Barbara Jacopetti. Colorando la vita.

Barbara Jacopetti. Colorando la vita.

Barbara Jacopetti. Colorando la vita.

Il colore è nella pittura di Barbara Jacopetti infanzia e poesia, realtà  quotidiana e favola, spontaneità  e arte...con una strizzatina d'occhio a Chagall. "Colorando la vita" è una mostra davvero gioiosa!

22 dicembre 2004 "€“ 30 gennaio 2005
Galleria La Rinascente, Piazza Garibaldi "€“ Padova

Orari:

fino al 31.12.2004:
dal lunedì alla domenica ore 9.00 - 21.00

dal 2005:
lunedì 13.00 - 21.00, dal martedì al sabato 9.00 - 21.00.


Per informazioni:
Servizio Mostre e Attività  Culturali
tel. +39 049 8204523
fax +39 049 8204545


La mostra



Essenzialità  del colore, colore come fonte di vitalità , vitalità  nel colore. Il colore è la forza motrice di ogni tratto; da un semplice segno nero nascono tetti rosso, arancio ed innamorati che si abbracciano dentro una margherita.

La tecnica pittorica usata più di frequente dall'€™artista è l"€™acrilico su tela con il quale Barbara si sbizzarrisce creando sfumature di colore che rendono le sue tele uniche ed assolutamente originali, attraendo l"€™occhio dei bambini e non solo...

Barbara Jacopetti ha come fonte inesauribile di ispirazione per le sue tele la maestria del tratto del colore di Marc Chagall, vero maestro nel far vivere la realtà  in un clima di favola. E' per Barbara esempio unico e vero ideale di spontaneità  immaginativa.

Colore nella vita di tutti i giorni, colore nelle molteplici sfacettature della natura, colore nella forma degli oggetti che si animano di vita propria.... Colorando la vita!


L'artista



Barbara Jacopetti nasce a Padova nel 1972. Fin da piccola i muri di casa sono come enormi tele piene di colori che parlano dal cuore e che da semplici cose si trasformano in forme fantastiche ispirate alla fantasia che solo i bambini sanno tradurre: dormire sulle nuvole, treni volanti, fiori parlanti. Così muove i primi passi (bisognerebbe dire i primi segni) della bellissima avventura che l"€™ha portata a realizzare i suoi sogni.

Gli anni trascorrono e accanto al percorso scolastico, Barbara coltiva la sua passione per qualsiasi forma di disegno, pittura con pastelli e pennelli su carta e tela, continuando una ricerca che la porta ad evolvere lo stile e ad usare in maniera sempre più disinvolta il colore, vera forza motrice di ogni opera.

Si iscrive a Milano, all'€™Istituto Europeo di Design, dove nel giugno del 1993 si diploma specializzandosi in illustrazione per l"€™infanzia.

Approfondisce ulteriormente questo tema frequentando un corso negli Stati Uniti alla Rhode Island School of Design dove abbraccia definitivamente l"€™idea dell'€™essenzialità  del colore.

Gemine Muse

Gemine Muse

Gemine Muse

Una mostra d'arte contemporanea all'interno dei Musei Civici, in cui, secondo la formula consueta dell'iniziativa, tre giovani artisti sono chiamati a confrontarsi e a dialogare con le opere del passato. Novità  di quest'anno: Gemine Muse allarga gli orizzonti e valica i confini nazionali, coinvolgendo 9 paesi europei, 36 musei e 106 giovani artisti.

27 novembre 2004 - 30 gennaio 2005
Musei Civici, piazza Eremitani 8

Orari: dalle 9.00 alle 19.00 - Chiusura: tutti i lunedì non festivi, Natale, Santo Stefano, Capodanno
Ingresso: "‚€10.00 biglietto intero, "‚€8.00 biglietto ridotto, "‚€5.00 biglietto ridotto speciale (il prezzo del biglietto comprende la visita ai Musei Civici del complesso Eremitani).

INAUGURAZIONE
Sabato 27 novembre ore 21

Gemine Muse rappresenta una sorta di ponte virtuale tra passato, presente e futuro dell'€™arte. Gli artisti entrano nei musei, esplorano i segreti dei capolavori antichi e propongono produzioni contemporanee ispirate alle opere esposte.

La terza edizione della rassegna coinvolge 28 città  italiane. Per la città  di Padova sono promotori dell'€™iniziativa l"€™Assessorato alle Politiche Giovanili "€“ Ufficio Progetto Giovani e l"€™Assessorato Musei, Politiche Culturali e Spettacolo "€“ Musei Civici.

Nei Musei Civici di Padova saranno esposte le opere di

  • Marco Schievanin (Padova), che si è ispirato alla sala barocca con i dipinti di Luca Giordano

  • Chiara Tagliazucchi (Modena), che prende a modello l"€™iconografia della Vergine orante e del Cristo benedicente

  • Mirjam Van Tilburg (Amsterdam), che inscenerà  la sua performance nella sala dedicata ai pittori fiamminghi e olandesi
Il progetto è a cura del giovane critico padovano Guido Bartorelli.

Approfondimenti, news, schede, database e molte altre curiosità  su Gemine Muse 2004 sono disponibili sul sito www.giovaniartisti.it .

Per informazioni ci si può rivolgere all'area Creatività  di Progetto Giovani
vicolo Ponte Molino, 7 - 35137 Padova
Orari: martedì, mercoledì e venerdì 10:00-13:00; martedì e giovedì 15:00-18:00
tel. +39 049 8757893
fax +39 049 8753259
e-mail pg.creativita@comune.padova.it

Bronzi del Rinascimento. Collezione Vok

Bronzi del Rinascimento. Collezione Vok


Il 20 novembre 2004 presso i Musei Eremitani verrà  inaugurata una mostra dedicata alla collezione di bronzetti rinascimentali, appartenente alla famiglia Vok. L"€™evento costituisce un importante appuntamento culturale, poiché è la prima volta che la collezione viene esposta al pubblico.

Museo Eremitani
Piazza Eremitani 8
20 novembre 2004 "€“ 6 febbraio 2005

orario: tutto l'anno 09:00 - 19:00
chiusura: tutti i lunedì non festivi, Natale, S.Stefano, Capodanno, I Maggio

biglietto: intero euro 10.00, ridotto euro 8.00, ridotto speciale euro 5.00, gratuito bambini fino ai 6 anni, disabili

La Collezione concentra una cinquantina di bronzi di qualità  elevatissima, spesso pezzi unici di protagonisti della superba stagione rinascimentale della scultura bronzea inaugurata a Padova dalle opere di Donatello per la Basilica di Sant"€™Antonio.

