi la situazione per una donna che vuole dedicarsi alla scrittura, quali consigli daresti?

Fortunatamente è una situazione più semplice di quella di Petronilla! In generale, e questo vale per uomini e donne, penso che serva soprattutto una grandissima convinzione in quello che si fa. Mancano, secondo me, le belle storie: quelle che uno ha piacere di ascoltare. A volte mi sembra che manchino in generale, anche nel cinema. Quindi credo che si debba scrivere un libro quando si è veramente convinti di avere una bella storia da raccontare. Poi penso che una pagina scritta sia sempre migliorabile, quindi ci vuole un lungo lavoro. Dopodiché, si hanno molti pregiudizi nei confronti dell'€™ambiente editoriale. Quello che posso dire io è che è un ambiente poverissimo dal punto di vista economico: non si diventa ricchi facendo lo scrittore. Ma se un libro è bello, non c"€™è motivo per cui una casa editrice non dovrebbe pubblicarlo. Anzi, le grandi case editrici leggono tutto quello che arriva. Di questo bisogna avere fiducia.

Laura Lazzarin

Intervista a Vasco Graça Moura

Intervista a Vasco Graça Moura

La poesia di Vasco Graͧa Moura filtra i frammenti del passato, creando uno spazio interiore dove l'incontro tra la tradizione classica e il mondo contemporaneo dà  senso all'esperienza quotidiana.
Traduttore di Dante e deputato europeo, il poeta portoghese racconta in questa intervista da dove nasce l'ispirazione della sua poesia.

Presentato da Silvio Ramat e accompagnato da Giulia Lanciani, sua traduttrice e massima esperta italiana di letteratura portoghese, nel marzo 2004 il poeta di Oporto Vasco Graͧa Moura è stato ospite ai martedì del Pedrocchi per "Padova incontra la poesia".

E, dopo averlo ascoltato leggere i suoi testi e parlare della sua arte, di politica e cultura (Vasco Graͧa Moura non è 'solo' poeta, romanziere, drammaturgo, saggista, critico letterario e traduttore di Dante e Petrarca in rima, ma anche deputato europeo, vicepresidente a Bruxelles della Commissione Cultura) resta la sensazione di aver incontrato un mostro di bravura nel senso etimologico del termine: un prodigio, un portento, anche se non ha dato sfoggio di alcuna erudizione.

Graͧa Moura parla della sua poesia come del proprio modo verbale di stare al mondo. Per lui la parola poetica è un cortocircuito fra il quotidiano e i frammenti del passato, un misto di cultura e archetipi mitologici che affiorano come i relitti di un naufragio. Nel quotidiano si fanno strada, per affiorare nello spazio interiore, quei frammenti significativi di mitologia, cultura e tradizione.
Il passato e la contemporaneità  restano a galla e si fondono generando una letteratura moderna, opere nuove che comprendono svariati elementi: storia e miti classici, ricordi e aneddoti autobiografici. Perché il passato è un patrimonio attivo che dà  senso alla quotidianità  ed ogni esperienza è filtrata dalla nostra tradizione culturale, per questo possiamo passare dall'occasionalità  alla Storia e restare collegati al grande circuito del tempo mitico di cui facciamo tutti parte.

Dopo avere letto alcuni testi da "Poemas com pessoas" (tradotti dalla Lanciani e tratti dall'antologia Inchiostro nero che danza sulla carta da lei curata, pubblicata negli Oscar Mondadori 2002) il poeta precisa che la sua tecnica è voluta, cercata:

"Non credo alla poesia come ispirazione, ma come traspirazione - spiega con un filo d'ironia - è manipolazione della parola, lavoro, risultato di un processo che ha alcuni momenti iniziali spontanei a cui però seguono delle regole. L'autore deve proporre al lettore una struttura ben organizzata e dotata di sonorità . Nel mio caso, devo fare come diceva Pasolini, devo organizzare il caos. Ho bisogno di ordine, per questo rivisito i classici."