La mostra viene proposta negli spazi per esposizioni temporanee del museo, attigui all'€™importantissimo complesso di bronzi padovani del Museo d"€™Arte, proprio per invitare a un confronto tra due raccolte di assoluta qualità  e bellezza.

La Collezione Vok, pur incentrata sulla produzione rinascimentale, spazia anche prima e dopo l"€™epoca d"€™oro del bronzetto. Precedente, ad esempio, è l"€™Acquamanile gotico (brocca che nel Medioevo veniva usata per lavare le mani ai commensali) in bronzo dorato che stupisce per la perfezione dei particolari.
Copre l"€™arco di tre secoli, dal Quattrocento al Settecento, una collezione nella collezione, quella dei mortai, di cui i Vok hanno raccolto esemplari d"€™eccezione per qualità  e dimensioni.
Appartiene alla categoria degli oggetti d"€™uso anche il Bruciaprofumi veneziano del Cinquecento, opera che, più che alla mano di uno scultore/fonditore, sembra riferibile a quella di un orafo.

Padova fu uno dei principali centri dell'€™arte fusoria nel Rinascimento e i bronzetti qui prodotti sono connotati da un vivace naturalismo, un originale recupero dell'€™Antico. Bartolomeo Bellano, allievo di Donatello, ne viene considerato il capostipite. Del Bellano, nella Collezione compare un irruente Cavallo, mentre un altro importante artista di poco successivo, Severo Calzetta da Ravenna, è rappresentato da una Lupa Capitolina e da un Satiro inginocchiato con calamaio, opere dove l"€™impronta classicistica si unisce, con grande fantasia, a un forte realismo.
Dello stesso periodo, un interessante confronto con il gusto veneziano è l"€™Ercole (o Atlante) di Vittore Gambello detto il Camelio. Curiose le fusioni di piccoli animali qui presentate, come le rane, di norma eseguite direttamente tramite calco dall'€™animale morto che poteva venire così sistemato nella posizione desiderata. La loro fortuna nel corso del Cinquecento fu enorme e, dati i significati simbolici loro connessi, questi pezzi furono realizzati in un notevolissimo numero di repliche. La Collezione presenta due lucertole in lotta che si rifanno a modelli abbastanza frequenti, ma sono forse l"€™unico esemplare sinora noto a essere rappresentato su di uno sfondo di terreno.
Dopo la morte del Briosco (del quale la Collezione Vok presenta pezzi di continuatori, come Agostino Zoppo), Padova continuò a essere un importante centro di produzione ma, poco a poco, il primato passò a Venezia. L"€™elegante Cavallo, databile ancora nei primi decenni del secolo XVI, risente di un gusto classicistico veneziano combinato a un immediato naturalismo di origine padovana.

Nella collezione trovano adeguata documentazione le principali personalità  della bronzistica veneta del maturo Cinquecento. Del padovano Francesco Segala, le cui opere sono piuttosto rare, è un San Girolamo nel quale sono ancora vive le idee trasmesse ai veneti dal Sansovino. Autografi del Campagna, e di straordinaria qualità , sono due Alari da camino con Giove e Giunone. Si tratta di un caso piuttosto raro che simili oggetti di arredamento e di uso pratico, nei quali la dimensione scultorea diviene di importanza principale, siano giunti nella loro integrità  fino ai nostri giorni; spesso, nei secoli passati, venivano smembrati e se ne conservavano prevalentemente solo le statuette poste alla sommità .
Tra i protagonisti dell'€™ultima stagione del bronzetto veneto, quello meglio rappresentato nella raccolta è sicuramente il padovano Tiziano Aspetti.
Sue, o di bottega, sono due imponenti figure di Guerriero e una singolare figura di Guerriero a cavallo costituita da quattro diverse parti assemblabili.
Sue ancora l"€™eccellente coppia di figure allegoriche della Fede e della Fortezza.
Capolavoro autentico della produzione di utilità  del Cinquecento è un Picchiotto in forma di basilisco, uno dei più begli esempi di oggetti di tale tipo creati a Venezia in quell"€™epoca e per questo scelto quale immagine guida della mostra.
La Collezione testimonia, con pezzi di notevole importanza, anche la tendenza al recupero dell'€™Antico, vera e propria tipologia produttiva formatasi a causa del desiderio dei antichi collezionisti di possedere copie di sculture classiche.
A confronto con le produzioni padovane e venete, la famiglia Vok ha raccolto anche numerosi esemplari di diversa provenienza come il Cristo morto attribuibile a uno dei migliori allievi del Giambologna, Antonio Susini, o un Torello, lavoro probabilmente di un bronzista fiammingo o l"€™Orfeo che suona la viola da gamba, opera di ambiente praghese di sontuosa eleganza formale, dalla finitura di una minuzia degna di un orafo.

Per seguire, con alcuni esempi, l"€™evoluzione di questo tipo di espressione artistica, sono stati raccolti bronzetti seicenteschi, settecenteschi e persino alcuni esemplari più tardi, legati alla riscoperta accademica ottocentesca del mondo del bronzetto rinascimentale.
Si tratta di un insieme personale di opere che è raro vedere insieme. Poche altre collezioni, fra le non molte formatesi negli ultimi decenni, possono vantare un simile livello qualitativo. E"€™ per questo che la Collezione Vok, dopo la prima padovana, conoscerà  altre tappe di rilievo a Lubiana, in Germania, in Inghilterra.

La famiglia Vok è di origine mitteleuropea. Ha stabilito la sede delle sue attività  nel Veneto da oltre 50 anni, a seguito del trasferimento di Ignaz Vok dalla Slovenia a Padova. Per questo motivo la famiglia è lieta di poter esporre la propria collezione di bronzi nella sede dei Musei Civici padovani.
I Vok vivono tra Veneto, Slovenia, Austria, Germani, Inghilterra e da oltre tre generazioni si dedicano al collezionismo.

Scripta Manent: i muri raccontano Padova

Scripta Manent: i muri raccontano Padova

Sono molti i percorsi della Memoria, molte le vie che riconducono al nostro passato. Per meglio conoscere il passato della nostra città  serve anche imparare ad osservare meno distrattamente l"€™ambiente che ci circonda. "Saxa loquuntur", le pietre ci parlano e raccontano vicende lontane nel tempo.

Scripta Manent, mostra fotografica
Oratorio di San Michele
piazzetta San Michele, zona Specola
18 dicembre 2004 - 28 febbraio 2005
PROROGATA AL 30 APRILE

Orario: martedì/venerdì ore 10:00 - 13:00
sabato/domenica ore 15:00 - 18:00

Un particolare itinerario della Memoria è quello che collega le tante lapidi ed iscrizioni inserite nel tessuto urbano.
Nella loro sinteticità  i testi epigrafici conservano e tramandano il ricordo di personaggi e di accadimenti importanti della nostra storia cittadina.
Oggi passano inosservati, quasi invisibili reliquie del tempo che fu, ma a riscoprirle ne viene fuori una storia minore e privata di Padova, qualche volta assente anche dai libri.
La campanilistica segnalazione della casa natale di un genius loci (Palladio, Speroni), il ricordo della presenza in città  di un illustre personaggio (Dante, Bembo, Tasso, Galilei), la memoria di fatti cruenti (la riconquista da parte dei Carraresi).

A ritrovare e rileggere questi "€œsegni di Memoria"€ con i quali la città  compone i suoi racconti di vita, (che il tramonto della stagione storicistica ottocentesca ha spesso condannato all'€™oblio) ha pensato l"€™Associazione Culturale La Torlonga.
Lo ha fatto ideando questo originale evento di cultura, nel quale entrano in gioco linguaggi distinti e apparentemente alternativi a sollecitare sensi diversi. La scrittura colta e desueta di tante iscrizioni e l"€™immagine fotografica che se ne presenta in mostra.
E ancora il senso dello spazio e dell'€™orientamento, perché il visitatore è inevitabilmente avviato lungo un itinerario mentale che lo costringe a rivisitare i luoghi, a ripercorre le strade, a riscoprire scorci e prospettive.
Chi visita la mostra non guarderà  con gli stessi occhi la città . E intanto la guarderà  con gli occhi di Adriano Vescovi, Andrea Foschi, Andrea Scandolara, Barbara Crozzoletto, Donatello Mancusi, Greta Bastelli, Luca Ferrante, Marco Fogarolo, Marco Moretto, Marianna Sauro, Nadia Ticozzi, Pietro Polesello, cioè dei fotografi invitati a fornire delle epigrafi murate una visione artisticamente personale.

Per informazioni:
Associazione culturale La Torlonga
tel. 049 660836

Annalisa Mazzoldi Finzi-Contini: "L'ultima luce della sera"

Annalisa Mazzoldi Finzi-Contini: "L'ultima luce della sera"

Incontra l'autore, presso la Biblioteca Valsugana della Sala Consiliare del Quartiere 6 ovest.

Martedì 21 dicembre alle ore 21:00 la padovana Annalisa Mazzoldi Finzi-Contini, autrice del romanzo L'ultima luce della sera, una storia vera nella Sicilia del '500, presenterà  al pubblico il suo libro.

A Castiglione di Sicilia, nei pressi dell'Alcantara, vicino a Taormina, si stabilì da Messina nel 1565 la quindicenne Caterina de Marco, dopo il matrimonio combinato dalle famiglie con Don Giovanni Antonio Sardo.

La sua vita di sposa si svolgeva nel monotono scorrere del tempo, fino a quando gli eventi non la costrinsero ad agire non solo per salvare se stessa e l'onore della famiglia, ma anche per aumentarne il prestigio.

Per la intraprendenza nella difesa del patrimonio dotale prima e nella gestione familiare poi, si discosta dal ruolo tradizionale riservato alla donna, per lo più strumento passivo di strategie familiari nella Sicilia e più in generale dell'Italia del '500.

Annalisa Mazzoldi Finzi-Contini è nata a Padova e vive ad Abano Terme.
Ha vissuto a Roma e a Catania; è ritornata a Padova dove si è laureata in Lettere discutendo una tesi sul Teatro Verdi.
Si è dedicata all'insegnamento nelle scuole medie a Padova, Galzignano, Arcole, Montorio Veronese e infine Abano Terme.
Ha avuto l'occasione di commentare i documenti dell'archivio dei Sardo di Catania e per questo motivo si è appassionata alle loro vicende e ha pubblicato un saggio sulla rivista storica "Studi Storici Luigi Simeoni", Verona, Vol. XLII, (1992) e in un secondo momento ne ha tratto liberamente il romanzo L'ultima luce della sera

Dove:
Consiglio di Quartiere 6 Ovest Brentella - Valsugana
via Astichello 18

Per informazioni:
sede via Astichello tel. 049 606760
sede via Dal Piaz tel. 049 8725198

Gli artisti di Gemine Muse

Gli artisti di Gemine Muse

Gli artisti di Gemine Muse

Tre giovani artisti visitano il Museo Civico Eremitani. Scelgono un'opera e, ispirati da questa, ne creano una nuova, originale.

Vi presentiamo i lavori di Marco Schievenin, Chiara Tagliazucchi e Mirjam Van Hilburg nel commento critico di Guido Bartorelli.

Marco Schievenin


Dialogica, 2004, stampa lambda

Marco Schievenin colloca il suo lavoro in una sala che celebra i fasti della pittura barocca, dove spiccano due splendidi ritratti d'invenzione di Luca Giordano: Giobbe e Democrito. Al trionfo dell'immagine dipinta, che tocca il grado massimo della spettacolarità  e della sensualità , Schievenin contrappone la parola scritta. Nel tutto pieno dell'orgia visiva, egli apre uno spiraglio decongestionante grazie all'esilità  del mezzo più schiettamente intellettuale. "Ricerca momento esplorazione paura" sono i concetti chiave, la sequenza paradigmatica, che egli estrapola dalle vite dei santi o degli uomini illustri magnificati dagli antichi dipinti. Allo stesso tempo, con la loro intensità  evocativa, le scritte alludono al potere del verbo di risuonare magicamente, di farsi scrigno profetico (Giobbe) o, sul versante opposto, di costituire un formidable strumento di astrazione speculativa (Democrito).

Chiara Tagliazucchi


Senza titolo, 2004, olio su tela, dittico

Le gloriose stagioni della pittura religiosa ci hanno consegnato una serie di soggetti, altamente frequentati, contraddistinti da elementi iconografici fissi, che ne rendono univoca la lettura. Al loro interno, i personaggi sentono e soffrono, a seconda della vicenda che li vede attori, e che il fruitore avveduto conosce con chiarezza, con quel tanto o poco di variazione conseguente all'interpretazione dell'artista. Chiara Tagliazucchi instaura un dialogo con due di queste iconografie, una Vergine orante e il Cristo benedicente, affiancandovi un suo dittico, che con quelli ingaggia un raffinato gioco di rimandi a chiasmo. La giustapposizione disvela il divario incolmabile he ci separa dall'arte di un tempo: le iconografie, con i loro riferimenti, non rimangono che come frammenti da un passato lontano; l'immagine va alla deriva nelle ambiguità  di un vissuto troppo intimo e piccolo-emotivo per essere risolto. Persistono le inquadrature e i colori antichi, che divengono come un'aura, nobilitante e insieme inquietante, emanata da un uomo che ha fatto il vuoto intorno a sè, e si trova unico responsabile dei moti dell'animo.