Cosa c'entrano i classici e la tradizione con la modernità ?

"Anche senza che ce ne accorgiamo, la mitologia e la cultura classica sopravvivono e irrompono nei nostri giorni, oggi possiamo ad esempio incontrare anche noi figure come quelle di Paolo e Francesca o Achille e Pentesilea, magari visitando il museo del Louvre. Io li rivedo e li ripropongo attualizzati nei miei testi, dove però entrano anche temi sociali e lirici, legati ai paesaggi, alla rappresentazione di opere d'arte, pittura, cinema, fotografia, dipende..."

Quali problemi ha incontrato nel tradurre in portoghese Dante e Petrarca?

"Mi sono organizzato e mi sono dato delle regole: prima di tutto fedeltà  totale al testo, nel rispetto della metrica e delle rime, alterne e interne. Basta trovare la chiave iniziale e dopo il meccanismo si mette in moto e la macchina parte. Con Dante, ad esempio, mi ero prefissato di tradurre un canto a notte. Sembra tanto, vero? In realtà  quella traduzione è stato un lavoro sottocosciente di quarant'anni. Per me la traduzione è come una foto in bianco e nero: se anche non vi distinguo più i colori, comunque riconosco i visi delle persone immortalate. Benché in bianco e nero, la fotografia mantiene una corrispondenza col soggetto originale."

Perché ultimamente ha voluto tradurre proprio il Canzoniere del Petrarca?

"Petrarca è citato e ripreso da tutti, se ne sente sempre parlare, ma finora in Portogallo esistevano le traduzioni di pochi sonetti, il primo a occuparsene fu il grande Camoes, ora possiamo dire che c'è il Canzoniere tradotto in portoghese."

Lei ha spiegato cosa è per lei la poesia. Cosa non è la poesia?

"Non è un linguaggio senza tensione. In ogni caso deve avere tutti gli ingredienti: ritmo, prosodia, espedienti formali, capacità  di simulazione, invenzione, autobiografia, riferimenti culturali, citazioni, attualità , anche ironia e autoironia, tutti elementi difficili da reperire a uno a uno perché sono disseminati nel testo."

Maurizia Rossella

Intervista a Titos Patrikios

Intervista a Titos Patrikios

Il poeta Titos Patrikios racconta in un'intervista il suo percorso poetico e politico.
Esponente di spicco della poesia greca contemporanea, è stato ospite della rassegna Padova Incontra la Poesia.

Da quest'anno la rassegna "Padova incontra la poesia", curata da Silvio Ramat per l'Assessorato alla Cultura, è divenuta internazionale.
Il primo ospite che ha letto i suoi testi davanti al numeroso e attento pubblico della Sala Rossini del caffè Pedrocchi è stato Titos Patrikios, il più celebre poeta greco contemporaneo, nato nel 1928 ad Atene, una vita densa di vicende umane e di importanti esperienze politiche e culturali che in gioventù lo hanno posto nelle file della Resistenza contro i nazifascisti che avevano invaso la Grecia.
La sua militanza politica all'interno della sinistra gli comportò il confino alle isole Macrònisos, dove conobbe il grande poeta Ghiannis Ritsos, il quale ne scoprì il talento e gli fece conoscere Neruda e Majakovskij.
Una volta libero, tornato ad Atene, il giovane Titos pubblicò la sua prima raccolta di poesie, esattamente cinquant'anni fa.

Alla Sala Rossini Patrikios ha letto in greco alcuni testi significativi tratti dal ciclo "L'epopea e i ritratti", affiancato nella versione italiana dal suo traduttore, l'editore italiano Nicola Crocetti, direttore della rivista "Poesia", che sta per pubblicarne un'antologia.
In perfetto italiano, il poeta greco ha subito chiarito quanto l'eredità  della cultura ellenica sia stato un pesante fardello per la sua generazione: se da un lato infatti il mito e la tradizione arricchiscono, dall'altro impediscono di sentire il presente. "A suo tempo - spiega Patrikios - abbiamo dovuto rompere con l'antichità  per trovare la nostra voce."