Mirjam Van Hilburg


Senza titolo, 2004, performance

Antivigilia di ferragosto: incontro Mirjam che dal giorno prima va percorrendo le sale del museo a caccia dell'opera con cui relazionarsi. La trovo frustrata: il museo è gremito di capolavori, ma Mirjam riesce a trovare notizie sulle opere solo in italiano, lingua che lei non parla. Con ammirevole buona volontà  i custodi si sbracciano per aiutarla, ma il linguaggio dei gesti non è sufficiente a comunicare quanto le serve. Da questo incidente l'idea: nella sala dedicata ai pittori fiamminghi e olandesi, Mirjam inscenerà  un'immaginifica visita guidata, rivolgendosi a noi nella sua lingua madre. Non si tratta di una vendetta, ma di farci provare il disorientamento, ricco anche di energie positive, di quando la comunicazione si inceppa e si trasforma in una macchina impazzita.

I martedì del Pedrocchi

I martedì del Pedrocchi

I martedì del Pedrocchi

Riprendono gli appuntamenti culturali nella Sala Rossini del Caffè Pedrocchi.
Il primo appuntamento è dedicato alla biografia di Silvano Pontello. Il giornalista Stefano Vietina parlerà  del suo libro di testimonianze sulla figura del banchiere-imprenditore, già  direttore generale e presidente della Banca Antonveneta.

martedì 14 dicembre, ore 17:30
Sala Rossini del Caffè Pedrocchi

L'incontro vuole porre in evidenza quegli aspetti del carattere e della personalità  di Silvano Pontello (direttore generale e poi presidente di Banca Antonveneta, scomparso prematuramente nel marzo 2002) che sono certamente meno conosciuti e, in qualche modo, "inattesi" se riferiti ad un personaggio pubblico che così profondamente ha inciso nella storia recente di Padova.

Dalla lettura delle testimonianze raccolte da Stefano Vietina nel volume "Silvano Pontello, biografia a più voci di un banchiere-imprenditore" il ritratto emerge chiaro, in tutte le sue sfaccettature.
Si tratta di testimonianze che coprono oltre cinquant'anni di storia, di amici d'infanzia, di compagni d'università , di imprenditori, di banchieri, di collaboratori a vari livelli, di personaggi che per un tratto breve o lungo della loro strada hanno incrociato quella di Silvano Pontello.

Interverranno
- Carlo Ciani, Amministratore delegato dell’Istituto Europeo di Oncologia
- Remo Naccarato, primario di Gastroenterologia dell'Ospedale di Padova e Professore di Gastroenterologia dell'Università  di Padova
- Mario Vernesoni, già  Vicedirettore Generale di Banca Antonveneta
- Stefano Vietina, giornalista

Incontro promosso dall'Assessorato alle politiche culturali e spettacolo e dall'Associazione "Amici del Pedrocchi".

Per altre informazioni sul libro visita il sito dell'autore: http://www.stefanovietina.it

Un veneto in fuga per il mondo

Un veneto in fuga per il mondo

Incontro con Piero Sanavio, scrittore padovano.
Piero Sanavio torna a Padova per conoscere i suoi concittadini: già  definito da Andrea Zanzotto "un veneto in fuga per il mondo", l'attività  di Sanavio come giornalista, scrittore, funzionario dell'€™UNESCO con rango diplomatico, docente universitario, si è svolta quasi esclusivamente all'€™estero.

giovedì 16 dicembre, ore 21:00
Sala Rossini del Caffè Pedrocchi

Piero Sanavio può essere definito uno scrittore glocale. Padovano di nascita, se ne è andato via da Padova in giovane età . E' uno dei massimi esperti mondiali di Ezra Pound, che ha conosciuto fin dai tempi dell'€™internamento del poeta in un ospedale psichiatrico di Washington.
Rientrato in Italia, vive attualmente a Roma, ma non ha mai dimenticato la sua città . In tutti i suoi romanzi, Padova resta il punto di partenza di vicende che poi attraversano il mondo (in particolare in La felicità  della vita, Quasar "€“ Manni, Roma, 2000).

All'incontro parteciperanno

- Saveria Chemotti, docente universitaria di letteratura e studiosa di Sanavio, parlerà  dello scrittore

- Marco Franzoso, giovane scrittore padovano, dialogherà  con il collega più anziano

- Edoardo Pittalis, giornalista, vicedirettore de Il Gazzettino, intervisterà  il "personaggio" Sanavio, la cui vita è stata decisamente avventurosa

- Nin Scolari, attore e regista padovano, leggerà  brani scelti dai romanzi di Piero Sanavio

I martedì del Pedrocchi

I martedì del Pedrocchi

I martedì del Pedrocchi

Riprendono gli appuntamenti culturali nella Sala Rossini del Caffè Pedrocchi.
Il primo appuntamento è dedicato alla biografia di Silvano Pontello. Il giornalista Stefano Vietina parlerà  del suo libro di testimonianze sulla figura del banchiere-imprenditore, già  direttore generale e presidente della Banca Antonveneta.

martedì 14 dicembre, ore 17:30
Sala Rossini del Caffè Pedrocchi

L'incontro vuole porre in evidenza quegli aspetti del carattere e della personalità  di Silvano Pontello (direttore generale e poi presidente di Banca Antonveneta, scomparso prematuramente nel marzo 2002) che sono certamente meno conosciuti e, in qualche modo, "inattesi" se riferiti ad un personaggio pubblico che così profondamente ha inciso nella storia recente di Padova.

Dalla lettura delle testimonianze raccolte da Stefano Vietina nel volume "Silvano Pontello, biografia a più voci di un banchiere-imprenditore" il ritratto emerge chiaro, in tutte le sue sfaccettature.
Si tratta di testimonianze che coprono oltre cinquant'anni di storia, di amici d'infanzia, di compagni d'università , di imprenditori, di banchieri, di collaboratori a vari livelli, di personaggi che per un tratto breve o lungo della loro strada hanno incrociato quella di Silvano Pontello.

Interverranno
- Carlo Ciani, Amministratore delegato dell'€™Istituto Europeo di Oncologia
- Remo Naccarato, primario di Gastroenterologia dell'Ospedale di Padova e Professore di Gastroenterologia dell'Università  di Padova
- Mario Vernesoni, già  Vicedirettore Generale di Banca Antonveneta
- Stefano Vietina, giornalista

Incontro promosso dall'Assessorato alle politiche culturali e spettacolo e dall'Associazione "Amici del Pedrocchi".

Per altre informazioni sul libro visita il sito dell'autore: http://www.stefanovietina.it

Fermenti Culturali. Intervista ad Andrea Pennacchi

Fermenti Culturali. Intervista ad Andrea Pennacchi

Fermenti Culturali. Intervista ad Andrea Pennacchi


Non solo monumenti e musei: la cultura di una città  è fatta anche e soprattutto di persone, che hanno idee e passione. Con questa convinzione inauguriamo la rubrica "Fermenti culturali", in cui vogliamo presentare gli artisti di Padova: coloro che, con le loro idee, la loro passione, i loro "€œfermenti"€, rendono vivace la vita culturale della città . Maggiore spazio verrà  dato agli artisti più giovani, ancora poco noti al grande pubblico.

Il primo appuntamento è con Andrea Pennacchi, attore e regista teatrale.


Chi è
Intervista




Chi è



Attore del Teatro Popolare di Ricerca dal 1991, si è formato prima nel laboratorio biennale della compagnia e in seguito ha proseguito la propria formazione seguendo corsi con Mamadou Dioume, del C.I.C.T. di Peter Brook, Vayu Naidu dell'Intercultural Storytelling Company "Brumhalata di Birmingham, Moni Ovadia, Marco Baliani, Laura Curino. Ha inoltre studiato regia con Eimuntas Nekrosius e con Gigi Dall'Aglio. Ha insegnato "Struttura del Racconto Teatrale" al corso professionale per attori organizzato in collaborazione con ARTEVEN e organizzato dalla Regione Veneto. E' direttore artistico del Teatro Filarmonico di Piove di Sacco.



Intervista



La formazione teatrale
"Omero non piange mai"
Il teatro di racconto
Il teatro a Padova


L'appuntamento è in un'enoteca che si chiama Evoè, come l'associazione teatrale di cui Andrea Pennacchi fa parte. A intervista conclusa, gli chiedo perchè l'associazione si chiama così, immaginandomi la risposta. Andrea infatti ride e mi
chiede:"Dove siamo qui?". Ha riso spesso durante l'intervista, perchè lui è così: lavora seriamente, ma non si prende mai sul serio. Ha il faccino di un orsetto a cui piace il miele, e una grande forza fisica. Una forza che il teatro e le arti marziali (è un appassionato di tai chi) gli hanno insegnato a controllare. La forza è anche uno dei temi dello spettacolo "Omero non piange mai" con il quale Andrea Pennacchi debutterà  nel marzo 2005 come autore. A Padova potremo vederlo in aprile, al teatro MPX, nell'ambito della rassegna Arti Inferiori.


La formazione teatrale



Com'è nata la tua passione per il teatro?

E' nata un po' così ... alla fine di un percorso di vita che andava in tutt'altra direzione mi sono ritrovato di nuovo a Padova iscritto all'università  e non sapevo bene cosa sarebbe successo. Assieme ad un vecchio amico d'infanzia ci siamo iscritti a un laboratorio, uno dei tanti che si trovavano a Padova, ma per divertimento. All'epoca ero molto ignorante di teatro, non avevo visto quasi niente. Ricordo da ragazzino qualcosa di Ruzante, non mi era neanche piaciuta. Questo me lo ricordo: mi ero annoiato mortalmente. Quindi era proprio così, per fare un'attività , invece di fare palestra ho scelto teatro. Poi c'è stato l'imprevisto scoppio. Controllato, però, nel senso che non è stato amore a prima vista, è stata una cosa graduale che è cresciuta come un tepore, pian pianino è cresciuto d'intensità  fino a diventare adesso, non faccio fatica ad ammetterlo, una specie di fuoco che mi brucia dentro. Ho fame di teatro: di andare a vedere, di fare...però c'è voluto del tempo. Prima era solo questione di fare, invece adesso è proprio...fame!

Delle cose che hai fatto, quali ricordi particolarmente come tappe di un percorso di crescita?

Più d'una. Mi sono iscritto al laboratorio di una compagnia che ancora mi sta molto a cuore anche se non ne faccio più parte, che è il Teatro Popolare di Ricerca (TPR). Secondo me era un ambiente ideale per me perché c'era gente, sì, un po' fanatica, ma c'era anche gente che voleva divertirsi, che non aveva nessuna intenzione di prendersi sul serio, cioè aveva voglia di prendere sul serio quello che faceva ma non di prendersi troppo sul serio. Per un periodo, nel periodo più creativo da un certo punto di vista per me al TPR, c'è stato veramente un gruppo di attori bravissimi secondo me -io mi tiro fuori ma guardando dall'esterno c'erano veramente degli attori bravi, appassionati - , il direttore, che era ed è tuttora Lorenzo Rizzato, ha notato questa cosa e ha investito energia in questo gruppo...gente che adesso è a Roma a cercare di fare fiction, film, cose simili, più io adesso lo faccio di mestiere, Pierantonio Rizzato anche. Quindi c'è stato veramente un periodo in cui abbiamo fatto cose molto belle. La prima, il mio debutto, quando per una serie strana di coincidenze, prima ancora che io facessi il saggio finale del laboratorio (che era biennale), mi hanno portato a fare una Moschea in Francia, a Nantes. Bellissimo posto. Per me figurati è stata una bellissima esperienza. Un'altra tappa per me molto importante in cui abbiamo un po' preso in mano le redini dell'attività  teatrale e io ho tradotto Rosencrantz e Guildestern sono morti di Tom Stoppard e assieme a questo nucleo di pazzi scatenati l'abbiamo messo in scena e l'abbiamo portato al Verdi. Serata veramente indimenticabile: il sipario si apre, seicento persone che ti guardano. E' abbastanza forte, soprattutto quando uno è abituato al teatrino da cento, duecento posti al massimo: tre volte tanto! E poi al Verdi, teatro storico! Altre tappe importanti...Meno gioiosa è stata la mia decisione di uscire dal TPR, che è stata comunque una tappa importante, sofferta, che adesso sono contento di aver fatto, per quanto appunto mi senta molto affezionato al TPR. Poi la decisione di lavorare a Piove di Sacco, fare il direttore artistico di quel teatro, su offerta dei direttori della Nuova Scena, che sono Filippo Zago e Raffaella Romano, gente della mia età , molto in gamba, che si dà  molto da fare nell'ambito cultura, teatro, cinema.

A livello formativo ricordi dei momenti importanti?