Lei ha militato nella sinistra, ha fatto la Resistenza ed è stato deportato. In che modo ritiene che la storia e il vissuto personale siano testimoni e giudici del presente?

Il passato e la storia fanno più ricca la nostra esistenza, senza memoria non possiamo esistere, ma sono assai pericolosi come giudici, poiché un giudizio molto severo può condannarci ad essere docili di fronte al passato.
Ma, come ci insegnano le avanguardie, i post-futuristi e i post- surrealisti che abbandonarono la metrica e la rima per cercare forme nuove, l'arte e la poesia non possono essere docili, la logica interna della poesia è una logica di estremi, non di mezzi termini.
Da una parte stanno la storia e la politica, dall'altra stanno l'arte e la poesia che sono fondamentali per la vita ma hanno logiche diverse. La logica dell'arte è quella dei rovesciamenti, delle rotture e degli estremi senza i quali non può continuare, diventa ripetizione. Noi possiamo sottostare al giudizio della storia senza essere docili: dobbiamo giudicare anche il giudice.

Si riferisce a una presa di posizione di tipo politico?

Una persona che parla in pubblico deve prendere posizione, non può nascondere quel che pensa, ma ciò non significa che debba essere inserito nell'ingranaggio, può anche essere indipendente rispetto alle formazioni politiche.
Nel secolo scorso c'è stata molta poesia politica, ma quest'impegno ha fatto prevalere il bersaglio politico rispetto alla scrittura, in tal modo la poesia perde la sua indipendenza e lo spirito critico. In ogni caso questo è sempre un grande dilemma: senza interesse politico la poesia diviene insipida, con troppo intento politico diviene linguaggio giornalistico, propaganda.

Negli anni Cinquanta, durante l'esilio, lei ha conosciuto il grande poeta Ghiannis Ritsos. Quanto ha significato questa amicizia?

Il legame con Ritsos mi ha influenzato molto, gli devo molto e gli sarಠsempre riconoscente, ma, dopo un rapporto molto intenso con l'amico e maestro, ho avuto bisogno di uccidere simbolicamente il padre, una rottura che si è risolta dopo 25 anni, del resto io dovevo fare la mia strada.
Gli elementi biografici sono importanti ma non coincidono con la scrittura. Alcune mie poesie, ad esempio, sono state come delle premonizioni e sono andate davanti al mio vissuto, altre invece sono giunte in ritardo rispetto al mio vissuto.
L'importante è vedere il cammino che ha fatto un poeta, lasciare stare il passato e continuare. Stendhal diceva "Mi dà  malinconia leggere i miei libri." E poi, più imparo la letteratura, più fatico a scrivere, non è come in gioventù che non ci pensi...
Adesso vedo tutti i problemi che ci sono nello scrivere, ma continuo, con una certa forma di autoironia che mi permette di vedere le mie straordinarie debolezze.

A tutta prima, le sue poesie sembrano facili e chiare, comprensibili. Come ci riesce?

La chiarezza è un risultato, non ci si arriva subito, io ho scritto anche poesie oscure. Spero che le mie poesie siano chiare ma non semplici, che abbiano molti livelli da scoprire.
Al campo, Ritsos mi ha insegnato che dovevo scrivere e riscrivere, anche cinque volte, e, se occorre, buttare via anche la metà  del lavoro. Gli ultimi miei testi mitologici, ad esempio, sembrano semplici, ma sono stati rielaborati una ventina di volte, perché è difficilissimo mettere insieme due-tre parole e se le parole non sono messe in quel certo modo la poesia non tiene. Bisogna avere un notes per prendere appunti. Anche se non servono. Ma intanto bisogna prendere appunti.

Di cosa deve occuparsi la poesia?