A livello formativo tappe importanti ce n'è stata una marea! Facendo il laboratorio al TPR mi rendevo conto man mano di quante competenze ci vogliono per fare teatro ed ero molto insoddisfatto del mio essere in scena. Mi facevo un sacco di domande. A non tutte Rizzato voleva o poteva rispondere. Visto che eravamo anche Centro Universitario Teatrale, ho iniziato assieme ad altri a organizzare corsi, laboratori invitando artisti da fuori. Il primo incontro ad esempio con Mamadou D'Oume, uno degli attori di Peter Brook a Parigi, è stato traumatico da un lato, ma dall'altro ha aperto orizzonti, ho cominciato a capire significava recitare. Lì ho cominciato a capire cosa voleva dire farlo come un mestiere, ma con la passione che ci voleva. Da lì è stata una serie d'incontri fortunati con gente molto in gamba. Alcuni voluti, nel senso che li abbiamo chiamati. Moni Ovaia ad esempio è stata un'altra esperienza importantissima per me: sia umanamente, quando poi ci siamo trovati siamo stati sempre molto legati, sia professionalmente perché ho iniziato a capire le potenzialità  della voce, ho fatto un lavoro importantissimo sul corpo e la voce assieme. Poi i nomi potrebbero moltiplicarsi. Un altro nome gigantesco è Gigi Dall'Aglio, che è stato a lungo uno dei membri della fondazione Teatro Due di Parma. Mi ha fatto capire che era possibile costruire un'opera d'arte partendo da un lavoro artigianale: ti scegli il legno, lo lavori, fai una cosa che se sei stato molto attento è anche un po' toccata da Dio e da artigiano diventi artista. Però comunque anche solo un artigiano non è niente male, se è un buon artigiano. I debiti sono infiniti perché ad ognuno ho rubato qualcosa, Marco Baliani, Giuliana Musso, Tapa Sudana, un altro attore di Peter Brook...io ho cercato costantemente di apprendere cose nuove, sempre seguendo un filone chiaro, cercando di non andare da un capo all'altro, però, sì, tante sono le persone cui mi sento debitore.

Anche tu sei un formatore, mi parli della tua attività  nei laboratori di formazione?

Premetto che io non ritengo di avere ancora molto da insegnare. C'è ancora tutto un percorso che sto facendo e piano piano comprende anche delle tecniche che si possono trasmettere, però il mio bagaglio è ancora ridicolo comparato a quello di gente tosta da trent'anni in campo. Però una cosa che mi piace fare e che secondo me ha una sua utilità  altrimenti non lo farei è quella dei laboratori, che non sono corsi. Cioè non è che io mi metto lì in cattedra e insegno delle cose. Mi metto semplicemente come guida di un gruppo che parte all'esplorazione di qualcosa. Dopo una prima fase in cui io do, condivido, queste cose tecniche che io ho appreso per strada, la fase successiva è cercare assieme un modo per raccontare storie come gruppo, quindi creare gruppo, utilizzare le tecniche che abbiamo imparato e magari -perché no?- aggiungerne di nuove ... se abbiamo qualche cosa in più la si mette dentro, si fa questo gran minestrone e si cerca di renderlo più omogeneo o più saporito possibile. Questo mi piace e lo faccio. Tra l'altro in un momento in cui ancora fare solo in giro spettacoli non mi fa guadagnare abbastanza per vivere, bisogna essere sinceri, l'attività  laboratoriale integra in maniera molto utile. Ma ci tengo a dire che non lo farei se secondo me non avesse una valenza che va al di là  dell'insegnamento, proprio come crescita, anche mia. E' una cosa che faccio perchè mi serve. In alcuni casi quello che apprendo è drammaticamente impressionante, in altri casi magari è più piccolo. Faccio parecchia attività  formativa in questo periodo: due laboratori al circolo Carichi Sospesi...

Due?

Sì, doveva essere uno ma c'era troppa gente: non si può stare dietro a 30 persone contemporaneamente, così abbiamo diviso il gruppo in due. Poi faccio un laboratorio a Chioggia e uno a Piove di Sacco, più orientato sul racconto.



"Omero non piange mai"



L'anno prossimo debutti come autore. Quando hai sentito che era il momento di affrontare la scrittura di un testo?

Ho sempre avuto l'idea di comporre un testo. Man mano che mi avvicinavo al teatro di racconto, l'idea di scrivere un testo di racconto è emersa come quella più probabile. Anche per motivi bassamente economici: per produrlo, se hai sei attori poi li devi pagare.
Ho dovuto rileggere seriamente l'Iliade per un laboratorio fatto con l'A.T.I.R. diretto da Serena Sinigaglia, una regista bravissima ma con dei metodi che non andavano bene per me. Il pregio principale del laboratorio è che ho dovuto leggere seriamente, non più da adolescente, l'Iliade. Ho scoperto che c'erano dei passi dell'Iliade che potevano contenere tutte le cose che volevo raccontare: cose importanti per me, cose importanti per tutti. Temi che sentivo, come la violenza, la forza, il dolore per la perdita, che io ho provato fortissimo. Tutte queste cose ci stavano dentro questo testo, che in più aveva una sua bellezza che secondo me andava raccontata. In realtà  col senno di poi si è scoperto che quasi tutti la pensavano così: io credevo di essere intelligentissimo, e invece è arrivato Baricco, la Sinigaglia ha fatto le Troiane, chiunque sta facendo l'Iliade!

Ma c'è il tuo apporto personale...

Qui c'è un mio apporto personale fortissimo, anche piuttosto difficile da tirar fuori, che grazie a Dio esce attraverso le parole di Omero. E' una profonda meditazione sulla violenza, la rabbia, la forza intesa nel senso più ampio, compreso quello della prevaricazione, la paura. Sono tutte tematiche che io sentivo tantissimo. Questo è un periodo in cui tutti le sentono, e così anch'io. In più l'amore tra gli esseri umani in situazioni estremamente difficili. Canalizzava benissimo cose che io sento. Ma mi chiedevo sempre: ha senso che io racconti queste cose che sento io personalmente, cioè interessa al pubblico? Perché dovrebbe pagare un biglietto? però quando questa persona che dice queste cose, e le dice con parole meravigliose, è Omero, beh allora forse qualcun altro le può condividere. Da lì è partito il progetto. Ho avuto la fortuna enorme che Laura Curino mi abbia aiutato con la drammaturgia perché effettivamente c'è un lavoro faticosissimo da fare sulla scrittura del testo, se vuoi che sia un buon testo, ed è proprio di limare le cose, tornarci, risistemarle, leggere ad alta voce le cose, sentire se funzionano, rileggerle, scriverle di nuovo, ricomporle...cose che non venivano fuori alla prima lettura verranno fuori alla sesta. Un lavoro artigianale, nel vero senso della parola, che ancora non conoscevo. Avrei fatto un lavoro molto più rozzo senza l'aiuto di Laura, e lei è stata gentilissima e bravissima. Si è messa con una disciplina ferrea e nonostante abbia tremila impegni è riuscita a trovare del tempo anche per questa cosa.

Finora hai fatto due prove aperte per il pubblico del tuo spettacolo "Omero non piange mai". Qual è stata la reazione del pubblico? E come è cambiato il testo dopo quelle esperienze?

C'è stata una prima prova aperta in un ambiente estremamente amichevole, che è il circolo Carichi Sospesi, e l'impressione è stata buonissima. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: bisogna lavorare bene sul rapporto con il musicista. Questo è venuto fuori chiaramente perché eravamo quasi separati, ma questo si può sistemare in corso d'opera. Un'altra cosa che ho notato, e non è certo un caso, è che c'erano dei momenti paoliniani. Io naturalmente ho ben presente l'esempio di Paolini, anche se in realtà  è un po' più complessa la cosa perché ho presente l'esempio di Paolini, di Laura Curino, di tutti quelli che fanno capo a Vacis, che hanno lavorato al Teatro Settimo di Vacis, e loro mi piacciono tantissimo, cioè mi danno sensazioni fortissime quando ascolto i loro racconti, quindi credo sia abbastanza naturale, che anche quasi inconsciamente nel delivery di questo testo siano venuti fuori dei momenti vacisiani, più che paoliniani. Però certo è un rischio: se fai una cosa in Veneto che assomiglia a Paolini, tutti diranno "ecco, ha copiato da Paolini". Quindi bisogna stare attenti.

Com'è andata la seconda prova?

La seconda prova è stata in un ambiente meno amichevole, più casalingo nel senso che è il mio teatro (quello di Piove di Sacco), però in cui c'erano anche operatori del settore, gente che mi era amica ma non veniva da amica, nel senso che veniva professionalmente a vedere. Lì c'è stata la conferma che la linea è giusta, ma anche un profondo lavoro di riduzione del testo, soprattutto della parte omerica, non perché risultasse pesante, ma perché l'accumulo di metafore che c'è in Omero poteva oscurare la bellezza di queste metafore. Se io metto trentasei volte "come il leone che..." può essere che a un certo punto si perda un po' l'effetto straniante di queste metafore, che sono veramente belle e potenti. Una cosa altrettanto importante, che riguarda già  una fase ulteriore, è quella del "è tempo di dare carne a questo testo". Le prove aperte sono state delle letture, è tempo di mettere in pancia questo testo, come si dice, e vedere quali sono i personaggi che emergono, i movimenti, e finalmente qual è il rapporto con la musica.

Parliamo allora dei tuoi musicisti, Francesco Basso e Sergio Marchesini.

Francesco Basso ha composto le canzoni, purtroppo non è in scena, anche se è un vero animale da palcoscenico, però non ci stava in questa cosa. Mi ha dato una mano e si è prestato con generosità  alla composizione delle canzoni. Le canzoni sono ancora in fase di studio, però ci sono credo tre canzoni che verranno composte da me e Francesco e verranno cantate nel corso dello spettacolo, più una che è We'll meet again che mi piace molto. E' una canzone molto dolce, americana di cui io mi sono innamorato nella versione cantata da Johnny Cash, che è bellissima. Con Francesco lavoriamo, abbiamo anche fatto una regia per uno spettacolo di teatro ragazzi, ci conosciamo abbastanza bene ormai. Ho poi trovato un musicista di sensibilità  inaudita, Sergio Marchesini, che è veramente bravissimo. Suona nella Piccola Bottega Baltazar, ed ha un orecchio, una sensibilità  teatrale elevatissima, che non trovi tanto facilmente. Mi trovo molto bene con lui. Non è sempre facile lavorare in tanti su una cosa, però è fondamentale. Io non ho delle competenze e non ho nessuna intenzione di rovinare uno spettacolo perché mi metto a fare tutto io. Cerco di acquisirle, però ci vuole tempo, pazienza. Nel frattempo la cosa migliore è parlare con qualcuno che se ne intende, ne capisce e ti può dare una mano. Queste persone le ho trovate. Tra l'altro in questo periodo i racconti stanno fiorendo dappertutto, e la cosa a me fa piacere perché a me il teatro di racconto piace. Non lo vedo come una moda: è una modalità  di teatro che è giusto abbia un suo valore e una sua diffusione. Però c'è un fatto: moltissimi di questi racconti hanno come accompagnamento la fisarmonica. Questo mi ha mandato un po' in crisi perché ho pensato "anch'io c'ho la fisarmonica, allora tutti penseranno: ecco, l'ennesimo raccontatore con la fisarmonica". Però ho pensato: preferisco scegliere un altro strumento a caso e lavorare con qualcuno che non conosco oppure scegliere la fisarmonica la cui sonorità  secondo me è quella giusta per queste cose e lavorare con uno che stimo e con cui mi trovo molto bene? Ovviamente la scelta non si poneva nemmeno.


Teatro di racconto



Teatro di racconto e teatro classico, di recitazione. Due modalità  di fare teatro, in cosa si differenziano e quali invece sono i punti in comune?