La poesia risponde a questioni che ancora non sono poste in essere.
La grande poesia prevede le domande dando piacere, attraverso il piacere della lingua, come fa Dante che anticipa fin dai primi versi Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai in una selva oscura/ che la diritta via era smarrita...
La grande poesia prevede le domande, però mi piacerebbe dire che cosa non è la poesia, ma non ho abbastanza tempo per spiegarlo, intanto posso dire che non è psicologia né filosofia, dato che ci sono quelli che già  vi si dedicano...

Maurizia Rossella

Il codice Vaticano latino 3196

Il codice Vaticano latino 3196

La straordinaria presenza del codice Vaticano latino 3196, il codice forse più prezioso della lirica italiana in quanto contenente, autografe, 20 carte scritte dalla mano del Petrarca in tempi diversi (dal 1336 alla sua morte), costituisce la preziosa testimonianza della storia del canzoniere e consente di spiare il Petrarca nel suo laboratorio poetico, osservandone gli scritti in uno stadio ancora non definitivo, le correzioni ed i ripensamenti.

È stato recentemente pubblicato da Laura Paolino, Il codice degli abbozzi. Edizione e storia del manoscritto Vaticano latino 3196, Milano- Napoli, Ricciardi 2000. Raccoglie alcune delle carte che il poeta utilizzava per i suoi primi abbozzi e che gli servivano per le prime correzioni, sino a quando di qui egli non trasferiva i suoi componimenti in un supporto diverso e più adatto.

La maggior parte di questi abbozzi è costituito da poesie o frammenti che poi passarono nel Canzoniere, alcune direttamente nel codice oggi Vatic. Lat. 3195: il gemello d"€™oro della Vaticana, ovvero la "€˜copia"€™ nella quale il Petrarca fece trascrivere dal copista Giovanni Malpaghini la sua opera lirica, e che egli stesso condusse a termine, avvicendandosi al suo copista e trascrivendo si suo pugno il testo.

Siccome il Petrarca, in queste carte non ufficiali ed esposte, segnalava anche i tempi di stesura o di correzione, e talvolta anche l"€™ora precisa in cui aveva ripreso in mano la penna, ed il tempo intercorso dall'€™ultima stesura, il codice ha offerto una miniera di notizie per la ricostruzione della elaborazione dei testi nei loro insiemi (varie redazioni, o "€“come sono state chiamate- "€˜forms"€™, del Canzoniere, studiate per la prima volta da Ernest H. Wilkins e, in Italia, da Arnaldo Foresti).

Con le poesie del Canzoniere sono presenti altre rime di corrispondenti, risposte di Petrarca a loro, lacerti poetici non finiti nel Canzoniere, stralci di epistole latine (della raccolta delle Familiares) e, dei Trionfi, parti di quello d"€™Amore (Triumphus Cupidinis), quello dell'€™Eternità.

Siccome la maggior parte di queste carte erano all'€™origine piegate, e alcune di esse lacerate, è evidente che il poeta usava per i suoi primi assaggi di prova, o prime scritture, carte di servizio, destinate poi, normalmente, alla distruzione, cioè veri e propri scartafacci: donde propriamente ai testi del Vat. Lat. 3196 si attaglia l"€™etichetta di "€˜critica degli scartafacci"€™, che, applicata all'€™esame delle correzioni d"€™autore, fu importantissima nella cultura italiana del primo Novecento, opponendo al grande Croce, i fautori, come Giuseppe de Robertis e Gianfranco Contini, della filologia delle "€˜varianti"€™ ovvero "€“appunto- la "€˜critica degli scartafacci"€™. Petrarca stesso fu il primo critico dei propri scartafacci perchè talvolta vi lasciò cadere note che riguardano le motivazioni dei propri cambiamenti ( «non videtur satis triste principium»).

Il codice finì nella mani di Pietro Bembo, ma è forse una leggenda ch"€™esso fosse stato trovato presso un "€˜pizzicaruolo"€™; dai libri del Bembo passò alla Biblioteca di Fulvio Orsini, e di qui alla Biblioteca Vaticana (con lo stesso percorso, del "€˜fratello"€™ in bella copia, Vat. Lat. 3195).