La domanda è enorme, da tesi di laurea! La questione in realtà  è semplicissima, se vogliamo andare alla struttura profonda ed eliminare la superficie: il teatro di racconto è la radice di ogni possibile teatro, perché i racconti li frantumi ed hai un tipo di teatro, i racconti li metti completamente in scena in prima persona ed hai un altro tipo di teatro...Però raccontare storie è una necessità  profonda degli esseri umani che prende tante forme. Il motivo per cui adesso è ritornato nella sua forma originale, e originaria, è che ci sono dei bisogni, delle cose, che evidentemente il teatro di tradizione aveva un po' dimenticato. Secondo me uno di questi fattori è la rottura della quarta parete, cioè il fatto che il narratore renda costantemente evidente l'importanza della presenza del pubblico, rompa costantemente il muro che separa palco- pubblico per interrogarlo, per parlargli. Una tradizione che conosciamo già  da Dario Fo, e che Paolini ha usato, e che tutti hanno usato, ed è giusto che sia così: non perché si tratta di copiare, ma perché il narratore col pubblico deve avere un dialogo. Il narratore ad un certo punto diventa catalizzatore di un'attenzione di una comunità . Se non si crea attorno a lui una comunità , se la gente va a vedere i narratori come si guarda la televisione, non funziona la cosa, muore il racconto. Quindi è giustissimo come fa ad esempio Paolini far salire il pubblico sul palco, giustissimo ad esempio che se c'è un telefonino che trilla non è che faccio finta di niente come nel teatro di tradizione, ma guardo il "colpevole" e gli dico "Ciccio, spegni il telefonino". Quello che c'è, come dice Laura Curino, c'è. Non si ignora niente. E' una necessità  profonda che la gente sempre più sta sentendo, ovvero sentirsi parte di quello che sta succedendo: essere parte di un gruppo che per una sera crea qualcosa. Radicalmente è questo: il teatro di racconto è la radice di tutti i racconti possibili. Il teatro di tradizione è uno sviluppo, molto legato ai suoi tempi, e quindi si vede che perde un po' di colpi. Il teatro di racconto nasce, come dice Baliani, da una crisi del teatro. Baliani è un po' pessimista su questa cosa. Per quanto io lo stimi in maniera enorme, tenderei ad essere più ottimista su questa cosa: secondo me è una crisi positiva. Non credo che finita questa crisi il teatro di racconto si estingua, semplicemente muterà , cambierà  il modo di raccontare. Non è un caso se alla Biennale di quest'anno abbiamo visto finalmente due narratori.


Il teatro a Padova




Parliamo del teatro a Padova.

Padova è una città  strana perché ha una marea di realtà  teatrali: amatoriali, semiprofessionali, ecc... che vanno in grandezza dal Verdi, che assorbe risorse come un'industria in fallimento, alla realtà  con due componenti che fa le letture nelle biblioteche. Non vorrei esagerare, ma secondo me si tratta di migliaia di persone che fanno teatro. Questo è il lato positivo. Il lato negativo è che sono estremamente frammentate queste realtà , non comunicano tra di loro, non hanno una piattaforma comune con cui trovarsi e discutere e quindi frammentano l'attività  teatrale. Non solo: spessissimo uno non va a vedere quello che fa l'altro, e questa secondo me è una gravissima perdita. Non permette a Padova di canalizzare risorse immense, magari collegate anche all'Università , e quindi rimane sempre un brulichio di cose piccole, in cui spesso vedi cose molto interessanti che però poi non riescono mai a realizzarsi perché si annullano tra di loro. Il tutto secondo me oppresso da questo enorme fabbricone del Verdi che ciuccia, ciuccia, ciuccia senza restituire.

Ci sono buone occasioni di formazione a Padova?

Quel che ho detto vale anche per l'attività  formativa. Chiunque voglia cominciare a fare teatro ha un'immensa quantità  di risorse a disposizione, e può gustare un po' di tutto, perché può provare il teatro del TPR, può andare al Tam, Abracalam, Teatro Continuo, può andare al Verdi che adesso ha l'attività  formativa di Terrani. A livello "inizio a fare teatro" c'è una marea di possibilità , anche buone. Non così se vuoi farlo di professione, non così se vuoi ampliare la tua mente, non così se vuoi lavorare: lì le cose cambiano radicalmente. Adesso c'è una grande iniziativa, che fanno i ragazzi dei Carichi Sospesi: un gruppo di teatranti che ha deciso che mancava qualcosa a Padova, e si vede che hanno beccato una vena perché il locale spesso è pieno. C'era bisogno di un posto dove si va a bere una birra, si chiacchiera, si va a vedere uno spettacolo, si vedono cose nuove. A me piace molto, dovrebbe avere più spazio, essere aiutato dal Comune, essere più grande. Ma sicuramente troverà  delle resistenze, la gente non si renderà  conto, difenderà  la propria parrocchietta. Mi dispiace perché ci vorrebbe un momento di dialogo. Non dico tra piccole realtà  e Verdi, perché quello non so quanto sia credibile, ma almeno tra realtà  medio-piccole, quello dovrebbe esserci.

E in quanto a spettacoli?

Ribadisco quello che ti ho appena detto. Io vedo cose interessanti a Padova. Vado al Tam e le vedo. Il lavoro sui carcerati del Tam è grandioso: Cinzia Zanellato ha fatto una cosa bellissima e socialmente...mmm...che vivifica; ai Carichi ho visto cose bellissime che mi hanno emozionato, anche cose che non sarei andato a vedere in altri parti per bigotteria, lo ammetto, però in un contenitore così neutro sono andato a vederle. C'è Beppe Casales che ha fatto il suo racconto, a me è piaciuto. Ho visto cose veramente belle. Il problema è sempre quello: sono cose piccole. Non riescono ad uscire, a darsi una produzione un po' più organizzata, che non riescono ad avere dei fondi, e questo mi dispiace moltissimo perché le risorse ci sono tutte. Bisognerebbe lavorare per creare qualcosa più ampio. Quindi spettacoli ne vedo. Poi adesso c'è questa cosa di Arteven [la rassegna Arti Inferiori], è un'ottima cosa. Non lo dico perchè ci sono io! E' una splendida rassegna. E' anche in certo senso una microsfida al Verdi, che invece si ostina a fare sempre le stesse cose. Qualche anno fa aveva tentato di fare una stagione più giovanile assieme a quella tradizionale, ma poi non l'hanno più ripetuta.

Il festival Itaca, di cui sei uno degli organizzatori, tornerà  a Padova?

Il festival Itaca [per informazioni visita il sito dell'associazione Tonicorti] quest'anno è a un punto di svolta molto importante. Può essere che torni a Padova, era nato per Padova e anche se abbiamo trovato un'ospitalità  meravigliosa ad Abano, molti di noi credono che debba ritornare a Padova. Vuole anche crescere, per questo stiamo lavorando già  perché vorremmo che fosse una cosa più integrata nella città , più articolata nel programma. Finora la parte dominante è stata quella video e musicale, noi teatranti vorremmo che la parte teatrale avesse maggiore rilevanza e quindi dobbiamo lavorare noi. Ci vuole un lavoro più intenso anche per la parte teatrale, che presenti nuove produzioni...anche se finora abbiamo fatto secondo me un buon lavoro, perché abbiamo presentato cose in anteprima che a Padova non si vedevano: Ascanio Celestini quando ancora non era famosissimo, Giuliana Musso con l'anteprima del suo spettacolo Sexmachine, Baliani con una cosa che non portava più tanto in giro, Corpo di Stato, poi l'ultima cosa che abbiamo fatto noi dell'associazione Evoè, Scandisk di Vitaliano Trevisan. Non sono mancate le cose buone. Ma vorremmo farle ancora meglio, magari nate da progetti ad hoc per Itaca.

Arianna Pellegrini

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