L"€™uscita dalla Biblioteca Vaticana, per evidenti motivi, è occasione rarissima, e anche per ciò la sua presenza a Padova costituisce un fatto eccezionale, meritando il codice di essere considerato il cimelio più prezioso di questa mostra.

Gino Belloni

Petrarca a Padova

Petrarca a Padova

Il Petrarca giunse per la prima volta a Padova nel 1349, su invito di Iacopo II da Carrara, signore della città . Aveva 45 anni ed era celebre in tutta Europa come storico, filosofo e poeta latino. Nel 1341, rifiutata l'offerta fattagli dall'Università  di Parigi, era stato incoronato poeta a Roma in Campidoglio.

Petrarca ospite di Jacopo II


A Padova Petrarca fu accolto con grandissimi onori da autorità  e popolo e venne ospitato nella splendida reggia carrarese. Qui egli ritrovava in qualiÍ  di vescovo il nobile romano Ildebrandino Conti, conosciuto alla corte papale ad Avignone, durante la sua giovinezza. Fu quindi lieto di accettare il canonicato che Iacopo II gli offerse, prendendone possesso il 18 aprile. Il rito solenne fu celebrato in cattedrale, alla presenza di una gran folla, dal cardinale legato Gui de Boulogne. Il mese seguente fu assegnato al poeta un beneficio annuo di 200 ducati d'oro e una casa adiacente alla cattedrale. L'abitazione, disposta su due piani, comprendeva otto camere, tre granai, due "caneve", una stalla e un orto, con un bel pozzo d'acqua.

Ma a Padova il Petrarca non si fermò. Riprese il suo peregrinare, tornando solo di tanto in tanto per assolvere ai suoi doveri di canonico. Era in città  il 15 febbraio 1350 per assistere alla traslazione del corpo di s. Antonio nell'arca in cui si trova ancora oggi nella Basilica del Santo.

Il 19 dicembre 1351 Iacopo II da Carrara veniva assassinato da un congiunto. Il figlio e successore Francesco chiamò il Petrarca a Padova. Il poeta scriverà  all'amico Giovanni Boccaccio, l'autore del Decameron: «La Fortuna, dopo aver mietuto intorno a me tanti amici ed avermi privato di tanti conforti, mi ha rapito con improvvisa, orribile e veramente indegna morte il migliore, il più caro, il più dolce sostegno e decoro dei miei giorni». Per la tomba di Iacopo II, opera dello scultore Andreolo de'; Santi, il Petrarca compose una commossa epigrafe, che si può ancora leggere nella chiesa degli Eremitani.

Petrarca ospite di Francesco da Carrara


Il Petrarca tornò a Padova per risiedervi stabilmente nel 1361, ma già  l'anno successivo la peste lo costringeva a trasferirsi a Venezia. Qui visse sette anni in un palazzo sulla riva degli Schiavoni, che la Repubblica gli aveva concesso in cambio del lascito della sua ricchissima biblioteca.

Durante gli anni veneziani, Francesco da Carrara, che amava il poeta di affetto filiale e lo voleva presso di sé, non mancò di invitarlo con insistenza a Padova. Nell'aprile del 1368 quando si recò a Udine per rendere omaggio all'imperatore Carlo IV, sceso in Italia per la seconda volta, il Carrarese volle che il poeta fosse al suo fianco. Commosso da tante attenzioni il Petrarca decise di lasciare Venezia e stabilire la sua definitiva residenza a Padova. «Qui a Padova sono sicuro di essere amato» avrebbe dichiarato qualche anno più tardi a Matteo Longo, arcidiacono di Liegi e suo caro amico.

La città , che si gloriava di una delle Università  più prestigiose d'Europa, gli offriva, oltre alla potente protezione del principe carrarese, un soggiorno piacevole e una numerosa cerchia di amici vecchi e nuovi:
  • Giovanni Dondi, medico e astronomo

  • Pietro da Moglio, maestro di grammatica e retorica

  • Bonaventura Badoer da Peraga, futuro patriarca di Aquileia e cardinale

  • il pittore Guariento, che in quel tempo lavorava alla reggia carrarese e agli Eremitani

  • il letterato Lombardo Della Seta, suo devoto segretario


Nella casa canonicale, dove aveva riunito la sua preziosissima biblioteca, il Petrarca visse serenamente, lavorando ad alcuni dei suoi capolavori tra i quali l'Africa, il Canzoniere e i Trionfi. Su invito di Francesco da Carrara, al quale sarebbe stato dedicato, il Petrarca riprese il De viris illustribus, raccolta delle biografie di 36 celebri personaggi dell'antichità ;. L'opera, su diretto suggerimento del poeta, fu alla base della vasta decorazione pittorica, oggi perduta, voluta dal Carrarese per 'ampio salone della sua reggia, poi detto "Sala dei Giganti".

La casa di ArquÍ 


Il poeta aveva ormai superato la sessantina e il suo stato di salute, indebolito da febbri e da vari malanni, era precario. Sicchè quando Francesco da Carrara, sempre premuroso nei suoi riguardi, gli donò un terreno ad ArquÍ  sui colli Euganei, Petrarca decise che quello sarebbe stato il miglior rifugio per i suoi ultimi anni. E scrisse all'amico Moggio Moggi: «Potessi mostrartelo! ͈ il mio secondo Elicona, che ho preparato per te e per le Muse. Sono certo che se tu lo vedessi non te ne vorresti più allontanare».

Nei primi mesi del 1370 la casa di Arquà era già  pronta. Il Petrarca vi si trasferì nel marzo. Aveva al suo servizio alcuni servi, ai quali si aggiungevano quattro o cinque copisti, ed era visitato da amici ed ammiratori. Così descriveva la sua vita ad ArquÍ  qualche anno dopo al fratello Gherardo: «Per non allontanarmi troppo dalla mia chiesa, qui fra i colli Euganei, a non più di dieci miglia da Padova, mi sono costruito una casa piccola ma deliziosa, cinta da un oliveto e da una vigna, che danno quanto basta ad una famiglia numerosa, ma modesta. E qui, benché ammalato, vivo pienamente tranquillo, lontano da ogni confusione, ansia e preoccupazione, passando il mio tempo a leggere e a scrivere».

Nel 1367 il papa Urbano V aveva provvisoriamente riportato dopo 64 anni la sede papale da Avignone a Roma. Il Petrarca, che tanto aveva sollecitato con le sue lettere la fine del «turpe esilio avignonese», era stato invitato alle solenni celebrazioni, ma violenti attacchi di febbre ne avevano rinviato più volte la partenza. Al rinnovato invito del papa, che gli scrisse personalmente, nel 1370 decise di mettersi in viaggio. Ma a Ferrara venne colto da una violenta sincope, che lo fece credere morto. Ad Arquà, dove era tornato dopo qualche tempo, lo raggiunsero la figlia Francesca e il genero Francescuolo da Brossano con la piccola Eletta. Petrarca morì nella notte fra il 18 e il 19 luglio 1374, giorno del suo settantesimo compleanno. Stava lavorando al Compendio del De viris illustribus. Al Boccaccio, che, avuta notizia delle sue non buone condizioni di salute, gli consigliava di mettere da parte gli studi e la fatica dello scrivere, Petrarca aveva ribattuto: «Non c'è peso più leggero della penna, nè più dolce. Gli altri piaceri svaniscono e dilettando fanno male, la penna invece dà  gioia quando la si prende in mano e soddisfazione quando la si posa, riuscendo utile non solo a chi la usa, ma spesso anche a molti altri che sono lontani, anche a coloro che vivranno dopo migliaia di anni».

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